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MOSTRO DI LOCH NESS, TROVATO?

Post n°2387 pubblicato il 15 Ottobre 2019 da blogtecaolivelli

Fonte: risorse dell' Internet

Indagine sul Dna nelle acque: la scoperta clamorosa

06.09.2019 - Paolo Vites

Lo studio più complesso mai effettuato sul

mostro di Loch Ness

nessie-loch-nessieLa famosa foto di Robert

Kenneth Wilson  Esiste o non esiste? Da più

di cento anni almeno, appassionati, studiosi,

cacciatori di misteri, semplici turisti si affannano

nella disputa che riguarda l'esistenza o meno

di una misteriosa creatura nelle oscure acque

del lago di Loch Ness, in Scozia, il lago più

grande del Regno Unito. Tante foto che mostrano

una sorta di animale preistorico sono state

scartate perché frutto di evidenti fotomontaggi,

eppure c'è ancora chi si ostina a dire di aver

visto un animale sconosciuto spuntare dalle

acque del lago.

Adesso arriva i risultati dello studio più complesso

mai effettuato sul mostro di Loch Ness, a

opera di un team di studiosi della Nuova Zelanda.

Uno studio scientifico, non la semplice ricerca

con sottomarini o apparecchiature varie (che

hanno sempre comunque dato esito negativo)

eseguito prelevando 250 campioni delle acque

del lago per studiarne il dna contenuto.

Nessuna traccia di animali preistorici o mostri

della natura, ma clamorosamente si è potuto

individuare che "qualcosa" in effetti c'è.

Che cosa?

TROVATO IL "MOSTRO DI LOCH NESS"

Anguille: "La presenza davvero abbondante di

dna di anguille ha portato alla conclusione che

effettivamente esemplari giganteschi di questo

animale possano trovarsi nelle acque del lago.

Queste anguille fuori norma vivrebbero nelle

profondità delle acque, ma il loro spuntare in

superficie potrebbe spiegare l'effetto visuale

di una creatura anomala, il cosiddetto mostro

di Loch Ness" dicono i ricercatori.

Secondo il professor Gemmel dell'università di

Otago, scrive il quotidiano inglese Independent,

"esiste una quantità molto significativa di dna di

anguille.

Il lago ne è pieno, ogni campione prelevato

riportava il loro dna".

I dati raccolti però non permettono di calcolare le

loro dimensioni, ma vista la grande quantità di

dna "non possiamo escludere la possibilità che

possano esserci anguille giganti" ha detto ancora.

In effetti in passato diversi sommozzatori in

passato avevano detto di aver visto grandi

anguille in profondità, grandi anche circa quattro

metri: "Come genetista penso molto alle mutazioni

e alle variazioni naturali, e mentre un'anguilla così

grande sarebbe ben al di fuori della gamma

normale, non sembra impossibile che qualcosa

potrebbe crescere a dimensioni così insolite".

Svelato per sempre il mistero del lago di Loch Ness?
© RIPRODUZIONE RISERVATA

 
 
 

Altre notizie dalla preistoria.

Post n°2386 pubblicato il 15 Ottobre 2019 da blogtecaolivelli

Fonte: le risorse dell'Internet

I rettili simili a coccodrilli che

terrorizzavano i dinosauri

Per gli erbivori di 210 milioni di anni fa, la morte aveva le

sembianze dei rauisuchi, bestioni lunghi come camion che

si spinsero quasi fino all'Antartide: uno studio fa luce su

alcuni degli ultimi rappresentanti di questo gruppo estinto.

rauisuchi-illustrazioneScene di ordinaria contesa in un ecosistema del Triassico:

due rauisuchi lottano per la carcassa di un erbivoro

(illustrazione artistica).|VIKTOR RADERMACHER

I dinosauri vegetariani del Triassico e i terapsidi, i rettili

imparentati con gli antenati dei mammiferi, avevano una

preoccupazione in comune: quella di finire tra le grinfie

dei rauisuchi, giganteschi carnivori simili a coccodrilli

che si estinsero 200 milioni di anni fa. Un nuovo studio 

su due specie di questo ordine di predatori vissute in Africa

meridionale fa luce sull'aspetto, e sulle abitudini alimentari,

di animali ancora poco conosciuti, i cui fossili sono spesso

stati confusi con quelli dei dinosauri.

