Creato da aliantelibero il 15/08/2008
ovvero il fratello dello scemo del villaggio

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L'intento di questo blog è di far conoscere da un punto di vista "altro" il mondo della malattia mentale e del disagio psichico. I contenuti del blog, in bilico fra cronaca quotidiana, letteratura scientifica e presunzione letteraria affronteranno con ironia e creatività, ma pur sempre con serietà e correttezza i temi più vari che attengono alla vita delle persone con disagio psichico e i loro familiari.

I contenuti e le immagini non intendono offendere nè stigmatizzare persone con disagio psichico o loro familiari. Termini crudi e forti sono usati, e talvolta abusati, non per connotare le persone in condizione di disagio psichico, ma per sottolineare e stigmatizzare precisi luoghi comuni e stereotipi sociali di cui è spesso intriso il linguaggio e il pensiero corrente

Il blog non pretende di far divulgazione nè scientifica nè di altra natura, ma offre solo le riflessioni e gli sfoghi di una persona che nel mondo della malattia mentale, per professione e per affetti familiari, ci vive ogni giorno.

Il personaggio narrante è frutto di pura fantasia e tutte le vicende narrate, devono intendersi fortemente romanzate, senza alcun riferimento intenzionale a persone reali... in quanto ai fatti, quando sarà necessario i riferimenti saranno seri e circostanziati e sotto stretta responsabilità dell'autore.

 

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Storie di padri e figli

Post n°103 pubblicato il 23 Settembre 2013 da aliantelibero

Da qualche tempo Amerigo ha cominciato ad appassionarsi ad internet.

Un giorno, senza alcun preavviso mi disse che voleva anche lui un suo profilo su facebook e che voleva capire come si "trovano le cose" su "Gugol"

I primi giorni abbiamo condiviso il mio pc. Ogni volta che a me non serviva, lui si metteva a smanettare e navigare.

Dopo qualche settimana notai nella cronologia delle ricerche, delle parole chiave abbastanza emblematiche: dottoresse attizzate, infermiere di notte, segretarie aggressive, casalinghe sole...

Capii che era ora che Amerigo avesse un pc tutto per se, e con pazienza recuperai un vecchio portatile che avevo messo da parte.

Quello che però mi colpì veramente, mentre ripulivo le tracce delle sue ricerche fu un nome:

Pier Manfredo Santacroce


Suo padre



Amerigo aveva cercato notizie su l'uomo che dopo averlo messo al mondo si era praticamente dimenticato di lui e della donna con cui l'aveva concepito, per sparire come neve al sole di primavera.

Era da molto tempo che Amerigo non mi faceva domande su quell'uomo. Pensavo che in qualche modo l'avesse riposto nel cassetto dei ricordi inutili.

Non era così.

Scoprire questo suo bisogno di sapere di suo padre mi stranii anche se in fondo non c'è nulla di così trascendentale in esso.

Volevo trovare un modo per parlare con lui di questo senza fargli comprendere che avessi visto le sue navigazioni online. 

Fu così che mi sono ritrovato a pensare a Pepe e Ramon, padre e figlio messicani che incontrai a Tel Aviv...

Avevo preso un letto in un ostello.

Una camerata da 10.

Quando mi capita di viaggiare da solo, scelgo spesso questa soluzione.

La condivisione della stanza è sempre un buon viatico per conoscere qualcuno e quindi rimediare temporanea compagnia.

Arrivai in ostello a notte fonda. C'era un silenzio profondo nei corridoi.

Quando aprii la porta della camerata mi colpì la scena di due sagome curve sul piccolo tavolino che studiavano, alla luce di una piccola torcia, una grande cartina geografica.

Di sottofondo si udivano dei rantolii e un sommesso russare.

I letti della stanza erano, come in quasi tutti gli ostelli, a castello.

Il mio posto era al livello superiore, giusto di fronte al tavolo.

Salutai le due sagome, che mi risposero con un cenno della testa. Sistemai la mia borsa quasi al buio cercando di fare meno rumore possibile e mi accucciai sulla mia brandina.

La sagoma più anziana mi chiese, in inglese, se avessi fastidio della loro luce.

Li tranquillizzai e mi rannicchiai per provare a dormire.

Parlavano con voce flebile, ma riuscii a comprendere che parlavano in spagnolo. Capii che stavano pianificando un viaggio e che erano in disaccordo. Li ascoltai per qualche minuto, poi mi abbandonai al sonno.

