Sante Sguotti, ex prete papà: "Pedofilia tra i preti padovani"

Post n°27 pubblicato il 18 Ottobre 2008 da contemax2008
 

Sul Mattino di Padova del 13 ottobre 2008 si può leggere un articolo che parla di una denuncia che si appresterebbe a fare l'ex parroco di Monterosso Sante Sguotti.

Sante Sguotti attualmente ha una vita di coppia con la madre di sua figlia, l'ex parrocchiana Tamara Vecil e fa il camionista per conto di una ditta di costruzioni.

L'ex don Sante Sguotti pare che voglia svelare dei casi di pedofilia ecclesiastica nella Diocesi di padova, una delle più grandi d'Italia. In particolare Sante Sguotti dice di voler ospitare testimonbianze di persone che hanno vissuto queste esperienze.

Sante Sguotti afferma di voler scrivere questo libro in ossequio alle parole del papa che ha esortato stato e chiesa cattolica a denunciare i casi di pedofilia ecclesiastica.

Non manca una frecciata polemica verso le istituzioni ecclesiastiche.

Potete leggere l'articolo qui: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/mattinodipadova/2008/10/13/MP1PO_MP102.html

 
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Caso n. 10) don Giorgio Carli, condannato dopo una denuncia formulata a seguito di psicanalisi

Post n°25 pubblicato il 27 Maggio 2008 da contemax2008
 

Quella di don Giorgio Carli, parroco della chiesa di don Bosco a Bolzano, è una vicenda sconvolgente perché si è arrivati alla condanna dopo una denuncia per violenze avvenute tra il 1989 e il 1994 dopo 14 anni. La persona offesa ha denunciato don Carli a seguito di sedute psicanalitiche che le hanno permesso di ricordare violenze rimosse nel frattempo. Oggi la donna ha 28 anni e all'epoca dei fatti aveva tra i 9 e i 14 anni.

http://www.repubblica.it/online/cronaca/sacerdote/sacerdote/sacerdote.html

Avrebbe compiuto abusi sessuali su una bambina
oggi maggiorenne che ha denunciato il religioso
Pedofilia, arrestato
sacerdote a Bolzano
Cinque anni di violenze sessuali che sarebbero riemerse
nella memoria della ragazza dopo una cura psicanalitica

BOLZANO - In carcere, con un'accusa ignobile: pedofilia, cinque anni di violenze sessuali continuate su una bambina. Don Giorgio Carli, 40 anni, sacerdote della parrocchia Don Bosco è stato arrestato con l'accusa di atti sessuali contro minori. In città Don Giorgio è un sacerdote conosciuto, cura una rubrica quotidiana mattutina sull'emittente Radio Sacra Famiglia ed è un grande organizzatore di spettacoli e attività che coinvolgono il mondo giovanile. Da poco era stato destinato dalla Curia a una nuova parrocchia, dove avrebbe dovuto occuparsi di bambini tra i 9 e i 12 anni. Per questo il pm Cuno Tarfusser ha chiesto al Gip l'ordinanza di custodia cautelare.

E' una vecchia vicenda quella che ha portato all'arresto di Don Giorgio Carli. I magistrati ci lavoravano sopra da mesi e ora stanno interrogando tutti i testimoni. Una vicenda che è riaffiorata dal passato, dalla memoria di una ragazza, oggi maggiorenne, che ha querelato il sacerdote.

I fatti denunciati dalla giovane sarebbero riemersi nella sua memoria - così si afferma nella querela - dopo una serie di trattamenti presso psicanalisti, che avrebbero rimosso i blocchi psicologici che le impedivano di ricordare compiutamente i fatti accaduti nella sua infanzia.

Una serie di presunti abusi da parte del religioso che le avrebbero procurato una serie di patologie fisiche, dermatiti, dolori addominali, stati di ansia e di paura. Disturbi che erano stati curati, a suo tempo, da vari specialisti senza che emergesse la vera natura di tali malattie. Malattie che, si afferma nella querela, rappresentano invece le tipiche espressioni somatiche della sofferenza di bambini che hanno subito abusi.

(14 luglio 2003)

A seguito delle denunce don Carli fu assolto in primo grave "perché il fatto non sussiste".

http://www.metaforum.it/archivio/2006/index9c1a.html?t9100.html

21 febbraio 2006 - Assolto prete accusato di pedofilia

«Ed ora posso andare a leggere la messa?». E’ stato questo l’unico commento di Don Giorgio Carli, il sacerdote bolzanino assolto dall’accusa di avere usato violenza ad una sua parrocchiana minorenne. Con l’assoluzione di don Carli, si è concluso a Bolzano un controverso processo, basato sulle dichiarazioni della vittima da un lato e - come è stato sottolineato dalla difesa - senza precise prove circostanziate dei fatti.
Don Carli - cappellano di una parrocchia di don Bosco, un popoloso quartiere di Bolzano - era stato arrestato a luglio di tre anni fa.

Nel corso del processo era stato sentito anche il vescovo locale, mons. Wilhelm Egger, che aveva sottolineato la sua assoluta stima nei confronti del sacerdote. Da parte del procuratore Cuno Tarfusser e dal sostituto Donatella Marchesini era stato rivolta alla curia bolzanina l’accusa di avere voluto durante le fasi del processo in qulche modo ’proteggerè il sacerdote.


Don Carli ha 43 anni ed è divenuto sacerdote subito dopo avere terminato gli studi superiori. Da allora svolgeva la sua attività in veste di cappellano della parrocchia di Don Bosco. Il sacerdote curava una rubrica quotidiana sull’emittente locale della Curia ’Radio Sacra Famiglià ed era molto noto nel mondo cattolico locale proprio per l’organizzazione di spettacoli ed altre attività che coinvolgono il mondo giovanile. Il difensore di don Carli, avv. Alberto Valenti, dopo la lettura della decisione della corte, ha detto che «con questa sentenza è finito un incubo». Non ha voluto commentare la sentenza il pm Donatella Marchesini che invece ha abbracciato a lungo la donna che al momento della lettura della sentenza è scoppiata in lacrime. L’avvocato di parte civile, Alberto Loner, ha detto: «Leggeremo le motivazioni della sentenza. Noi abbiamo compiuto una battaglia giusta che porteremo avanti».
Roberto Tomasi

Nel frattempo la Legge Pecorella aveva reso impossibile l'appello del P.M.. A seguito della dichiarazione di incostituzionalità della Legge Pecorella contro don Carli fu proposto appello.

