Creato da ilsitodelmistero il 02/06/2009
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Il Sito del Mistero

Post n°52 pubblicato il 20 Maggio 2012 da ilsitodelmistero
 

Vi segnalo che ho spostato Il Sito del Mistero sulla piattaforma Blogspot al seguente indirizzo:

 

http://ilsitodelmistero.blogspot.it/

 

 

Saluti

 

 
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Atlantide e altri non-luoghi Alla ricerca del mito perduto

Post n°51 pubblicato il 11 Maggio 2011 da ilsitodelmistero
 

tratto da Il Giornale del 22 febbraio 2010

di Gianfranco de Turris

Il 26 dicembre 2004 sul fondo dell’Oceano indiano, a 200 km a Ovest di Sumatra, la Placca indiana all’improvviso scivolava rapidamente sotto la Placca birmana spingendola verso l’alto di cinque metri e spostando l’isola indonesiana verso Est di una ventina di metri. Il risultato di questo terremoto sottomarino di magnitudo 9,3 e di 8,5 gradi della Scala Richter e del successivo spostamento della massa d’acqua superiore, era un’onda anomala che si propagava alla velocità di 850 chilometri l’ora per tutto l’Oceano Indiano raggiungendo con uno tsunami dai dieci ai trenta metri di altezza a oriente le coste di Indonesia, Malaysia, Thailandia, Myanmar, Bangladesh, e ad occidente quelle di Sri Lanka, India e Maldive, sommergendo tutte le piccole isole che si trovava davanti. Coste devastate, isole sommerse, intere popolazioni scomparse su quelle più piccole, danni incalcolabili. I morti e i dispersi accertati hanno superato i trecentomila, anche se una cifra esatta non si saprà mai. Il maggior disastro dell’epoca moderna.
Se tutto questo è avvenuto nel XXI secolo, perché non potrebbe essere avvenuto anche 9mila anni prima di Platone che ci racconta nel Timeo e nel Crizia come nel corso di «una notte tremenda» terremoti e maremoti sommersero l’isola di Atlantide che sprofondò nell’oceano? Questo solo per dire che dal punto di vista «scientifico» la storia che ci racconta il filosofo greco può non essere considerata una fandonia agli occhi dei «moderni». Il fatto è che, esistito o meno nella realtà il regno di Atlantide, esso servì a Platone per lanciare nel tempo il suo mythos, la sua fabula, che contiene degli insegnamenti in positivo e in negativo: al tempo stesso la sua «utopia» e la sua «antiutopia», descrivendoci una società perfetta di discendenza divina che diventa arrogante ed «empia» nel momento in cui dimentica o perde, appunto, quella «scintilla divina» che aveva dentro di sé.
Un mito così affascinante che nell’arco di due millenni e mezzo è giunto sino a noi, un mito a cui molti hanno creduto e che si è andato arricchendo e ampliando a seconda del periodo storico in cui venne accolto. Di tutta questa affascinante storia ci parla Davide Bigalli, che insegna storia della filosofia all’Università di Milano ne Il mito della terra perduta (Bevivino, pagg. 226, euro 20) che segue passo passo il tema dalle origini ai nostri giorni.
Il professor Bigalli scrive dunque che Atlantide «appartiene al mondo del pensiero», è «un consapevole mythos, volto a delineare, in una remota antichità, modelli di civiltà, dove le costruzioni politiche, a misura che si distaccano dall’immagine ideale, corrono a catastrofe divenendo esemplari di una contro utopia». Nello stesso tempo, l’autore fa notare, credo per primo, come questo mito, quando su quella ideale/filosofica/simbolica prevale la parte della narrazione, del racconto, della elaborazione fantastica (del resto il termine greco mythos proprio questo vuol dire) «diventa una esemplare non-luogo, il regno di una alterità che non può rinchiudersi né venire raggiunta per entro i termini di realismo geografico. Diventa un altro mondo».
Ecco perché nel corso dei secoli ha appassionato anche esploratori, avventurieri, geografi, personaggi folli e bizzarri che ne sono andati concretamente alla ricerca tentando di localizzare Atlantide qui e la, in quasi tutte le parti del mondo. E perché il suo archetipo abbia dato vita ad altre «terre perdute» di cui sempre parla Bigalli: Mu e Lemuria, ad esempio, ma anche Agartha e Shamballah, forse anche l’Eldorado, e addirittura la fantastica teoria ottocentesca della Terra Cava.

Un libro denso, zeppo di riferimenti e di citazioni tratte dai testi più singolari e sconosciuti che ci dimostra come anche di miti viva il genere umano, ancorché sempre più dotto e scettico. È sufficiente che questo mito da pura idea filosofica esemplare sia trasformato in riferimento storico-geografico, come in effetti è avvenuto.

 
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Tartaruga 2 teste

Post n°50 pubblicato il 06 Febbraio 2011 da ilsitodelmistero
Foto di ilsitodelmistero

Tartaruga 2 teste, tratta da Metro del 6-9-2007

Per vedere l'immagine potete cliccarci sopra e si ingrandisce.

