Blog
Un blog creato da gates_of_dawn il 30/10/2003

Check Point

travelling through inner and outer space..

 
 

ALI DI CARTA

 

Copertina del libro Il cimitero di praga

 Umberto Eco
Il cimitero di Praga


 

Copertina del libro Libertà di Jonathan Franzen

Jonathan Franzen
Freedom

 


 

 

ULTIME VISITE AL BLOG

venere_privata.xcassetta2IlGrandeSonnodaunfiorewalter.bortolossirenato.gabaldoDifettoDiReciprocitaventodamareclementeambroil_fiume_di_susicarezzadellanimaannarita.martellaliberantegates_of_dawnaltrodanoi
 

ARCHIVIO MESSAGGI

 
 << Maggio 2026 >> 
 
LuMaMeGiVeSaDo
 
        1 2 3
4 5 6 7 8 9 10
11 12 13 14 15 16 17
18 19 20 21 22 23 24
25 26 27 28 29 30 31
 
 
Citazioni nei Blog Amici: 5
 
 

AREA PERSONALE

 
RSS (Really simple syndication) Feed Atom
 

CERCA IN QUESTO BLOG

  Trova
 

CHI PUÒ SCRIVERE SUL BLOG

Solo l'autore può pubblicare messaggi in questo Blog e tutti gli utenti registrati possono pubblicare commenti.
 

 

« Messaggio #199Messaggio #201 »

Post N° 200

Post n°200 pubblicato il 12 Dicembre 2004 da gates_of_dawn


Ogni volta che vado in un centro commerciale, non spesso, e comunque mai nei più spettacolari, visto che non ho l'auto e quelli sono fuori dalle città, ripenso all'estate dell''83.
A quanto avevamo riso e ironizzato sugli inglesi che andavano a passare le domeniche negli autogrill. Non avevamo mai visto parchi gioco per bambini, sale piene di giochi elettronici e, se ricordo bene anche slot machines, negli autogrill e nei centri commerciali.
Lì intere famiglie si abbuffavano di fish 'n chips e birra, e trascorrevano tutta la giornata fino a sera.
-Ma sono matti questi inglesi!- ci eravamo detti io e Alberto, mentre durante una sosta guardavamo mio figlio smaltire il suo merluzzo fritto rimbalzando sul gigantesco castello gonfiabile insieme agli altri bambini -Possibile che non abbiano niente di meglio da fare, nessun posto migliore dove andare?- Ci sembrava assurdo.
Be', ora è così anche qui.  Che sia per moda o per crisi economica (e culturale) questa cosa la trovo molto triste.


Il mio primo ed unico viaggio in Inghilterra. Non propriamente una vacanza, avevamo un appuntamento a Londra in un grande ospedale di cui ho dimenticato il nome, per un consulto di ematologia pediatrica.
Mio figlio aveva nove anni ed era stato dimesso a marzo dopo cinque mesi di ricovero, leucemia linfoblastica acuta in remissione.
Davanti tre anni di chemio e cortisone, e un terrificante punto interrogativo.
Era stato curato da medici meravigliosi, e avevamo chiesto e confrontato i protocolli di cura, che erano ormai standardizzati, ma una madre è una madre, e all'aiuto che seguiva i piccoli pazienti a Niguarda, avevo detto sinceramente che avevo fiducia e stima in loro, ma dovevo essere sicura di non lasciare niente di intentato, semmai ci fosse stato.
Mi capì, grande anima generosa, tanto da darmi i vetrini degli esami, in barba ai rigidi regolamenti ospedalieri, senza che neanche glieli chiedessi.

Avevamo deciso che sarebbe comunque stata una vacanza. La nostra solita vacanza da squattrinati. Una coppia di amici, lui era un vecchio compagno di liceo di Alberto, ci avrebbero ospitato ad Exeter, avremmo visto un po' di Cornovaglia, gli ultimi giorni saremmo tornati a Londra per il consulto, e poi ritorno.