http://www.adnkronos.com/3Level.php?cat=TrentinoAltoAdige&loid=1.0.672278215

Per effetto della pronuncia della consulta su legge Pecorella

Pedofilia, Bolzano: ricorso in appello contro parroco assolto in primo grado

Un sacerdote di San Giacomo, assolto il 20 febbraio 2006 dall'accusa di
abusi sessuali nei confronti di una parrocchiana che all'epoca dei fatti
aveva 9 anni

Bolzano, 27 gen. - (Adnkronos) - Don Giorgio Carli, 43enne sacerdote di San
Giacomo a Bolzano, assolto il 20 febbraio 2006 dall'accusa di abusi sessuali
nei confronti di una parrocchiana che all'epoca dei fatti aveva 9 anni, con
tutta probabilita' dovra' tornare dinanzi ai giudici. Il sacerdote era stato
assolto, perche' il fatto non sussiste, art. 530 secondo comma del codice di
procedura penale, ex insufficienza di prove. Gli avvocati di parte civile e
la procura avevano annunciato ricorso per Cassazione, dal momento che
all'epoca, per effetto della legge Pecorella, non era ammessa l'impugnazione
in appello di una sentenza di assoluzione in primo grado.

Ora, a distanza di quasi un anno, la recente sentenza con cui la Corte
Costituzionale ha dichiarato illegittime alcune parti della legge Pecorella
riapre le porte del tribunale per questo procedimento. L'avvocato Gianni
Lanzinger, uno dei legali della parte civile, conferma che si terra' un
processo di merito di secondo grado e don Giorgio Carli tornera' davanti ai
giudici della corte d'appello di Bolzano, i quali dovranno giudicare la
veridicita' del racconto della ragazza che, a distanza di dieci anni e dopo
una lunga terapia psicologica, accuso' il prete di ripetuti stupri e
violenze avvenuti tra il 1989 e il 1994.

La Corte d'Appello di Bolzano ha condannato don Carli  a 7 anni e 6 mesi, 500.000 euro di risarcimento alla parte offesa, 200.000 euro ai genitori della donna, 60.000 euro di spese processuali.

http://www.corriere.it/cronache/08_aprile_17/sacerdote_condannato_violenza_13f48766-0c6f-11dd-aecb-00144f486ba6.shtml

Dalla Corte d'appello di Bolzano. All'epoca dei fatti la vittima aveva 9 anniSacerdote condannato per violenza sessualeSette anni e mezzo di carcere per don Giorgio Carli e 500 mila euro di risarcimento. In primo grado venne assolto

BOLZANO - La Corte d'appello di Bolzano ha condannato il sacerdote don Giorgio Carli a 7 anni e sei mesi di reclusione per violenze sessuali nei confronti di una sua parrocchiana, che all'epoca dei fatti aveva 9 anni. La sentenza è arrivata dopo l'assoluzione in primo grado e dopo otto ore di camera di consiglio. Il sacerdote, 44 anni, non ha voluto commentare la sentenza e ha subito abbandonato l'aula, mentre la vittima, che oggi ha 28 anni, ha abbracciato i suoi familiari.

A DISTANZA DI ANNI - La denuncia della donna è avvenuta ad anni di distanza dai fatti, dopo una lunga serie di sedute psicoanalitiche che hanno fatto emergere i ricordi rimossi. Le violenze, secondo l'accusa, sono avvenuti nel periodo della colonia estiva della parrocchia e nella canonica. Il prete si è sempre dichiarato innocente. Don Giorgio Carli è stato inoltre condannato a un risarcimento di 500 mila euro per la vittima e di 200 mila euro per i suoi genitori, 60 mila euro di spese processuali e l'interdizione perpetua dai pubblici uffici. I difensori del sacerdote hanno annunciato ricorso in Cassazione. Il procuratore di Bolzano, Cuno Tarfusser, che ha assistito alla lettura della sentenza, ha detto che la sentenza di assoluzione in primo grado era «contraddittoria».


17 aprile 2008(ultima modifica: 18 aprile 2008)

http://www.vivicentro.org/viewtopic.php?p=15499#p15499

Bolzano, 
 

Condanna in appello per sacerdote 44enne
  

BOLZANO - Due anni fa era stato assolto in primo grado, ma oggi la Corte d'Appello di Bolzano ha ribaltato la sentenza, arrivata dopo otto ore di Camera di Consiglio. Don Giorgio Carli, un sacerdote di 44 anni, è stato condannato a sette anni e sei mesi di reclusione con l'accusa di violenza sessuale nei confronti di una sua ex parrocchiana, oggi 28enne, ma minorenne all'epoca dei presunti stupri. La giovane aveva rimosso le violenze, che sarebbero successivamente riemerse durante una lunga serie di sedute psicanalitiche, che le hanno causato diverse sofferenze fisiche e psicologiche.

Giovedì,
17 Aprile : 2008

In seguito alla condannado Carli ha lasciato la sua parrocchia a Bolzano per rifugiarsi in una anonima parrocchia del Trentino, dove continua tranquillamento a fare il prete, in attesa del verdetto in Cassazione.

http://trentinocorrierealpi.repubblica.it/dettaglio/Don-Giorgio-Carli-arriva-in-Trentino/1448145

Don Giorgio Carli
arriva in Trentino

LA VICENDA
Una condanna clamorosa TRENTO. Don Giorgio Carli ha lasciato Bolzano. Il sacerdote condannato in appello a sette anni e mezzo di reclusione dopo l'assoluzione ottenuta in primo grado, ha deciso di farsi momentaneamente da parte nella sua città. «E' insopportabile leggere anche in uno solo dei miei parrocchiani il dubbio sulla verità riguardante la vicenda giudiziaria che mi ha travolto» aveva detto. Don Giorgio continuerà a fare il prete in una località del Trentino.


Pur ribadendo la sua totale estraneità ai fatti che gli vengono contestati, don Giorgio ha deciso di proseguire il suo impegno religioso lontano da Bolzano e dalla sua parrocchia. Non andrà in convento come era stato fantasiosamente ipotizzato qualche giorno fa ma proseguirà la sua missione di fede tra la gente e per la gente, in una località del Trentino che la Curia non ha voluto indicare.