SENZA RIVALI. I rauisuchi appartenevano al clade degli 

arcosauri, un grande gruppo di rettili che include i dinosauri,

gli antenati estinti dei coccodrilli, gli pterosauri, i coccodrilli e,

secondo alcune classificazioni, gli uccelli attuali.

Nel Triassico medio e superiore, i rauisuchi si trovavano all'apice

della catena alimentare, e quando si estinsero, lasciarono una

nicchia che fu occupata dai grandi dinosauri carnivori.


Cacciatori di dinosauriL'autore dello studio, Rick Tolchard, insieme a un fossile di

rauisuco trovato in Namibia. | HELKE MOCKE

VISTI DA VICINO. Fossili di rauisuchi sono venuti alla luce

in diversi strati di roccia della Elliot Formation, una formazione

geologica in Lesotho e Sudafrica. I paleontologi dell'Università

di Witwatersrand hanno rianalizzato denti, mascelle, corazza e

zampe posteriori di cinque esemplari appartenenti a due diverse

specie di rauisuchi vissute 210 milioni di anni fa, tra le più

recenti restituite da questo sito di scavi.

 

Cacciatori di dinosauri

Denti di rauisuchi, capace di sminuzzare un dinosauro.

 | WITS UNIVERSITY

A MACCHIA D'OLIO. Le osservazioni confermano che i

bestioni, che crescevano fino a 10 metri e avevano denti serrati

e ricurvi, si nutrivano di dinosauri erbivori.

Il loro grosso cranio era adatto ad addentare una grande varietà

di creature, e forse proprio l'abbondanza di cibo determinò la

fortuna del gruppo di predatori, che si spinse fino quasi al

Circolo polare antartico, portando il proprio corpo al limite

delle capacità adattive.

I rauisuchi sono filogeneticamente vicini ai coccodrilli odierni,

ma nel Triassico svilupparono forme e taglie molto diverse tra

specie e specie. I carnivori descritti nello studio rappresentano

alcuni degli esemplari più grandi appartenenti a questo gruppo.

 
 
 

Altri Nobel 2019.

Post n°2385 pubblicato il 15 Ottobre 2019 da blogtecaolivelli

 

NOBEL CHIMICA 2019

/ I "magnifici tre" che ricaricano i nostri telefoni

ogni notte10.10.2019 - Elisabetta Bulla

Le ricerche dei chimici Goodenough, Whittingham

e Yoshino hanno condotto alla costruzione delle

batterie ricaricabili al litio che conosciamo

cina treno litio tecnologia lapresse1280Cina:

i test per un treno sospeso alimentato al litio

(LaPresse)  I vincitori del Premio Nobel per la

Chimica 2019 sono John B. Goodenough, M.

Stanley Whittingham e Akira Yoshino "per lo

sviluppo delle batterie al litio". In particolare,

John B. Goodenough, nato nel 1922 a Jena,

in Germania, è la persona più anziana

insignita del Premio Nobel e ha lavorato presso

la University of Texas at Austin (Usa). M. Stanley

Whittingham, invece, nato nel 1941 in Gran

Bretagna, è Professore illustre alla Binghamton

University, State University di New York (Usa).

Akira Yoshino, infine, nato nel 1948 a Suita, in

Giappone, è membro onorario della Asahi Kasei

Corporation a Tokyo (Giappone) e Professore

alla Meijo University di Nagoya (Giappone).

"Hanno reso possibile un mondo ricaricabile",

questa la motivazione data dall'Assemblea del

Nobel al Karolinska Institutet a Solna.