Ciao

 

 

 
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Anati: «Har Karkom è il vero Sinai»

Post n°49 pubblicato il 05 Febbraio 2011 da ilsitodelmistero
 
Tag: sinai

tratto da Avvenire del 3 agosto 2010Anati: «Har Karkom è il vero Sinai»

di Lucia Bellaspiga

Una grande montagna sacra, ricca di santuari e luoghi di culto eretti nei millenni da diverse popolazioni, accanto ad altari, circoli di steli, menhir, sepolture, grandi disegni di pietre riconoscibili solo dal cielo, incisioni rupestri. Il tutto nel cuore del deserto in cui avvenne la fuga dei figli d’Israele dall’Egitto: il Negev. Tutto questo e molto altro è Har Karkom, in ebraico "Monte Zafferano" (ma non a caso in arabo Gebel Ideid, "Montagna delle celebrazioni" o "delle moltitudini"), il vasto altopiano che l’archeologo Emmanuel Anati - come spiega nel libro "La riscoperta del Monte Sinai", (ed. Messaggero Padova) - identifica con il monte Sinai. Un’ipotesi all’inizio aspramente osteggiata dal mondo accademico, oggi accolta da buona parte degli archeologi e dei biblisti come molto probabile. Una scoperta che, se confermata definitivamente, rivoluzionerà gran parte delle "conoscenze" ereditate dalla tradizione.

Dopo 30 anni di spedizioni ad Har Karkom, i riscontri archeologici sono davvero tanti...
«In un’area di 200 chilometri quadrati che si riteneva totalmente priva di resti archeologici, abbiamo rilevato 1.300 siti e milioni di reperti che attestano una presenza massiccia dal Paleolitico in poi. Sull’altopiano sono moltissime le testimonianze di culti religiosi, e alle pendici centinaia di accampamenti attestano che molti uomini si fermarono ai piedi di quella montagna. Proprio come racconta l’Antico Testamento».

La Sacra Scrittura, tanto precisa nel nominare i luoghi, avrebbe potuto ignorare una simile realtà?
«La topografia biblica menziona centinaia di siti anche piccoli in modo attendibile, se scrive che ci sono "70 palme e 12 pozzi" lo dice per indicare precisamente quel luogo: non potrebbe assolutamente aver dimenticato una montagna che da millenni era un frequentatissimo santuario a cielo aperto. Il luogo fu sacro da quando l’<+corsivo>homo sapiens<+tondo> ci mise piede (il più antico santuario risale a 40mila anni fa), ma tra il 4000 e il 2000 a.C., nell’antica età del Bronzo, per ben due millenni c’è una vera esplosione di sacralità: in altre parole, quando il popolo di Israele arriva qui e vi adora il Dio della Bibbia, si innesta in una tradizione che era già presente e molto più antica. E di questo la Bibbia non fa mistero: quando Mosè arriva a Madian, ad esempio, Ietro gli dice «vai a pascolare alla montagna di Dio», il che indica che era già considerata tale prima che ci arrivasse Mosè».

Chi e perché nega l’ipotesi HarKarkom/Monte Sinai?
«All’inizio molti erano diffidenti a priori, prima ancora di leggere le pubblicazioni che man mano informavano sulle nuove scoperte. Ricordo un professore di Gerusalemme: "Per decenni ho insegnato che il monte di Mosè è a Gebel Mousa, presso il monastero di Santa Caterina, come posso cambiare idea alla mia età?". Che a Santa Caterina la prima traccia umana risalga all’epoca bizantina non gli importava... Ad opporsi è soprattutto la scuola dei minimalisti, che negano ogni credibilità al testo biblico e lo ritengono un insieme di miti, così pensano che cercare un vero Monte Sinai sia un castello di sabbia. Oggi però le cose sono molto cambiate. Tre anni fa un’équipe di teologi di varie università cattoliche italiane ha voluto visitare Har Karkom con me: sono tornati indietro convinti di aver visto il vero Monte Sinai. In tutto il Negev, infatti, non esiste una sola montagna con una così rilevante evidenza archeologica, per non parlare della impressionante corrispondenza tra quanto la Bibbia narra e quanto abbiamo trovato ad Har Karkom».

Ad esempio?
«I numerosi cumuli di pietre e le steli probabilmente eretti per commemorare patti o eventi, com’è scritto nel Pentateuco: "Giacobbe prese una pietra e la eresse come stele, poi disse ai suoi confratelli "raccogliete pietre e fatene un mucchio"... Questo cumulo sacro e questa stele siano testimoni davanti al Dio di Abramo". E poi c’è il fatto che i siti paleolitici trovati sull’altopiano mantengono un ottimo stato di conservazione nonostante l’alta frequentazione della zona nei periodi successivi, come se chi nell’età del Bronzo abitava le pendici si tenesse lontano dalla montagna; dice infatti il Libro dell’Esodo: "Guardatevi dal salire sul monte, chiunque toccherà il monte morirà". C’è poi una suggestiva valutazione etimologica: sulla montagna abbiamo scoperto il culto di Sin, antico dio della Luna, e Sin-ai è un genitivo, "Monte di Sin", un nome conservato fino a oggi, come molti altri citati dalla Bibbia. Notevoli anche le sintonie con antichi testi egizi».