La decisione di lasciare momentanemente la parrocchia del Corpus Domini di via Gutenberg è stata presa dallo stesso don Giorgio nonostante la solidarietà giunta da tutto il mondo parrocchiale e dai vertici della Chiesa locale. Non c'è stato, dunque, alcun provvedimento «punitivo» assunto da monsignor Egger il quale, al contrario, avrebbe cercato di indurre il sacerdote ad attendere per lo meno il deposito delle motivazioni della sentenza se non il pronunciamento della Cassazione. In effetti a tutt'oggi la sentenza di condanna a carico di don Giorgio non è definitiva. Il verdetto potrebbe essere annullato dalla Corte di Cassazione cui sicuramente gli avvocati del sacerdote faranno ricorso. Don Giorgio, però, ha preferito fare un passo indietro anche per evitare possibili imbarazzi. Venerdì scorso ha celebrato la sua ultima Messa nella parrocchia del Corpus Domini in via Gutenberg a Bolzano, retta da don Piergiorgio Zocchio.

La celebrazione delle 18 ha visto la partecipazione di molti fedeli che hanno voluto dimostrargli assoluta fiducia e stima. Soprattutto tra i più giovani è anche spuntata qualche lacrima. «Chiedo alle tante persone che mi sono sempre vicine - ha detto commosso don Giorgio - un po' di tempo da vivere in pazienza, silenzio e umiltà, senza clamori o rumori sull'esempio di Gesù che ha amato il silenzio e la preghiera». Non si tratta di un'autosospensione in attesa della definizione della vicenda giudiziaria. Don Giorgio continuerà infatti a fare il sacerdote, a promuovere le attività parrocchiali (soprattutto tra i giovani) ma lo farà in Trentino. «E' una sua decisione assolutamente libera ed autonoma - puntualizza l'avvocato difensore Alberto Valenti - nessuno ha indotto don Giorgio ad allontanarsi da Bolzano».


Dopo la messa d'addio alla comunità del Corpus domini, don Giorgio ha scritto un breve saluto che ha consegnato al viceparocco don Bruno Carli, e che è stato letto durante le messe di sabato e domenica. Sotto il profilo puramente processuale l'attesa per il pronunciamento della Corte di Cassazione si preannuncia piuttosto lunga. Le motivazioni della sentenza di condanna dovranno essere depositate entro metà luglio (90 giorni dal pronunciamento in aula). Complice il periodo estivo i termini per il deposito del ricorso per Cassazione dovrebbero scadere in ottobre. E' molto probabile che l'udienza a Roma non venga fissata prima di un anno, dunque entro la fine del 2009.
(22 aprile 2008)

A favore di don Carli si è scatenata una abile campagna mediatica, attraverso il sito dei "falsi abusi", diretto da Vittorio Apolloni, padre di quel Valerio Apolloni, condannato anch'esso a 2 anni e 6 mesi per crimini pedofili.

Rimandiamo alla pagina dedicata a don Carli su quel sito: http://www.falsiabusi.it/casi/bz_02_06.html

L'atteggiamento della Curia di Bolzano è stato ed è tuttore protettivo per don Carli, con assoluto disinteressa per la sote della donna che ha denunciato don Carli. Parole di esultanza al momento dell'assoluzione e di sconcertto e il solito spostamento di parrocchia in parrocchia, che carattterizza buona parte dei casi di preti accusati di crimini pedofili.

http://www.falsiabusi.it/casi/bz_02_06.html

Questo, invece, è il comunicato stampa emesso dalla Diocesi di Bolzano:

Con grande soddisfazione e sollievo il Vescovo, i sacerdoti e la comunità diocesana hanno accolto la sentenza di assoluzione di don Giorgio Carli dall’accusa di abuso sessuale su una minorenne. In tutto questo tempo non è mai mancata la certezza della non-colpevolezza di don Giorgio, ma vedere riconosciuta l’innocenza anche dal giudizio del Tribunale riempie di una gioia piena e liberante.

È stato certamente un periodo di grande sofferenza per don Giorgio e per la comunità diocesana.

Don Giorgio ha dato l'esempio di grande serenità e semplicità evangelica e francescana. La comunità gli ha espresso e esprime la sua stima e vicinanza, come il vescovo l’ ha sempre espressa.

Ci auguriamo che le ferite inferte possano guarire presto.

Bolzano, 20 febbraio 2006http://www.leggonline.it/articolo.php?id=7897

SCONCERTO DELLA CURIA «È con grande tristezza e sconcerto che apprendiamo la notizia della condanna di don Giorgio Carli»: lo afferma in una nota la Curia vescovile di Bolzano e Bressanone dopo la condanna, proclamata in tarda serata dalla Corte d'appello, nei confronti del sacerdote bolzanino, a 7 anni e 6 mesi di reclusione per ripetuti abusi sessuali su una parrocchiana, minorenne all'epoca dei fatti.

Don Carli, 
 

la cronaca del processo


di Mario Bertoldi (Alto Adige)

Otto ore di camera di consiglio, poi il verdetto d'appello tanto atteso: don Giorgio Carli è stato riconosciuto colpevole di violenza sessuale continuata e condannato a sette anni e mezzo di reclusione, 500 mila euro di risarcimento alla parte lesa (la ragazza che lo ha accusato a seguito dei ricordi emersi dopo una lunga psicoterapia), 100 mila euro di risarcimento ad ognuno dei genitori, 60 mila euro di rimborso per le spese di costituzione di parte civile, interdizione perpetua dai pubblici uffici.

