ass. casello13

associazione culturale

 

SALENTIMA

SalentIMA è una campagna sul pronto intervento cardiologico, si concentra in primo luogo nel riconoscere precocemente i sintomi dell’infarto; in secondo luogo la chiamata del 118, così da avere diagnosi e terapia fin dal primo istante.

Chiamare il 118, infatti, significa essere soccorsi adeguatamente e con celerità. Questo servizio è collegato con tutte le strutture provinciali sanitarie.

Questa campagna di educazione è rivolta ai cittadini, partita con le nostre associazioni intende non fare a meno delle importanti realtà quali le associazioni di volontariato, le scuole, l’università etc.

Abbiamo prodotto questa prima brochure informativa che è già in diffusione nei Comuni del basso Salento, fino ai confini di Brindisi e Taranto.

Abbiamo istituito un coordinamento a Lecce e siamo in rete con tutte le associazioni che operano nella Sanità.

L’iniziativa gode dell’appoggio della la Regione Puglia, la Provincia di Lecce e la  AUSL Lecce,.

del Comune di Novoli, Trepuzzi,, Squinzano, Zollino

Coordinamento Associazioni

Pino Sansò, Ambra Biscuso

Info:3394145883/3395607242 -

Mail:casello13@hotmail.it/http://blog.libero.it/SalentIma/

 

IL VISSUTO NELLE IMMAGINI

“Il vissuto nelle immagini” 

1/8 Marzo 2007

Ex Convento dei Teatini  -C.so Vittorio Emanuele- Lecce

Valentina Conoci, Andrea Laudisa, Simon Palma, Francesca Speranza

  Un viaggio di carta fatto di scatti: Donne vestite di ricordi, a volte intrappolate nel colore del silenzio, e luoghi segnati dal tempo                                                                                                               

 

ARTE IN CONVENTO

“Arte in Convento”- Chiesa di Santa Chiara- Copertino di Lecce                  L’iniziativa “Arte in Convento” dell’associazione Casello Tredici, patrocinata dal Comune di Copertino, si svolge nella magnifica scenografia della Chiesa di Santa Chiara ( ex Convento delle Clarisse), dal 19 luglio al 24 settembre 2006.“Arte in convento” mira al recupero del rapporto tra committenza e arte, divenuta necessaria vista la modificazione dell’architettura, in particolare quella ecclesiastica, oggi, come ieri, pensata e progettata in modo da essere collocata in un contesto urbano contemporaneo. Per questa prima iniziativa abbiamo pensato ad artisti che si accostano a questa progettualità producendo opere d’arte che pur mantenendo il carattere della sacralità hanno un occhio attento e calato nel contemporaneo. Si passeranno il testimone: Gix, Maurizio Martina, Raffaele Vacca, Franco Contini per quanto concerne le arti visive. Come si auspicava in corso d’opera si sono unite altre sensibilità artistiche e creative tanto che la Chiesa di Santa Chiara è diventato un contenitore di memoria visiva e/o poetica, con presentazione di libri, blitz di poesia, happening artistica e teatrale, dis_velando luoghi che storicamente erano celati alla vista.  Hanno aderito all’iniziativa, tra gli altri: Antonio Tarsi, con il suo film “Giuseppe Desa”, Elio Scarciglia con il documentario “I colori del Salento”, l’attore Ivan Raganato, i musicisti Checco Leo e Antonio Franco, Patrizia Sambati, la soprano Ju Hae- Min gli scrittori e poeti: Giuse Alemanno, Vincenzo Ampolo, Marilena Cataldini, Antonio Errico, Rosanna Gesualdo, Giovanni Greco, Maria Grazia Martina, Alberto Mori, Fernando Nestola, Maria Pia Romano, Mirosa Sambati, la compagnia degli artisti di strada di Palermo Verdeska. “Arte in convento” aderisce al progetto MUKULA: dona la Luce per avere un Sorriso. Idee con l’Africa.