I tre studiosi hanno contribuito all'invenzione

delle batterie al litio (o, più precisamente, degli

accumulatori agli ioni di litio), oggi comunemente

presenti nei telefoni cellulari, nei personal

computer e nelle auto elettriche.

"Attraverso il loro lavoro, i vincitori del premio per

la Chimica di quest'anno hanno gettato le basi

per una società senza fili e senza combustibili

fossili". Le batterie agli ioni di litio sono infatti

ricaricabili, leggere, durevoli e possono essere

utilizzate per immagazzinare energia da fonti

rinnovabili, ad esempio energia solare o eolica,

rendendo possibile una società senza combustibili

fossili.

 M. Stanley Whittingham ha sfruttato negli anni

70, durante la crisi energetica, il forte impulso

del litio, in grado di liberare il suo elettrone

esterno, e ha così sviluppato la prima batteria

al litio funzionale.

In particolare, ricercando dei superconduttori,

ha scoperto un materiale estremamente ricco

di energia, che ha usato per creare un catodo

innovativo in una batteria al litio.

Questo è stato realizzato con disolfuro di titanio

che, a livello molecolare, ha spazi che possono

ospitare ioni di litio.

L'anodo della batteria, invece, era in litio-alluminio.

Ciò ha portato alla nascita di una batteria che

aveva letteralmente un grande potenziale, poco

più di due volt.

Tuttavia, il litio metallico è reattivo e la batteria era

troppo esplosiva per essere praticabile.

John B. Goodenough, tra gli anni 70 e 80, ha

raddoppiato il potenziale della batteria al litio,

creando le condizioni necessarie alla costruzione

di una batteria molto più potente e utile.

Infatti, comprese che il catodo avrebbe avuto un

maggior potenziale qualora fosse stato realizzato

usando un ossido metallico, e non un solfuro

metallico, utilizzato invece da Whittingham.

Nel 1980 dimostrò che l'ossido di cobalto, intercalato

agli ioni di litio, è in grado di produrre addirittura

quattro volt.

Akira Yoshino, usando come base il catodo innova-

tivo di Goodenough, creò la prima batteria al litio

nel 1985, uscita sul mercato nel 1991, riuscendo

ad eliminare il litio puro, reattivo, dall'anodo,

usando invece il coke petrolifero, che può anch'esso

esser intercalato agli ioni di litio.

Quando caricò il coke petrolifero con elettroni, gli

ioni di litio vennero attirati nel materiale; quando

poi accese la batteria, gli elettroni e gli ioni di litio

fluirono verso l'ossido di cobalto nel catodo, dal

potenziale molto più elevato.

Il vantaggio delle batterie al litio è che queste

ultime non sono basate su dannose reazioni

chimiche che rompono gli elettrodi, ma sugli ioni

di litio che scorrono avanti e indietro tra l'anodo

e il catodo, tra gli elettrodi a cui sono intercalati,

senza avviare una reazione con l'ambiente

circostante e garantendo lunga vita alla batteria

stessa.

Tutto ciò ha reso la batteria non solo attuabile e

funzionante, ma anche leggera e ricaricabile centinaia

di volte prima che si possa deteriorare.

L'uscita sul mercato delle batterie al litio (1991)

rivoluzionò l'elettronica stessa.

I computer diventarono portatili e si svilupparono

nuovi mezzi tecnologici quali tablet e lettori MP3.

La batteria al litio, considerata ancora oggi la più

efficiente, ha subito negli anni dei miglioramenti;

tra questi, Goodenough ha sostituito l'ossido di

cobalto con il fosfato di ferro, rendendo così la

batteria maggiormente rispettosa dell'ambiente.

Nonostante la sua età, infatti, egli continua

tutt'oggi a ricercare batterie sempre più efficaci

e sicure: la sua ultima invenzione è la "batteria

di vetro" che, se confermata, dovrebbe essere

nettamente migliore rispetto alle batterie al litio

per densità di energia, intervallo di temperatura

operativa e sicurezza.