Che cosa non convince gli scettici?
«Le scoperte dimostrano che l’esodo avvenne 800 anni prima rispetto a quanto sostiene l’esegesi in voga da due secoli, quando i dati archeologici non erano noti. La tradizione, cioè, poneva l’esodo nel 1200, invece oggi sappiamo che avvenne tra il 2200 e il 2000: infatti nel 1200 ad Har Karkom è in corso uno iato, un periodo privo di frequentazioni umane, come d’altra parte nell’intera penisola del Sinai, (Santa Caterina compresa). I casi sono due: se l’esodo avvenne davvero nel XIII secolo, Har Karkom non è il monte di Mosè (ma allora l’intera zona non lo è!). Se invece l’identificazione di Har Karkom è giusta, l’esodo va anticipato di 800 anni».

E tale retrodatazione che cosa comporta da un punto di vista dell’esegesi biblica?
«Fino a oggi l’ipotesi di un esodo nel XIII secolo non trovava fondamenti nell’archeologia e il racconto biblico non stava in piedi. Gli studiosi si chiedevano perché non esistesse un solo reperto, ma non trovavano risposta. Ora tutto va a posto: l’esodo è avvenuto quando Madianiti, Amalekiti, Edomiti, e le altre tribù che la Bibbia infatti nomina, frequentarono davvero Har Karkom. Ciò dimostra che Esodo, Deuteronomio e Numeri non sono mito, e la narrazione biblica va a innestarsi nella storia. Ora un immenso patrimonio di reperti, chiuso in casse nei magazzini in Israele, attende solo di essere studiato da antropologi, storici delle religioni, teologi, esegeti e archeologi, che finalmente vedono coincidere i loro dati senza più contraddizioni».

 
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Altro che grammatica universale: le lingue separano gli uomini

Post n°48 pubblicato il 05 Febbraio 2011 da ilsitodelmistero
 
Tag: lingua

Tratto da Il giornale del 28 luglio 2010

Altro che grammatica universale: le lingue separano gli uomini

di Redazione

In inglese, così come in altre lingue europee, la sintassi si basa sull’ordine delle parole, in latino invece c’erano i casi e così pure in finnico, dove se ne contano quindici. In molte lingue del Sud-est asiatico per differenziare le parole si usano i toni. In alcune lingue amerindie ciò che noi esprimiamo in una frase o in un periodo viene compresso in un’unica, grande «parola».
Differenze palesi e in molti casi vistose, nonostante le quali si è seguitato a sostenere che le lingue sono sostanzialmente simili. Una delle idee più influenti sullo studio del linguaggio, infatti, è stata quella della «grammatica universale», che, come già scriveva Steinthal (1861) «non è più concepibile di una forma universale di costituzione politica o di religione». Enunciata per la prima volta nel Settecento, è stata rispolverata da Chomsky nel 1960 ed ha dominato per molto tempo non soltanto nella linguistica, ma anche nella psicologia e nelle scienze cognitive. Anche studiosi non chomskyani parlano di «grammatica universale» come se fosse qualcosa di certo. Così, specie tra i profani, si è diffusa la credenza che tutte le lingue sono più o meno simili all’inglese, anche se con sistemi fonetici e vocabolari differenti. Ma la realtà è molto diversa: «le lingue differiscono così profondamente fra loro ad ogni livello che è difficilissimo trovare qualche singola proprietà strutturale da esse condivisa». L’uomo è l’unica specie vivente che possiede un sistema di comunicazione variabile a tutti gli effetti. Perciò «il fatto cruciale per comprendere il posto che occupa il linguaggio nella conoscenza umana non è la sua uniformità, ma la sua diversità». È quanto affermano due linguisti della nuova generazione, Nicholas Evans della Australian National University e Stephen C. Levinson del «Max Planck Institute for Psycholinguistic» in un lungo saggio uscito su Behavioral and Brain Sciences. Le loro tesi hanno riscosso un ampio consenso, non solo da quanti, e non sono pochi, che erano già sulla stessa linea, come Martin Haspelmath, uno dei creatori del Wals (World Atlas of Language Structures), e Michael Tomasello, esponente della New Psychology.
Ma finora il «manifesto» di Evans e Levinson non era uscito fuori dall’ambito accademico. Ora invece viene riportato su uno degli ultimi numeri di New Scientist (giugno 2010), la più nota rivista americane di divulgazione scientifica. La coverstory, a firma di Christine Kenneally, è dedicata interamente a demistificare il mito dell’uniformità del linguaggio. Ciò colpisce al cuore la popolarità del chomskysmo, che specie in America non è mai stato attaccato frontalmente, e a guidare questa «riscossa della linguistica» sono centri di ricerca europei ed università come quelle australiane, oggi all’avanguardia nello studio di quelle lingue «esotiche» che hanno rivoluzionato la linguistica

 
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