 

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« cappelle votive di stradaIlderosa Laudisa »

Ilderosa Laudisa e le cappelle votive di strada-2

Post n°4 pubblicato il 10 Marzo 2007 da casello13
 
Foto di casello13

Questa cappella che vi stiamo per mostrare era dedicata, pare, alla locuzione, è quella ...A….F… era quella di S. Anna. Per la verità l’immagine di S. Anna  è visibile una sola volta  quindi ci sono dei dubbi  se si tratta veramente di S. Anna  o era dedicata alla Madonna e poi attraverso il tempo la devozione  ha fatto emergere il  ruolo di S. Anna, o viceversa .E’ scomparsa qualche altra immagine di S. Anna  e quindi oggi è difficile  essere consapevoli  che potesse essere dedicata  a Lei. Diciamo che la denominazione delle Cappelle, come quelle delle chiese è vivente, segue il percorso della devozione, della fruizione. E’ come il linguaggio che finché è vivo e modificano i nomi vuol dire che è ancora vivo il manufatto, quindi se prima era della Madonna e poi l’ hanno chiamata Sant’Anna o San Vito, come diceva quel pastore, vuol dire che per molti è ancora è viva quella Cappella e quindi noi ne rispettiamo assolutamente le locuzioni. Gli affreschi sono delle tempere grasse quindi poco visibili e sono stratificate, come spesso avviene, anzi nelle grosse cripte attraverso il tempo i proprietari di queste proprietà, ecc. di questi manufatti per devozione e perché si degradavano con l’umido ecc. intervenivano e ne rifacevano di nuovi, o cambiavano tante volte il soggetto, o addirittura lo stesso soggetto veniva riproposto .

Noi qui ci troviamo di fronte ad una Cappella particolarmente interessante, perché pure essendo molto deteriorata conserva la sua impostazione organica. Cioè vedrete che all’interno abbiamo delle cornici che percorrono e scandiscono i vari registri nei quali sono allocati i dipinti, incorniciano la controfacciata, incorniciano la parete dietro l’altare e sono anche molto eleganti, perché sono dei finti marmi che imitano il porfido, ecc.

Quindi è stata congegnata e doveva essere uno splendore  quando fu fatta , quando fu dipinta, diciamo che l’impostazione  è ascrivibile al sedicesimo secolo o alla fine del sedicesimo secolo.  Poi si leggono degli interventi successivi del diciassettesimo secolo fino ad arrivare a quella deliziosa immagine, che poi vedrete, nell’immagine ,della Madonna bambina  con S. Gioacchino e S. Anna che sono di una tenerezza incredibile anche se è  molto popolare . Mentre molte immagini si riferiscono ad iconografie auliche fanno riferimento alla pittura contemporanea nota attraverso la Chiesa, poi faremo qualche discorso specifico.Quella invece proprio devozionale sicuramente recuperata da qualche immaginetta che circolava nell’ottocento con un’interpretazione popolare (proprio bellissima) che adesso non voglio anticiparvi iniziamo allora a guardare:

(sequenza foto)

Questo è l’esterno della Cappella di S.Anna vediamo il retro c’è una croce Greca che c è anche sul prospetto anteriore sulla facciata,   evidentemente  c’era  ancora la tradizione  di celebrare con il rito greco, che da noi solamente con un decreto pontificio fu eliminato, con pene di dichiarazione di eretici per coloro i quali, nel 1642, avessero continuato a celebrare  con il rito greco. È stato molto difficile nella nostra terra allontanare quello greco e celebrare con quello latino, che era talmente radicato da noi che abbiamo sofferto parecchio .

Queste sono le decorazioni dell’interno, vedete come si simulano i marmi proprio è tutto riquadrato, qui pure ci sono degli oculi, degli ovali, sempre che imitano i marmi e questi sono invece (foto8/9) motivi decorativi tipo fitoformi, che stanno intorno alle cornici vedrete che si tratta proprio di un impegno serio.

Invece, nella seconda parte che andiamo a guardare, incominciamo a vedere la prima iconografia: l’altare non c’è più è scomparsa ogni suppellettile, ovviamente possiamo immaginare che questa cappella fu utilizzata anche da contadini nel tempo, senza porte. Prima che loro mettessero la porta i ragazzini andavano a mangiare le angurie è chiaro che le suppellettili sono le prime a sparire e purtroppo da noi gli altari spariscono .

Il prof. Scarciglia non badi a questa iconografia e non sia severo, queste foto sono state fatte di corsa e come promemoria, però io intanto lo dico, ignoravo di doverle utilizzare qua, è stata la pazienza e la bravura di Ambra Biscuso che ci ha permesso di portarle qui, secondo me non si potevano proprio usare, insomma lei invece le ha rese decenti almeno fruibili.