Erano le 22.38 di ieri sera quando il presidente Manfred Klammer ha letto in aula la sentenza che ribalta completamente il verdetto di primo grado. Don Giorgio, impassibile sino a quel momento e molto tranquillo per tutto il processo, ha accusato il colpo. Gli occhi si sono improvvisamente arrossati, specchio di una disperazione interiore che probabilmente lo ha sopraffatto. A pochi metri piangevano, ma di gioia, la ragazza accusatrice, il suo fidanzato, i genitori che si sono ritrovati uniti in un abbraccio di liberazione. Un paio d'anni fa, in occasione del processo di primo grado, le stesse scene si erano proposte a fronti invertiti. Ora il caso finirà probabilmente in Cassazione. In tribunale don Giorgio era stato assolto, ieri sera in corte d'appello è stato condannato. Cosa è cambiato tra un giudizio e l'altro? Semplicemente la valutazione che i magistrati hanno dato sulla credibilità della ragazza. E' stato il racconto della denunciante a condannare il sacerdote, pure stimato da molti fedeli, alcuni dei quali hanno atteso in aula il verdetto sino a tarda ora. Nel processo di secondo grado i giudici non hanno avuto la possibilità di elaborare in «presa diretta» tutti gli elementi della vicenda. Il processo d'appello non prevede la riapertura della fase istruttoria in aula, nessun testimone ha raccontato la sua verità davanti ai nuovi giudici. La Corte ha dovuto semplicemente metabolizzare i mille aspetti contradditori di questa vicenda processuale in due giorni di «full immersion» tra requisitorie e arringhe di diverse ore. Questo è il processo d'appello. Pubblico ministero e parti civili sono stati probabilmente più convincenti degli avvocati difensori e per don Giorgio si è aperto il baratro. Quello di ieri sera è stata una delle sentenze più sofferte degli ultimi anni. Lo dimostrano le otto ore che si sono rese necessarie per arrivare al verdetto, dimostrazione di una posizione non unitaria del collegio giudicante. Per ore ore il destino processuale di don Giorgio è rimasto in bilico. Verso le 21.45 i dubbi del terzo componente il collegio si sono sciolti. Non poteva essere diversamente per un processo fortemente indiziario ove l'imputazione nasce dall'interpretazione di un sogno (la violenza sessuale di alcuni marocchini davanti al bar «San Giorgio») di una ragazza da tempo in cura psicoanalitica per disturbi psicosomatici. Fu la correlazione tra il nome del bar ed il passato parrocchiano (a San Pio X) della presunta parte lesa a far decollare i primi sospetti a carico di don Giorgio sino a quando la ragazza, sempre a seguito delle cure, sembrò recuperare ricordi che aveva inconsciamente rimosso per lo shock subito. E' in quel contesto che la ragazza iniziò a raccontare gli stupri a ripetizione (per quasi quattro anni) subìti in parrocchia a San Pio X e in altre strutture ecclesiastiche durante colonie estive a Caoria e a Siusi. Non solo. La ragazza raccontò anche di essere stata violentata per due anni nei bagni della scuola media «Alfieri» da un compagno di classe e disse che negli stupri in parrocchia fu coinvolto anche un amichetto dell'epoca (oggi giovane adulto) obbligato a violentarla mentre il sacerdote filmava le scene indossando un paio di guanti in pelle nera. Racconti del terrore che non trovarono mai riscontri oggettivi esterni. Anche il ragazzo superteste negò. Il racconto della ragazza, però, ora è stato ritenuto attendibile per assenza di contraddizioni e per don Giorgio è stata la fine.

di Mario Bertoldi (Alto Adige)

Otto ore di camera di consiglio, poi il verdetto d'appello tanto atteso: don Giorgio Carli è stato riconosciuto colpevole di violenza sessuale continuata e condannato a sette anni e mezzo di reclusione, 500 mila euro di risarcimento alla parte lesa (la ragazza che lo ha accusato a seguito dei ricordi emersi dopo una lunga psicoterapia), 100 mila euro di risarcimento ad ognuno dei genitori, 60 mila euro di rimborso per le spese di costituzione di parte civile, interdizione perpetua dai pubblici uffici.

Erano le 22.38 di ieri sera quando il presidente Manfred Klammer ha letto in aula la sentenza che ribalta completamente il verdetto di primo grado. Don Giorgio, impassibile sino a quel momento e molto tranquillo per tutto il processo, ha accusato il colpo. Gli occhi si sono improvvisamente arrossati, specchio di una disperazione interiore che probabilmente lo ha sopraffatto. A pochi metri piangevano, ma di gioia, la ragazza accusatrice, il suo fidanzato, i genitori che si sono ritrovati uniti in un abbraccio di liberazione. Un paio d'anni fa, in occasione del processo di primo grado, le stesse scene si erano proposte a fronti invertiti. Ora il caso finirà probabilmente in Cassazione. In tribunale don Giorgio era stato assolto, ieri sera in corte d'appello è stato condannato. Cosa è cambiato tra un giudizio e l'altro? Semplicemente la valutazione che i magistrati hanno dato sulla credibilità della ragazza. E' stato il racconto della denunciante a condannare il sacerdote, pure stimato da molti fedeli, alcuni dei quali hanno atteso in aula il verdetto sino a tarda ora. Nel processo di secondo grado i giudici non hanno avuto la possibilità di elaborare in «presa diretta» tutti gli elementi della vicenda. Il processo d'appello non prevede la riapertura della fase istruttoria in aula, nessun testimone ha raccontato la sua verità davanti ai nuovi giudici. La Corte ha dovuto semplicemente metabolizzare i mille aspetti contradditori di questa vicenda processuale in due giorni di «full immersion» tra requisitorie e arringhe di diverse ore. Questo è il processo d'appello. Pubblico ministero e parti civili sono stati probabilmente più convincenti degli avvocati difensori e per don Giorgio si è aperto il baratro. Quello di ieri sera è stata una delle sentenze più sofferte degli ultimi anni. Lo dimostrano le otto ore che si sono rese necessarie per arrivare al verdetto, dimostrazione di una posizione non unitaria del collegio giudicante. Per ore ore il destino processuale di don Giorgio è rimasto in bilico. Verso le 21.45 i dubbi del terzo componente il collegio si sono sciolti. Non poteva essere diversamente per un processo fortemente indiziario ove l'imputazione nasce dall'interpretazione di un sogno (la violenza sessuale di alcuni marocchini davanti al bar «San Giorgio») di una ragazza da tempo in cura psicoanalitica per disturbi psicosomatici. Fu la correlazione tra il nome del bar ed il passato parrocchiano (a San Pio X) della presunta parte lesa a far decollare i primi sospetti a carico di don Giorgio sino a quando la ragazza, sempre a seguito delle cure, sembrò recuperare ricordi che aveva inconsciamente rimosso per lo shock subito. E' in quel contesto che la ragazza iniziò a raccontare gli stupri a ripetizione (per quasi quattro anni) subìti in parrocchia a San Pio X e in altre strutture ecclesiastiche durante colonie estive a Caoria e a Siusi. Non solo. La ragazza raccontò anche di essere stata violentata per due anni nei bagni della scuola media «Alfieri» da un compagno di classe e disse che negli stupri in parrocchia fu coinvolto anche un amichetto dell'epoca (oggi giovane adulto) obbligato a violentarla mentre il sacerdote filmava le scene indossando un paio di guanti in pelle nera. Racconti del terrore che non trovarono mai riscontri oggettivi esterni. Anche il ragazzo superteste negò. Il racconto della ragazza, però, ora è stato ritenuto attendibile per assenza di contraddizioni e per don Giorgio è stata la fine.