Akira Yoshino, durante la conferenza stampa in

cui si annunciavano i vincitori, ha detto: "la curiosità

è stata il mio motore, la mia principale forza trainante",

mentre in un'altra intervista telefonica ha ribadito

l'importanza di continuare a pensare e a riflettere,

identificando in questo il segreto della sua creatività.

Gli studiosi insigniti del Premio Nobel per la Chimica

2019 hanno contribuito, e contribuiranno, in maniera

essenziale allo sviluppo di una società senza fili

e senza combustibili fossili e hanno dimostrato

come un fallimento non riesca a fermare la curiosità

e il desiderio di scoprire e conoscere tipici dell'uomo. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 
 
 

Un altro continente perduto

Post n°2384 pubblicato il 15 Ottobre 2019 da blogtecaolivelli

Fonte: Internet

Grande Adria, un continente perduto

Non è Atlantide e alcuni resti sono in Italia

24.09.2019 - Paolo VitesGrande Adria,

un continente perduto si trovava nel cuore

del Mediterraneo. Non è Atlantide e alcuni

resti sono in Italia... La grande scoperta.

grande adriaGrande Adria  Senza saperlo,

milioni di turisti trascorrono le loro vacanze

su un grande continente perduto.

E' la mitica e leggendaria Atlantide, il

continente che si suppone sia sprofondato

nel Mar Mediterraneo dove ora si trova il Mar

Egeo, lasciando in superficie solo migliaia di 

isolette? No, dicono subito gli studiosi che

hanno annunciato la loro scoperta, non è

Atlantide, ma "la Grande Adria".

E i resti di questo continente perduto si

trovano in superficie, non sotto al mare, un

territorio che si estende da Torino al nord

della Puglia.

Una terra che, hanno detto i ricercatori della

università olandese di Utrecht, si staccò dalla

Africa del nord più di 200 milioni di anni fa.

Sempre secondo gli studiosi gran parte del

territorio è immerso nel mantello terrestre,

tuttavia una parte della massa è rimasta

visibile, costituendo una striscia di terra in tutta

Italia che si estende da Torino a nord fino

alla Puglia a sud. Secondo l'articolo pubblicato

sulla rivista Gondwana Research, la massa

terrestre si è separata dal Nord Africa oltre 200

milioni di anni fa prima di spostarsi lungo il

complesso sistema di placche tettoniche che

compongono la regione mediterranea.

IL DISASTRO GEOLOGICO
In pratica, "un disastro geologico" spiegano:

"tutto è curvo, rotto e impilato.

Rispetto a questo, l'Himalaya, ad esempio,

rappresenta un sistema piuttosto semplice.

Lì puoi seguire diverse grandi linee di faglia

su una distanza di oltre 2000 chilometri".

Gran parte della massa di terra però è

sprofondata in mare, sotto le acque a ovest

dell'Italia, coperto da barriere coralline, mari

poco profondi e sedimenti.

Quei sedimenti hanno continuato a formare

rocce, che a loro volta sono state raschiate

via via che il continente affondava sotto

placche tettoniche lasciando catene montuose

nelle Alpi, Appennino, Balcani, Grecia e Turchia.

Non è la prima volta che vengono scoperte

masse di terra perdute.

Nel 2017 i ricercatori dell'Università del

Witwatersrand in Sudafrica hanno scoperto

che l'isola di Mauritius si trova sulla cima di

un frammento non scoperto del Gondwana

del "supercontinente" vecchio di 200 milioni

di anni, che si divise per formare Africa, Sud

America, Antartide, India e l'Australia circa

180 milioni di anni fa.

© RIPRODUZIONE RISERVATA 

 
 
 

Altre notizie dalla spazio sidereo.