Questa è la parte che sta dietro l’altare, ecco il volto di S. Francesco che ci è apparso  dopo 3-4 volte  che eravamo andati  perché non si vede proprio .

Questo sembra facile, questa è la Madonna con Bambino si tratta della MADONNA del Carmine  che poi voi la vedrete è molto simile  come iconografia,  come tutto,  nella chiesa di S.Maria di Casole, ecco qui c’è S. Antonio  che ci è apparso domenica al computer,  è passato.. praticamente dal giglio  ci è stata data la possibilità  di capire che era lui …poi c’è anche l’ombra  della chierica che è sul capo, però solo un’ombra, quella è molto deteriorata.

 

Ecco come appare stando nella Cappella

Così  si vedono le immagini  invece adesso ,vai piano piano  le vedrete più nitide

 

Io intanto già ….sotto la rappresentazione della Madonna del Carmine,  con S. Francesco da un lato e Sant’Antonio dall’altra, sotto ci sono prima due nicche dove probabilmente venivano messe le suppellettili che servivano per la celebrazione, poi ci sono sotto due raffigurazioni della passione di Cristo,  un Cristo che porta la croce con i flagellatori  che lo aggrediscono .

Dall’altra parte Cristo alla colonna quindi con una sequenza molto…

Ecco Cristo alla colonna e nelle nicchie, c’è parte della policromia che imitava il marmo anche quelle erano decorate.  Queste fanno vedere come compaiono queste stratificazioni, come si vede ad occhio nudo l’Immagine e vedete che si tratta di dipinti molto, molto antichi perché appartengono proprio alla fase del sedicesimo secolo e poi c’è, credo subito dopo, dei frammenti di una deposizione, che sono i frammenti più importanti dal punto di vista artistico.

Potrebbe essere la Madonna che è proprio bellissima di gusto giottesco, non dimentichiamo che siamo  poco lontani  da Galatina,  da tutte quelle situazioni ecc.

Questo è il sudario il corpo di Cristo è meraviglioso, veramente di buona mano e poi vedrete il dettaglio di quelle dita che sono bellissime, fatte molto bene.

Questa deposizione è proprio di buona qualità, sicuramente i proprietari hanno chiamato pittori che lavoravano nella zona, nelle chiese, perché un discorso del genere non lo potevano fare gli artigiani ma con una scrittura iconografica e anche decorativa molto organica si tratta sicuramente di un’impostazione data da persone del mestiere. Poi man mano nel tempo c’è stato qualche stravolgimento .

Ecco questa parete è la controfacciata, entrando a sinistra c’è la Madonna del Rosario con S. Domenico e santa Caterina. Questa, per esempio, la qualità e più bassa e appartiene ad uno degli interventi seicenteschi, anche i colori sono più sgargianti l’anatomia lascia a desiderare.

Sopra ci sono altre immagini frammentarie cui non si riesce a capire il senso perché sono veramente frammenti illeggibili, l’unica cosa che Ambra è riuscita a far emergere è un paesaggio che adesso vedrete. Una caratteristica di questa cappella è di avere diversi paesaggi: ecco qui c’è ne è uno, il primo, ma ne vedrete degli altri che probabilmente rappresentano i caseggiati di Copertino e qui risulterà interessante fare dei raffronti dopo.

Ecco adesso ci spostiamo andiamo dall’altro lato della controfacciata, ecco qui abbiamo una S. Barbara,  nel territorio fra i vari casali distrutti c’era quello di S. Barbara  e S. Barbara ha anche una Cappella,  ne ha parlato prima Sansò,  e quindi c’è questa devozione per la Santa.

Sopra ci sono queste figure che appartengono al sedicesimo secolo, hanno proprio l’abbigliamento del periodo, un po’ popolare, c’è un piatto, a me sembrerebbe un piatto con del pane e un pesce, come se volesse rievocare la moltiplicazione dei pani e del pesce, come nel discorso della montagna l’ipotesi interpretativa che è difficile.

Qui invece troviamo un momento della purificazione che era un’antica tradizione che andava scomparendo, pare che sopravviva ad Oria ancora, dove la donna che aveva partorito si ripara nella chiesa entro i quaranta giorni per la purificazione. È bellissimo il ritratto del Sacerdote, ma anche questo chierico, vedete che sono proprio delle belle figure .