 
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Caso n. 9) don Lelio Cantini, il ruolo del vescovo Maniago e la bufera sulla diocesi di Firenze

Quello di don Lelio Cantini è forse il caso più clamoroso di violenze sessuali su bambini e ragazzi di entrambi i sessi, ". Il prete non è stato mai processato, perché le vittime hanno rivelato il caso solo dopo 30 anni dall'inzio delle violenze e, come al solito, invece di denunciare il prete alla magistratura, si sono ricolte ai suoi superiori che, dopo aver cercato di insabbiare il caso (trasferimento del prete di parrocchia in parrocchia "per motivi di salute"), hanno alla fine "condannato" il prete a recitare le litanie della Madonna e la recita del salmo 51.

Clamoroso è anche l'atteggiamento della curia di Firenze e del vescovo Maniago, discepolo di don Cantini, che, successivamento allo scoppio dello scandalo, venne accusato di una storia di orge gay sadomaso, con tentativi di soffocare lo scandalo con pagamenti di denaro.

Per la storia del vescovo Maniago, per la sua conoscenza dellle attività di don Cantini e per le accuse sui suoi festini a luci rosse si rinvia qui: 

Passiamo a don Cantini

Lo scandalo scoppia nell'aprile 2007. Alcune vittime del prete fiorentino denunciano di essere state vittime di violenze commesse dal 1975 al 2004

http://www.repubblica.it/2007/04/sezioni/cronaca/scandalo-parrocchia/scandalo-parrocchia/scandalo-parrocchia.html

Firenze, le vittime scrivono al Papa: "Abusi su donne e bambini per anni"
Gli episodi dal 1975 in poi. Nel 2004 le prime denunce alla Curia. Trasferito il prete sotto accusa

Sesso e violenze
scandalo in parrocchia
di MARIA CRISTINA CARRATU'

FIRENZE - Anni di violenze, psicologiche e fisiche, di plagi e coercizioni nei confronti di bambini, ragazzi, intere famiglie, abusi e violenze sessuali su bambine e ragazzine minorenni, consumati nell'ombra di una canonica e mai venuti a conoscenza di nessuno fino ad oggi. Famiglie intere convinte di far parte di un progetto di fondazione di una "vera chiesa dello Spirito" contrapposta a quella, corrotta e incapace, "di fuori", e spinte a devolvere alla parrocchia denaro e beni, "per adempiere alla volontà di Gesù Cristo". E poi avviamento di ragazzi al seminario, con l'obiettivo di "colonizzare" la struttura ecclesiale attraverso incarichi di primo piano.

È questo - secondo le vittime dei plagi e degli abusi (così lontani nel tempo da rendere difficile ormai un'azione penale) che solo oggi, dopo tanti anni, hanno trovato il coraggio di parlare e chiedono giustizia appellandosi al Papa - ciò che è avvenuto almeno a partire dal 1975 in una parrocchia della periferia di Firenze, la Regina della Pace. Affidata fino al 2005 a un "carismatico" sacerdote oggi ottantenne, don Lelio Cantini, allontanato dalla città solo un anno fa ma mai privato dell'ordinazione. Con a fianco una donna, presunta "veggente" le cui visioni di Gesù, raccontano le vittime, servivano alla selezione degli "eletti". Oggetto di punizioni esemplari, privati dell'assoluzione e dell'eucaristia, se non avessero obbedito alle imposizioni del "priore", come il sacerdote si faceva chiamare. Fra cui quella sistematicamente rivolta a ragazzine di dieci, quindici, diciassette anni, di avere rapporti sessuali con lui, come forma, diceva, di "adesione totale a Dio". Facendo credere a ognuno di essere il prescelto e intimando il segreto assoluto pena il "castigo divino". Per questo, vinte le rimozioni e preso contatto con i compagni di allora, solo oggi le vittime hanno scoperto di aver condiviso un passato identico e terribile.


Ed è innanzitutto alla Chiesa, anziché ad avvocati e tribunali, che si rivolgono fin dal gennaio 2004, inviando alla Curia di Firenze esposti e memoriali, e ottenendo vari incontri personali - prima con l'allora arcivescovo Silvano Piovanelli e poi con l'arcivescovo Ennio Antonelli e con l'ausiliare Claudio Maniago. Con l'unico risultato, nel settembre 2005, di un trasferimento del "priore" "per motivi di salute" in un'altra parrocchia della Diocesi. Da qui la decisione di appellarsi al Papa. La prima volta con una lettera del 20 marzo 2006, con allegati dieci dettagliati memoriali di venti vittime di abusi, a cui risponde il cardinale Camillo Ruini, ricordando alle vittime, sentito Antonelli, che il sacerdote sotto accusa dal 31 marzo ha lasciato anche la Diocesi e augurandosi che questo "infonda serenità nei fedeli coinvolti a vario titolo nei fatti".

Le vittime però non ci stanno. Il 'priorè vive con la "veggente" in una città della costa toscana, ha sempre intorno un gruppo di seguaci ed è tuttora ordinato. E a questo punto si muovono, di loro iniziativa, alcuni sacerdoti. "Non vogliamo sentirci domani chiedere conto di un colpevole silenzio", spiegano in una nuova lettera al Papa, inviata il 13 ottobre 2006 tramite la Segreteria di Stato. Dove parlano di "iniquo progetto di dominio sulle anime e sulle esistenze quotidiane" perseguito da una setta "purtroppo cresciuta dentro una parrocchia cattolica". E ricordano che a "quasi due anni" dall'inizio delle denunce dalla Chiesa fiorentina non sono ancora arrivati né "una decisa presa di distanza" dai personaggi coinvolti nella vicenda, né "una scusa ufficiale", né "un atto riparatore autorevole e credibile". A Repubblica, che glielo chiedeva, Antonelli ha risposto ieri di non voler fare alcun commento della vicenda.

Intanto la storia circola, e sono ora i parroci vicari foranei, responsabili delle zone della diocesi, a chiedere all'arcivescovo di portarla all'assemblea diocesana, davanti a tutto il clero. Antonelli li ha convocati alla fine di febbraio per mostrare una sua comunicazione alle vittime del 17 gennaio, relativa ai "provvedimenti" a carico del sacerdote adottati, scrive, "sulla base delle vostre accuse", al termine di un "processo penale amministrativo" e sentita la Congregazione per la Dottrina della Fede. Per cinque anni, scrive il cardinale, il "priore" non potrà né confessare, né celebrare la messa in pubblico, né assumere incarichi ecclesiastici, e per un anno dovrà fare un'offerta caritativa e recitare ogni giorno il Salmo 51 o le litanie della Madonna. E quanto alle vittime, l'invito, visto che "il male una volta compiuto non può essere annullato", è a "rielaborare in una prospettiva di fede la triste vicenda in cui siete stati coinvolti", e a invocare da Dio "la guarigione della memoria".