Quando la mattina scesi nella sala colazione, trovai l'uomo spagnolo che preparava un caffè. Mi riconobbe e si propose di prepararlo anche per me. Mi disse che si chiamava Pepe e che era messicano. Parlammo a lungo e mi raccontò la sua storia. Nel frattempo anche Ramon si era unito a noi.

Pepe era un sindacalista. Antigovernativo. Nel 1990 aveva avuto parte attiva nell'organizzazione dello sciopero dei lavoratori della Birreria Modelo di Città del Messico, contro la decisione del sindacato nazionale di riconoscere i propri dirigenti locali e contro il rifiuto del governo di riconoscere il loro diritto di sciopero.

Lo sciopero fu sedato dalla polizia antisommossa che, armata, attaccò picchetti fuori dalla fabbrica portando via gli scioperanti, che furono picchiati ed arrestati.

Pepe fu condannato a 18 anni di prigione nel giro di pochi giorni. La moglie era incinta da 5 mesi.

Suo figlio, Ramon, nacque senza che egli potè vederlo e per tutti gli anni della prigionia non gli fui mai concesso di riceverlo in visita.

La prima volta che Pepe vide suo figlio fu al suo rilascio. Ramon era ad attenderlo fuori dal cancello della prigione. Era già un uomo. Pepe aveva mancato tutte le tappe della sua crescita.

Aveva 18 anni d'amore e di paternità da recuperare.

Dopo pochi mesi, riempirono uno zaino a spalla e decisero di conoscersi andandosene in giro per il mondo...

Sembrava una storia da romanzo, ma era vera.

Pepe e Ramon erano lì.

Pepe e Ramon erano i due che prendevano il caffè con me

Pepe e Ramon erano i due che si accingevano a percorrere un'altra tappa del loro avventuroso viaggio: Damasco, in Siria.

Ho ripensato a Pepe, pensando ad Amerigo che cerca notizie di Pier Manfredo.

Ho ripensato a me, al mio desiderio di paternità frustrato dalle sfilacciature e crepe delle storie in cui mi sono sempre impelagato. Storie che non mi hanno mai portato a pensare seriamente a mettere al mondo una mia progenie.

Pepe e Ramon, Amerigo e Pier Manfredo, io e...

Storie di padri e figli. Padri e figli perduti, padri e figli ritrovati, padri e figli mancati

Chissà dove saranno ora Pepe e Ramon,

Chissà dov'è Pier Manfredo...

Chissà dove sarei stato io se avessi avuto un figlio...

 
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LA FAMIGLIA BUONOFIGLIO

Amerigo Santacroce… mio fratello.

Uno dei tanti nati verso la fine degli anni 60, quando i parti si facevano in casa e il nascituro doveva affidare la sua sorte nelle mani di qualche buona praticona...

Lui non ebbe culo: una banale complicazione, una levatrice leggermente impreparata, un principio di embolia che blocca l’afflusso d’ossigeno al cervello e… buona notte al secchio…

Ecco dunque a voi, signore e signori l’iperbolica genesi dell’attuale detentore del titolo di “scemo del villaggio” di questo ameno borgo del sud Italia.


Io.. io sono Adalberto.

Adalberto Buonofiglio per la precisione. Figlio di secondo letto di mia madre. Potete tranquillamente risparmiarvi l’ironia a buon mercato sul mio nome: la conosco da quando sono nato. Per l’esattezza 7 anni dopo. In ospedale questa volta, a scanso di equivoci…


PierManfredo Santacroce, padre d’Amerigo era un artista di quelli che la critica colta ama chiamare “eclettico”. La gente comune, più grossolanamente, “svitato”. Di origine geografica ignota, girovago fin dall’adolescenza, la leggenda narra che non abbia soggiornato in un luogo mai più a lungo di 3 anni consecutivi.

Il matrimonio e la convivenza con mamma non contraddissero questa regola. Si racconta infatti che all’alba del mille e dodicesimo giorno di stanzialità nel nostro paese raccolse i suoi vestiti ed i suoi silenzi lasciando come ricordo di se un letto vuoto, un amore interrotto ed un figlio che era il giusto frutto di cotanto genitore.


Di Antonio Buonofiglio, mio padre c’è poca storia da raccontare… Buon uomo senza arte e senza dote. Semplicemente l’unico partito per rimediare alla “bianca vedovanza” di mia madre


Su Maddalena Santacroce Buonofiglio, angelo del focolare di questa nostra laconica famiglia, concedetemidi conservare un devoto silenzio, ché gia troppe son le parole spese su di lei…

 

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