Poi invece troviamo una qualità molto scadente nelle mani.

Questa è la Madonna Bambina con il padre e la madre S. Gioacchino e S. Anna. Vedremo fra poco dove spunta, ecco guardate  da dove spuntano le rose:  spuntano dal cuore dei suoi genitori, un gesto d’amore bellissimo, una rappresentazione popolare dell’amore dei genitori per questa figliola.

Qui ci sono pure dei paesaggi, mi è soffermata sulle rose che rappresentano questo gesto di amore, il paesaggio sta in alto fra le mani e voi lo intravedete relativamente, noi al computer lo possiamo vedere meglio, insomma è molto più leggibile, ci sono anche lì dei caseggiati e un altro con le vele sta giù, è un paesaggio marino, eccolo: questo qui, si vede molto lieve al piede dei Santi però sicuramente siccome Copertino non è lontano dal mare ci sono rinvii al paese e al significato che questo luogo ha per i padroni della cappella.

Questa è una sequenza che ha fatto Ambra sulle mani dove si mette in evidenza questo succedersi di mani che sono molto interessanti. Le peggiori sono quelle della Purificazione dove il pittore bravo ha fatto i visi e quello asinello ha fatto le mani, per cui il disegno è buono ma il chiaroscuro pessimo, qui sembrano dei tronchi le dita avvicinandosi si vede che le dita ci sono tutte.

Queste sono le mani di S. Francesco e queste qui sono della Santa che sta di lato, questa è di S. Anna, l’unica S. Anna che abbiamo.Questa è la mano della Madonna del Rosario.

Tante volte disponevano di cartoni buoni per cui il disegno  può essere corretto ma il colore è dato male  abbiamo un esempio anche …….non è uscita ancora e forse c’è la zoommata   sulle due dita,ancora, ah eccole qua, guardate le due dita molto belle  che tengono Gesù  sono di una mano femminile, palesemente .

Le ombre sono date bene, questa è quella della deposizione  di cui abbiamo detto prima, purtroppo l’esecuzione di questi lavori  spesso è a più mani  allora … ci sono dei momenti di caduta  proprio.

 

Questa è la Cappella del Moro detta anche della crocefissone che è stata la prima recuperata  da Casello 13, dentro ha degli affreschi e dei dipinti a tempera  grassa che rappresentano la crocefissone .Non li abbiamo trattati come abbiamo fatto con quelli della Famiglia Guglielmo per cui sono più diafani, si vedono meno,  ma al computer si devono fare dei lavori mostruosi.

Questa, invece, è quella di S. Anastasia che hanno recuperato. Questa è particolare perché e come un giardino d’inverno con una balaustra, ci sono una serie di foglie di vite che ovviamente si rifà al Vangelo, quindi è una specie di  TROMPLOEIL,  come se si fosse all’aperto mentre in realtà  sta al chiuso .

Anche questo denota una committenza colta come avete potuto vedere queste cappelle votive segnano –indicano chiaramente che la cultura popolare non era poi tanto lontana dalla cultura Aulica perché il popolo si abbeverava dalla cultura aulica e spesso i ricchi  guardavano alla cultura popolare partecipavano alle loro feste parlavano il dialetto , prevalentemente parlavano il dialetto e molti ricchi non sapevano leggere e scrivere ,non dimentichiamolo quindi quella separatezza  che noi immaginiamo  tra due mondi  una concezione  successiva  quando del popolare  si ha una accezione  anche romantica .

Nell’intento di valorizzare la produzione popolare invece attribuire convenzionalità stereotipia  ecc.

alla produzione aulica,  si è nociuto alla vera identità popolare  che è una identità composta  non è una identità  semplice, è difficile anche andare ad individuare  ciò che per esempio nella cucina è frutto della tradizione popolare o frutto della tradizione aulica  molte di queste cose vanno ancora studiate non parlo della cucina, parlo delle Cappelle della cultura popolare perché sicuramente le interferenze c’erano, la devozione del popolo  diventava anche una sorta di domanda a cui dare delle risposte da parte dei proprietari che realizzavano  le cappelle in funzione dei contadini che andavano al lavorare, qui  c’era questa una interdipendenza  che noi non dobbiamo mai perdere   di vista se non comprendiamo bene il significato di quello che vediamo.