Post n°2383 pubblicato il 15 Ottobre 2019 da blogtecaolivelli

Fonte: le risorse della Rete


22 agosto 2019

L'immane collisione che cambiò il

"cuore" di Giove

NASA/JPL-Caltech 
L'impatto con un protopianeta ha segnato la

giovinezza di Giove, che ne porta ancora le

tracce: sarebbe questo il motivo per cui il

nucleo del pianeta non è piccolo e compatto,

ma gli elementi pesanti da cui è composto

sono sparsi in un volume che occupa quasi

metà del suo raggio.

Quattro miliardi e mezzo di anni fa, Giove,

allora ancora in fase di formazione, entrò in

collisione con un protopianeta con una massa

dieci volte superiore a quella della Terra.

L'apocalittico scontro frontale sconvolse il

nucleo del pianeta con conseguenze rilevabili

ancora oggi.
E' questa la spiegazione di gran lunga più

probabile della inaspettata struttura del nucleo

di Giove rivelata dalla sonda Juno della NASA

che, lanciata nel 2011, dal 2016 sta orbitando

attorno al pianeta raccogliendo un'importantis-

sima varietà di dati.

A sostenerlo è uno studio, pubblicato su "Nature",

condotto da un gruppo internazionale di

ricercatori diretti da Andrea Isella della Rice

University, e Shang-Fei Liu. D, della Sun Yat-sen

University a Zhuhai, in Cina.
Raffigurazione artistica di Juno in orbita attorno

a Giove (NASA)La rilevazione del campo gravitazio-

nale del pianeta fatta da Juno aveva infatti mostrato

delle anomalie del tutto inaspettate: invece di

essere piccolo e compatto, il nucleo di Giove

occupa quasi metà del suo raggio, e gli elementi

pesanti (ossia diversi da idrogeno ed elio), che

rappresentano il 10-15 per cento della sua massa,

sono diluiti e sparpagliati in questo enorme volume.

Il problema è che i modelli di formazione

planetaria indicano che la maggior parte

degli elementi pesanti si accumula durante

le prime fasi della formazione di un pianeta

creando un nucleo relativamente compatto.

Dopo aver eseguito migliaia di simulazioni al

computer, Shang-Fei e colleghi sono riusciti

a identificare uno scenario in grado di dar

conto dell'inconsueta struttura del nucleo

di Giove.

Secondo la loro ricostruzione, inizialmente

Giove era formato da un nucleo solido e

compatto di elementi pesanti con una massa

pari a circa una decine di masse terrestri,

circondato da una estesa e massiccia atmosfera,

all'incirca corrispondente a quella attuale.

Raffigurazione schematica dell'effetto sul

nucleo di Giove dell'impatto con il protopianeta

(© Shang-Fei Liu/Sun Yat-sen University)

Il fortissimo campo gravitazionale di Giove deve

aver perturbato l'orbita di uno dei protopianeti

che popolavano il giovane sistema solare,

dotato di un nucleo solido di circa otto masse

terrestri e un'atmosfera di due.

L'enorme differenza fra le masse dei due corpi

celesti ha fatto sì che il protopianeta si

precipitasse a capofitto su Giove, dirigendosi

come un proiettile verso il suo nucleo.

Il conseguente impatto fra i due nuclei di

dimensioni abbastanza simili li avrebbe

quindi mandati in frantumi rimescolandone

il materiale con quello dell'atmosfera circostante.

I risultati ottenuti, osserva Isella, potrebbero

interessare non solo i planetologi, ma anche

una più ampia platea di astronomi, che a volte

osservando stelle lontane vedono emissioni

infrarosse che scompaiono inspiegabilmente

dopo qualche anno: "Una possibilità è che si

stia guardando una stella mentre due pianeti

rocciosi si scontrano frontalmente e si frantumano,

creando una nuvola di polveri che assorbe

la luce stellare e la riemette.

Si osserva così un lampo, ma dopo un po' di tempo,

la polvere si dissipa e l'emissione sparisce."  (red) 

 
 
 
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