Ma loro, con "stupore e dolore", annunciano che non si fermeranno. Finora non hanno fatto nemmeno causa civile, ma d'ora in poi, dicono, "nulla è più escluso". Nella lettera alla Segreteria di Stato i preti chiedono a loro nome "un processo penale giudiziario", che convochi testimoni e protagonisti, e applichi "tutte le sanzioni previste dall'ordinamento ecclesiastico", che il prete che ha rovinato le loro vite sia "privato dello stato clericale", anche "a tutela delle persone che continuano a seguirlo". E che sia ora la Santa Sede a fare davvero luce su tutta la vicenda.

(8 aprile 2007)

Clamorosa la denuncia delle vittime alla trasmissione Annozero del 31 maggio 2007. Stranamente la stessa puntata di Annozwero non è più disponbile sul sito. Lascio a voi immaginare le ragioni.
Il sito dell'UAAR ci permette di ricostruire l'eco che la stampa ha dato della vicenda a seguito della trasmissione. Emerge anche il ruolo del card. Antonelli e del vescovo Maniago:
I fatti, resi ormai noti dalla stampa e dalla trasmissione televisiva “Anno zero”, vale la pena ripercorrerli solo per ricapitolare personaggi ed interpreti. Al centro della vicenda ci sono un vecchio parroco, don Lelio Cantini, con la sua perpetua veggente, Rosanna Saveri, ed il vescovo ausiliare Claudio Maniago, enfant prodige dell’episcopato italiano. Di contorno un nugolo imprecisato di vittime degli abusi del prete. Apparentemente solo a margine il cardinale di Firenze, Ennio Antonelli ed altre figure da precisare. Questo è il quadro ufficiale. Non sappiamo da dove venga don Lelio, certo da lontano visto che ha 82 anni, quando l’8 aprile scorso, per Pasqua, dall’uovo esce la sorpresa sulle pagine della cronaca locale di Repubblica e lo troviamo nella parrocchia della Regina della pace, detta anche di Firenze Nova, dove sta già dagli anni ’60.

La cronaca parte dal 2004 quando alcune giovani donne della sua parrocchia si rivolsero alla curia fiorentina per denunciare le violenze psicofisiche inflitte dal parroco fra il 1973 e l’87, fin da quando ancora erano minorenni. Violenze, si presume solo psicologiche, denunciate anche da alcuni maschi. Di fronte alla denuncia, l’arcivescovo Piovanelli prima, poi il suo successore Antonelli e l’ausiliare Maniago sembrano solo tirarla per le lunghe, così nel marzo del 2006 le vittime scrivono al papa e Antonelli finalmente interviene mandando la coppia Cantini-Saveri in … campagna. Il bubbone è ormai scoppiato e gioco forza monsignor Fisichella deve fare la sua comparsata da Santoro. Ovviamente ne esce sbertucciato ma, cosa incredibile ai nostri orecchi, è che i delitti contro le persone perpetrati dal Cantini alla fine risultano quasi derubricati rispetto alle infrazioni alla dottrina e alla liturgia.

Nel frattempo sembra che anche numerosi parrocchiani si siano rivolti alla magistratura sostenendo di essere stati circuiti dal prete e quindi obbligati a consegnargli denaro e beni immobili. Infine un professionista di Firenze testimonia al magistrato di certe sue vicissitudini omosessuali in cui risulta in qualche modo coinvolto Maniago. A questo punto la vicenda, già da tempo nota sulla stampa ed in TV, subisce un’impennata così che il cardinale Antonelli si sente in diritto di minacciare querele per diffamazione.

Due parole su Maniago sono indispensabili. Il Cantini è un talent scout di mistiche vocazioni ed un rude trainer esperto in doping psicologico, non a caso, per selezionare ed imbonire i suoi adepti, ricorre alle visoni della Rosannona Severi, chissà perché detta anche da un intervistato «la kapò, la generalessa o la padrona del prete». I ragazzi da lei prescelti come “eletti” non avevano molte alternative: o bere il verbo del Cantini o affogare nell’esilio dalla parrocchia. E si sa quanto l’espulsione dal gruppo sia per un ragazzino emarginante. Don Lelio ha il chiodo fisso dell’obbedienza e quello di dare vita ad una chiesa non “corrotta” - se lo dice lui! - da vivacizzare con creature uscite dalle proprie mani o, visto com’è andata, dalle sue grinfie. Fatto sta che la sua parrocchia sforna un numero di preti da primato, almeno 8 in 10 anni, ed uno, il suo pupillo, Maniago appunto, lo tira su talmente bene che diventa addirittura il più giovane vescovo in servizio attivo, anzi tanto attivo da diventare oggi, a 48 anni, il factotum della curia di Firenze: «Amministratore unico di un srl per la gestione degli immobili della curia, presidente del cda dell’agenzia di viaggi diocesana […] ed altri incarichi molto più “temporali”», non ultimo l’aver ricoperto «con piglio manageriale un ruolo cruciale durante il Giubileo 2000». Fino ad oggi Maniago non ha mai preso le distanze dal Cantini e viene da domandarsi, visti gl’intrallazzi finanziari che si dice siano avvenuti in parrocchia, chi ha insegnato a chi?

Questa è una breve sintesi, ma i fatti in cronaca sono molto più articolati e per le vittime quanto mai dolorosi, tuttavia l’interesse non verte tanto su quello che si sa, quanto su ciò che sta fra le righe. Come è mai possibile che il Cantini, per decenni - in un quartiere popolare e operaio di periferia dove, come in un paese, si sapeva ancora tutto di tutti - sia stato libero di fare e disfare quel che ha voluto nella più assoluta indifferenza se non con la più ampia, magari inconsapevole, connivenza? Possibile che in nessuno, nemmeno nei genitori delle vittime, sia mai venuto qualche dubbio, una pulce nell’orecchio, un sospetto? Possibile che in curia nessuno abbia mai messo il naso in un ambiente tanto borderline da usufruire di una veggente? Possibile che non sia sembrato strano alle gerarchie ecclesiastiche che proprio da quella parrocchia venissero tante “vocazioni”? Non è possibile. È pur vero che le parrocchie fanno parte di quegli enclavi chiusi e blindati agli occhi estranei, ma si sapeva. Risulta infatti che il gestore di un circolo vicino abbia ammesso che anni prima «girava la voce che desse noia alle bambine, ma nessuno ci fece caso, anche perché noi non andavamo in chiesa». Non è possibile. Anche il cardinale Piovanelli, l’ex arcivescovo di Firenze in capo alla curia dall’83 al 2001, proprio colui che chiama a sé Maniago prima come provicario ad appena 32 anni e poi come vicario generale della curia a 42, ammette di aver sentito “qualcosa” sul prete e sulla veggente «…qualcosa di molto generico». E se lo si sapeva al circolino miscredente e lo sapeva anche il Piovanelli doveva essere proprio il segreto di pulcinella. Sembra che nessuno possa dire «io non c’ero» caso mai dirà «va be’, se c’ero dormivo».