Qui ci troviamo a Casole, pensiamo al patrimonio di cui ci dobbiamo occupare per non perderlo. Pensate che cosa sarebbe disporre, o almeno salvare, parte di questo che ormai…

Adesso vedrete gli affreschi, che sono poco leggibili, in uno stato di abbandono. La presenza della Sovrintendenza non ha migliorato la situazione, perché mancano parecchie cose che sono andate a finire a Bari. Io lo dico perché questa è una cosa che non deve più accadere, cioè togliere le colonne, stanno per crollare, gli interventi rinascimentali che avete visto, perché hanno tolto le colonne e le hanno portate a Bari? Quelli sono oltretutto degli interventi del ‘550 molto belli, elegantissimi e la porta decorativa, scultorea io più che pensare ad Evangalista Menga, che era bravissimo vice…. Al castello di Copertino, penso più alla decorazione di questi puttini, questa teoria di puttini così calligrafica, elegante, fa più pensare ad un Gabriele Ricciardi! Sicuramente perdere questo patrimonio è assurdo.

Gli interventi, quando la Sovrintendenza li fa, li deve fare controllando i propri inviati perché non facciano danni, perché ogni tanto registriamo delle cose negative, poi io mi creo per natura dei nemici, insomma questo mi corrobora.

Avete visto questi affreschi come si sono deteriorati, questi appartengono al refettorio, che è addossato alla chiesa di Santa Maria di Casole che fu costruita, voluta da Castrista, Alfonso Castrista, lo stesso che ha voluto il Castello. Quindi la chiesa è sorta poco prima degli interventi che abbiamo visto, degli interventi pittorici che non dista molto da là, così comprendiamo anche l’esigenza di correlarsi a tutto quello che era importante di Copertino, che a poca distanza a Casole che era un altro importante casale. Come c’è il casale di San Vito, persiste questa cappella, c’è quest’altra, casole, i motivi sono settecenteschi, questi appartengono alla stanza, quella che era la cella di Frà Silvestro, che è in corso di beatificazione, ma della sua cella è rimasto ben poco, sinceramente, una traccia di altare, che è questa decorazione.

Se noi guardiamo la parte finale vediamo che si tratta di un caseggiato che si trova sulla strada di Nardò, ho voluto far vedere, ecco con una zoommata, che questa edicoletta, di questo pagghiaru, che hanno messo isolato nella campagna, l’immagine della Madonna e ci sono ancora i fiori ed il lume. Quindi la devozione non è finita, se sta su una strada provinciale, dove è anche pericoloso l’attraversamento, e si depositano dei fiori freschissimi vuol dire che c’è ancora gente che ci va. Quindi è qualcosa da non perdere. La produzione culturale-devozionale anche se non è la produzione artistica di primissimo livello, se poi questo deve essere il criterio mi domando quante cose devono allora essere degradate, perché, per esempio, il nostro barocco è in prevalenza un barocco importante per il suo insieme, per il contesto che ha, non sicuramente per i simboli malfatti, molti dei quali non hanno nessuna rilevanza artistica, invece hanno grande rilevanza perché costituiscono dei segmenti di un intero che poi costituisce l’identità di Lecce e del Salento.

Quindi vanno anche questi salvati e non batstano le risorse in un associazione che fa già miracoli perché, non ve l’ho detto, ma della Cappella di santa Anastasia hanno fatto la ricostruzione della volta, ecco perché gli affreschi non ci sono più, perché è stato rifatto integralmente. Sono sforzi che i cittadini fanno e che forse le istituzioni dovrebbero accogliere come indicazioni di una vitalità persistente e farsi promotori loro e incominciare  ad accantonare delle somme o prendere anche le somme che vengono date dalla Regione e da tante istituzioni, non solo l’Europa, perché se Vendola ci dice di segnalare gli alberi di ulivo più significativi perché stanno facendo una mappa degli uilivi più belli di Puglia, forse gli possiamo, contestualmente, dire: guarda che questa cappella si trova in un bellissimo uliveto, dove speriamo il traliccio dell’ENEL…, e salviamo contestualmente anche questa cappella  perché quello che ha fatto l’Associazione, togliere il fico e mettere la porta, non basta sicuramente, bisogna fare dell’altro in modo che le muffe facciano sparire i dipinti ed entri ancora umidità, perché, lo vedete, ci sono dei buchi, degli anfratti.