Viaggio avventuroso sulla R4 di Alberto, vi ricordate quell'auto che aveva i sedili fatti come sedie a sdraio (tela imbottita montata su tubolari metallici)? Ecco, proprio quella.
Attraversiamo la Francia in due giorni, guidava solo lui, con tappa notturna in un parcheggio dell'autostrada deserto e battuto dal vento, forse dalle parti di Reims.
Soldi pochini e poi quella era proprio un'area di parcheggio nuda e cruda, di quelle dove ci sono solo le toilettes e sparsi sotto qualche albero tavoli e panche di cemento per pique nique, come dicono oltralpe. Non sto a raccontare la facilità di cucinare un piatto caldo con un fornellino da campeggio proteggendolo dal vento con una stuoia! Dopo la cena, accampati in macchina io e il bimbo, Alberto con una canadesina da moto sul prato. 

La sera dopo arriviamo a Calais verso le undici, ci sembrava un ottimo anticipo, avevamo i biglietti per il traghetto che partiva all'una. Non so se è ancora così, ma i passaggi più economici erano tra l'una e le quattro del mattino.
Aspettiamo, non c'è problema, il bambino è in macchina che dorme. Però, strano, guardano i nostri biglietti ci dicono qualcosa che non riusciamo a capire, e non ci fanno mettere in fila con gli altri, ma in un gruppo di auto di lato.
Vicino a noi c'è un furgone tedesco con un tipo simpatico capelli lunghi, orecchino, e da lui vengo a sapere che avremmo dovuto avere una prenotazione, oltre al biglietto, e che saliremo solo se c'è posto, altrimenti dovremo aspettare il prossimo, o l'altro ancora. 
Ci immaginiamo già a campeggiare sul molo di Calais a tempo indeterminato..  invece riusciamo a salire per un pelo e ci abbattiamo tutti e tre sui divanetti di similpelle.
All'arrivo siamo rincoglioniti, noi due, perché il marmocchio dove lo mettevi dormiva. Era incredibile come mio figlio sia sempre riuscito a dormire nei posti e nelle situazioni più estreme.

Stralunata come sono l'interrogatorio che ci aspetta al posto di frontiera mi prende di sorpresa. Avrei dovuto aspettarmelo, il nostro aspetto, la macchina.. per noi siamo alternativi, per loro poco più che straccioni..  e poi era già successo, alle frontiere era una palla ogni volta.. 

Con i madrelingua il mio inglese è inadeguato anche ora, allora era ancora peggio. Alberto non lo sa proprio. Ogni domanda me la devo far ripetere tre volte. Vogliono sapere che lavoro facciamo in patria, quanto guadagnamo, cosa andiamo a fare nel loro paese. Sono sospettosissimi, controllano il bagaglio, vorrebbero che svegliassi il bambino per controllare la corrispondenza della foto sui documenti, e io mi oppongo e la spunto. Chiedono quanti soldi abbiamo, dove risiederemo.

E lì mi sono divertita a spiazzarli. Andavamo a stare all'ospedale psichiatrico di Exeter! L'amico che ci ospitava era medico e stava facendo lì la specializzazione; lui e la moglie (inglese) abitavano all'interno dell'ospedale, negli appartamenti per il personale medico.
Dopo un'altra serie di domande, sui nostri ospiti questa volta, finalmente ci lasciarono andare.
Ancora non so come fece Alberto, dopo due notti quasi insonni, e tutti quei chilometri sulle spalle, a riuscire a portarci sani e salvi, guidando a sinistra per quasi un'ora, fino a trovare un posto dove fermarci a dormire (sempre in macchina, of course). 

A volte mi meraviglio io stessa delle cose da matti che facevamo allora, e senza farne un problema. Le facevamo noi, le facevano, anche peggio, i nostri amici senza figli.  Era tutto così assolutamente normale.



 
 
 
Vai alla Home Page del blog
 
 
 
 

© Italiaonline S.p.A. 2026Direzione e coordinamento di Libero Acquisition S.á r.l.P. IVA 03970540963