Ma andiamo avanti. Chi ha consacrato il precoce vescovo Maniago? Don Cantini? Forse sì dal momento che ora tutte le gerarchie ecclesiastiche cascano dalle nuvole. Non è che l’ex cardinale di Firenze Piovanelli abbia lasciato il cerino acceso in mano all’Antonelli? E cosa fa dell’Antonelli il previsto candidato ad una promozione nelle alte sfere vaticane: la sua sagacia e competenza o l’essere anch’egli un “obbediente” miope, debole d’udito e balbettante se non cieco, sordo e muto? E ancora. Possibile, vista l’ultra decennale presenza del Cantini in quella parrocchia, che le vittime fossero solo quelle che hanno trovato il coraggio o la disperazione di uscire allo scoperto per liberarsi da questa perversa sindrome di Stoccolma? Possibile che anche Maniago e gli altri preti non siano stati sottoposti allo stesso “trattamento”? Si sa che non tutti gli abusati riescono a superare il trauma, ma si sa anche che taluni se ne fanno forza per fini propri.

E come mai, ecco un altro legittimo dubbio, il colabrodo della procura è rimasto impermeabile e blindato finché non c’è stato il coinvolgimento di Maniago nelle vicende omosessuali? Possibile che un vescovo giovane, prestante e gay sia più destabilizzante per la chiesa di un prete pedofilo stupratore seriale? È pur vero che la cosa deve aver creato qualche problema ad un episcopato che da anni cerca di accreditare la falsa equazione omosessualità uguale pedofilia ed ora si ritrova sconfessato in casa propria.

Non sarà per caso che proprio alla curia convenga che si alzi più polverone possibile per coprire altre magagne? In fin dei conti stanno venendo fuori aspetti ai più ignoti e apparentemente marginali, ma guarda caso tanto Maniago e Firenze che monsignor Acampa a Siena, altro prelato manager in odore di… fumus non persecutionis ma d’incendio di documenti, sembrano coinvolti negli interessi immobiliari delle rispettive curie, coincidenza particolarmente singolare visto che proprio la Conferenza Episcopale Toscana (CET), ufficialmente tramite l’Antonelli, ha recentemente stipulato un’affaruccio con la Regione toscana che le ha permesso d’incamerare 9 milioni di euro da investire in mattoni. Viene quasi da dire che la CET, Conferenza Edilizia Toscana, non sia altro che una consociata della CEI, Conferenza Episcopale Immobiliare.

Troppe domande che non si sa se siano mai state formulate. Lo farà sicuramente la magistratura, tuttavia i sui tempi e quelli della chiesa sono purtroppo comparabili per cui ci vorrà tempo affinché il gran polverone si diradi, ma anche allora non è detto che si potranno distinguere fra le macerie di questo vergognoso aggroviglìo i corpi delle vittime da quelli dei farabutti.

er quanto ci riguarda riflettiamo sulle dichiarazioni del responsabile del circolino frequentato da chi come noi non crede e non frequenta chiese e parrocchie. Noi possiamo dire «non c’ero» ma non «se c’ero dormivo…».

E' di questi giorni la notizia che, nonostante siano passati decenni dalla maggior parte delle accuse, la Procura di Firenze ha chiuso le indagiine e si prepara a chiedere il rinvio a giudizio di don Cantini

http://lanazione.quotidiano.net/firenze/2008/05/13/88020-mille_pagine_accusano_cantini.shtml

ABUSI IN PARROCCHIA
Mille pagine accusano Don Cantini
'Prove schiaccianti' contro il sacerdote

Conclusa l'istruttoria bis. Consegnate al cardinale le conclusioni del supplemento d'inchiesta canonico. Sarebbero state raccolte 'prove schiaccianti'. Oltre mille pagine d’istruttoria inchioderebbero don Lelio Cantini (nella foto) alle proprie responsabilità negli abusi sessuali, nei confronti di alcune sue giovani ex parrocchiane alla Regina della Pace

Firenze, 13 maggio 2008 - Oltre mille pagine d’istruttoria inchioderebbero don Lelio Cantini (nella foto) alle proprie responsabilità negli abusi sessuali, nei confronti di alcune sue giovani ex parrocchiane alla Regina della Pace, e nella gestione delle elargizioni dei fedeli, che sarebbero state molto poco spontanee e ottenute con un sistema di persuasione occulta efficace come un’estorsione.
 

Il supplemento d’indagine voluto dal cardinale Ennio Antonelli per chiarire del tutto la vicenda che vede implicato l’anziano sacerdote, priore dal ‘61 al 2005 della parrocchia del Ponte di Mezzo, è stato consegnato una quarantina di giorni fa all’arcivescovo, che, ai sensi del diritto canonico, si è consultato con due ‘assessori’ di sua fiducia con i quali ha valutato la situazione per poi trarre le proprie personali conclusioni sull’operato del prete, ormai ottantacinquenne, ricoverato nel convitto ecclesiastico di viale Michelangelo.
 

Dell’inchiesta canonica bis si sta occupando su incarico del cardinale Antonelli padre Francesco Romano, carmelitano, già magistrato del tribunale ecclesiastico toscano. Il religioso, che è vincolato all’obbligo del silenzio, ha consegnato il voluminoso dossier all’arcivescovo, che dovrà stilare il documento conclusivo, Solo in un secondo momento, la decisione presa dal cardinale Antonelli sarà affidata di nuovo a padre Romano nel suo ruolo di ‘inquisitore’, e prenderà la via di Roma, destinazione Congregazione della dottrina della Fede, retta dal cardinale Joseph Levada. 
 