Ho cercato di essere celere….

 
 
 
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SALVIAMO CASOLE

Agire subito, agire in fretta, in difesa del nostro patrimonio artistico.

Sottoscrizione in favore del Monastero Santa Maria di Casole di Copertino

A tutte Istituzioni preposte alla tutela dei beni artistici chiediamo che si operi “Subito” così che uno dei patrimoni artistici della terra Salentina resti testimonianza di arte e cultura.

Santa Maria di Casole: Il sito archeologico di Casole è a circa 3 chilometri dal centro abitato, sulla via per Galatina, in località Casole. E'annesso alla Chiesa di Santa Maria di Casole.. La prima parte del nome, ossia Casole, deriva dal latino casula (casetta). La seconda parte risale al 1864 e si riferisce alla popolazione italica dei Bruzi. L’Antico convento, già sito di un insediamento di rito bizantino, in zona Casole l’area è dichiarata di interesse archelogico zona difatti nei pressi del convento di Casole, si sono trovate  laure eremitiche, una necropoli con tombe ovali e rattangolari scavate nella roccia, , forse d'epoca messapica,  pozzi ed altri segni dell'antico insediamento di rito bizantino. Il monastero è circondato da una ridente campagna coltivata ad uliveti secolari I primi documenti che attestano l’esistenza di questo casale risalgono al 1274. Tuttavia, l’agglomerato rurale, distante dalla Cittadella circa tre miglia, era sorto prima dell’anno Mille ad opera dei monaci bizantini la cui presenza consentì lo sviluppo di un villaggio pressoché autonomo.Saccheggiato e distrutto sul finire dell’anno Mille, in epoca normanna divente un importante comprensorio feudale attraversato da un’asse viario che collegava i centri a nord della Cittadella con l’antica Neretum. Distrutto successivamente in seguito alle persecuzioni iconoclaste, si ripopolò agli inizi del ‘500 e i pochi abitatori si raccolsero intorno al monastero di S. Maria di Casole. A partire dal XVI secolo la località fu infeudata ai Morelli, nobile dinastia giunta a Copertino al seguito dei Castriota. I Morelli ne detennero il possesso fino all’abolizione della feudalità. Fu ricostruito dai Francescani della Regolare Osservanza nell'anno 1513. I frati giunsero a Copertino per volontà del conte Giovanni Castriota. In quegli anni iniziarono a costruitre il convento e a rimodernare la vecchia chiesa, già appartenuta ai monaci basiliani. Nel Settecento il convento passa ai frati Minori Osservanti. Nel 1812 viene chiuso definitivamente al culto, per ordine dell'Intendente di Terra d'Otranto. In questo periodo scompaiono statue, quadri e la ricchissima biblioteca.Del convento, per anni abbandonato all'incuria, ora restano gli affascinanti ruderi, dai quali si possono idealmente ricostruire gli ambienti in cui si svolgeva la vita monastica di Casole. Quei ruderi recano i segni di un quadriportico interamente affrescato. Negli affreschi si leggono scene di tematica francescana, scene tratte dalla vita di San Francesco e il trionfo dell'Immacolata.

 

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CAPPELLE VOTIVE DI STRADA

Le cappelle votive sono la scoperta di un itinerario religioso di 20 km che unisce il Castello di Copertino, simbolo del potere temporale, al Santuario della Grottella, simbolo della presenza religiosa nonché della presenza di San Giuseppe Desa, attraverso il Convento di Casole, antico centro di cultura e civiltà monastica. Lungo il percorso sono dislocate dieci cappelle votive di strada, cappelle agricole o rurali, espressione della religiosità popolare e, fino a qualche decennio fa, ricovero e sosta di preghiera per i contadini. Le cappelle sono situate in prossimità di bivi, di crocicchi di campagna, o ancora all’inizio di una grossa proprietà agricola, la loro costruzione è databile in un periodo che va dalla fine del ‘600 ai nostri giorni. Si tratta di manufatti semplici costituiti quasi sempre da un solo vano quadrato, con volta  “a botte” o “ a stella”, con affreschi, di cui si intravede con difficoltà qualche frammento.

Ora quasi tutte le cappelle si presentano in uno stato di degrado per l’usura del tempo e l’incuria degli uomini, qualcuna è stata, di recente, messa in sicurezza(Cappella della Crocefissione) altre sono state sottoposte a lavori che ne hanno alterato non poco l’assetto originario..

Noi di casello Tredici crediamo che il progetto che presenteremo si possa inserire nella più ampia pianificazione dell’Amministrazione Provinciale, riguardante la rivalutazione dei percorsi dei pellegrini quando in epoche passate legavano tutti i santuari salentini.

http://casello13.altervista.org/cappellerurali.php

 

FRA SILVESTRO

Fra Silvestro Calia

Giovanni Paolo Calia nacque a Copertino il 31 gennaio 1581 da Francesco e Laura Fortino. A 23 anni (il 17 febbraio 1604) si recò presso il convento dei Riformati di Casole e chiese al padre guardiano di entrare a far parte dell'Ordine. La sua richiesta fu esaminata il 25 successivo ed accolto nel convento di Francavilla dove intraprese l'anno di noviziato. Il 26 febbraio 1605 emise i voti, cambiò il nome di battesimo in Silvestro e fu mandato nel convento dei Riformati di S. Maria del Tempio di Lecce. Visse in diversi conventi tra cui in quello di Bari, Lequile, Nardò e infine in quello di Casole a Copertino dove vi rimase fino alla morte che lo colse all'età di 40 anni, il 18 luglio 1621 e dove vi riposarono le spoglie fino agli inizi dell'800. L'esistenza di questo frate fu costellata di episodi che i suoi contemporanei definirono miracolosi. Tanto che all'indomani della sua morte, biografi ed autorevoli esponenti della gerarchia ecclesiastica furono concordi nel sostenere che fra Silvestro morì in concetto di santità. A lui si devono molti prodigi che compiva attraverso l'uso del pane: "Ecco - diceva - questo pane è impastato col sangue dei poveri" e nello spezzarlo sgorgava sangue. A Giuliano, ospite del notabile Pietro Panzera, riappacificò la madre di questi con una sua cugina, facendo ricorso al prodigio del pane. Anche a Castellaneta fra Silvestro operò il prodigio del pane nei pressi della porta di un governatore violento e crudele. Stesso prodigio si verificò nei dintorni di Napoli allorquando fu ospite di un cavaliere amico del feudatorio del posto. Qui fra Silvestro rifiutò categoricamente il pane e quando gli fu chiesto il perchè, rispose che quel pane era pieno del sangue dei poveri. E mentre pronunciava queste parole, strinse in mano un pezzo di pane dal quale colò tanto sangue da riempire il piatto. Al miracolo era presente padre Monti il quale testimoniò di aver raccolto quel sangue a di averne riempito un'ampolla. Una raffigurazione di questo miracolo la si può osservare, sia pure scempiata dai vandali, nella chiesa del convento di Casole. L'affresco, infatti, fu privato del volto di fra Silvestro e solo recentemente è stato ritrovato dai Carabinieri e restaurato dalla Soprintendenza ai Beni Archeologici e Culturali di Bari. Fra Silvestro ebbe anche il dono della profezia in quanto predisse alla marchesa dè Monti che sarebbe guarita da una grave malattia se avesse accettato tutto per volontà di Dio. La marchesa accettò e guarì. Sempre a Castellaneta fra Silvestro, venuto a sapere di una relazione extraconiugale del governatore lo richiamò e lo invitò a smettere altrimenti sarebbe stato ucciso. Il governatore se la rise di gusto, ma un mese dopo fu ucciso con un colpo di pistola da Giovan Matteo Monaco di Montalbano. I contemporanei raccontano che fra Silvestro ebbe anche il dono della bilocazione, che sapeva ammansire gli animali e che riusciva a domare le forze della natura. Non mancarono nella vita di questo frate le visioni della Vergine. Difatti, di quella avuta il 16 luglio 1621, due giorni prima di morire, i suoi confratelli frescanti vollero lasciare un perenne ricordo proprio nella sua cella (ora scomparsa perchè del convento restano solo rovine), che nel 1703 fu trasformata in cappella per volontà di p. Bonaventura da Lama.

 
 

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