Secondo le accuse, formalizzate anche dalla diocesi fiorentina, don Cantini si sarebbe reso 'responsabile di delittuosi abusi sessuali compiuti su alcune ragazze negli anni compresi fra il ‘73 e l’87, di falso misticismo, di controllo e dominio delle coscienze', una colpa quest’ultima alla base del presunto passaggio di soldi e di proprietà fra i parrocchiani e il loro burbero, ma carimastico priore. «Un sacerdote vero, che ci crede davvero» come lo ebbe a definire, riconoscente, monsignor Claudio Maniago, uno dei ragazzi cresciuti alla Regina della Pace e diventati sacerdoti, all’atto della propria investitura a vescovo ausiliare.

Da quanto si è potuto sapere, le accuse al sacerdote sarebbero suffragate da 'prove schiaccianti', che potrebbero portare a una punizione più pesante, come auspicato a più riprese dalle vittime degli abusi, della privazione per cinque anni della facoltà di confessare, di celebrare la Santa Messa in pubblico, di amministrare altri sacramenti e di assumere incarichi ecclesiastici, oltre a penitenze come dover recitare ogni giorno il Miserere. 
 

Se l’istruttoria supplementare della Chiesa può dirsi conclusa, si aspetta ora che il pm Paolo Canessa chiuda le indagini preliminari per quanto riguarda il fascicolo aperto nell’aprile dell’anno scorso dalla procura. Un’inchiesta difficile e a rischio prescrizione

 
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Caso n. 7) don Donato Bono, parroco di Sternatia (LE). I tentativi di inquinamento delle prove

Post n°22 pubblicato il 14 Maggio 2008 da contemax2008
 

Anche su questo caso è caduta la coltre del silenzio da quasi 2 anni e quindi è quanto mai utile un aggiornamento a chi avesse notizie più fresche. Le ultime notizie certe parlano di una richiesta di rinvio a giudizio, dopo l'arresto in flagrante, dapprima ai domiciliari e poi in carcere per tentativo di inquinamento delle prove.

Il prete è stato notato da alcuni camionisti sul Grande Raccordo Anulare di Roma mentre compiva atti sessuali su un minore. Dapprima posto ai domiciliari, è stato successivamente arrestato perché avrebbe cercato di influenzare la vittima e i suoi genitori. Sentita anche la perpetua che avrebbe riferito di essere stata picchiata perché si sarebbe accorta di comportamenti strani del prete.

Lasciamo parlare le notizie di stampa che di per sé sono eloquenti

http://www.politicaonline.net/forum/showthread.php?t=240602

Sternatia (LE) - Il parroco don Donato Bono bloccato sul raccordo anulare di Roma su segnalazione di sette operai

Pedofilia? Sacerdote agli arresti

L'accusa è di atti osceni in auto con il ragazzo di 14 anni che lo accompagnava Il prete nega tutto. Ora è ai domiciliari in casa di un parente a Poggiardo


STERNATÌA E' agli arresti da venerdì sera, indagato per atti sessuali con un minorenne ed atti osceni in luogo pubblico, il parroco della chiesa matrice di Sternatìa intitolata alla madonna dell'Assunta, don Donato Bono, 42 anni, originario di Poggiardo. Dopo la convalida del fermo di polizia giudiziaria, il religioso si trova ai «domiciliari» proprio nella cittadina che gli ha dato i natali, ospite di un parente. La vicenda a causa della quale il sacerdote è finito nei guai con la giustizia, si è verificata la stessa sera di giovedì, nel territorio comunale della Capitale.

Di ritorno proprio da Roma assieme ad uno studente 14enne di Sternatìa, don Donato sarebbe stato notato intrattenere con questo atteggiamenti equivoci, mentre vestito dell'abito talare, si trovava al volante della sua auto.

Così come riferito agli agenti della Squadra mobile di Roma da chi lo ha accusato, l'episodio risulta essersi registrato sul grande raccordo anulare. Di ritorno nel Salento dopo aver sbrigato alcune pratiche all'Università Ecclesiastica dove si sta specializzando in Teologìa, il sacerdote si trovava nel traffico caotico, e per questo, procedeva incolonnato a passo d'uomo. Accanto alla vettura, ad un certo punto si sarebbe portato un pullmino con a bordo sette operai di ritorno dal lavoro, che guardandosi attorno, si sono ritrovati a fissare lo sguardo sul prete e sul ragazzo che gli sedeva accanto. Notata la situazione scabrosa di cui s'è detto, hanno allertato il numero d'emergenza 113, e sul posto sono giunti due equipaggi della Questura romana.

A quel punto, don Donato e lo studente 14enne sono stati accompagnati negli uffici di polizia, ed interrogati. A quanto è dato di sapere, il religioso avrebbe negato ogni addebito, mentre il ragazzo avrebbe ammesso di aver subito le sue attenzioni. Come che sia, d'intesa col magistrato di turno della Procura della Capitale, il sacerdote è stato sottoposto al fermo di polizia giudiziaria, ed in attesa della convalida, che il giudice delle indagini preliminari ha effettuato la mattina successiva, ha trascorso la notte in guardiola.

Quanto al 14enne, è stato raggiunto da alcuni parenti e con loro ha effettuato il viaggio di ritorno a casa. Anche per il parroco della chiesa madre di Sternatìa, che nel frattempo aveva affidato la sua difesa agli avvocati Luigi Rella e Marta Martina, c'è stato il viaggio di ritorno a casa, ma a bordo di una vettura della Squadra mobile leccese, che lo ha trasferito agli arresti in casa a Poggiardo. Vale aggiungere, che negli uffici della Questura di Roma, sono stati accompagnati anche i sette operai che lo hanno accusato, e che uno dopo l'altro avrebbero apposto la propria firma, allorché gli investigatori li hanno invitati a formalizzarla.

29/03/2006

http://www.ildialogo.org/Ratzinger/pretipedofili/inquinareprove04052006.htm

Pedofilia
Arrestato prete, stava tentando di inquinare prove

Fonte: http://www.agenews.it/

PEDOFILIA: ARRESTATO PRETE, STAVA TENTANDO DI INQUINARE PROVE


(AGE) ROMA - Un sacerdote, parroco di Sternadia (Lecce) è stato arrestato questa mattina dagli agenti della IV sezione della Squadra Mobile della Questura di Roma, diretti da Dania Manti, in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Il sacerdote, che era agli arresti domiciliari perché era stato trovato in auto in compagnia di un minore, avrebbe tentato di inquinare le prove a suo carico. Per questo motivo il pm titolare dell’ inchiesta, Francesco Polino, ha disposto un inasprimento dell’originario provvedimento. Il parroco, che è stato portato nel carcere di Lecce, fu fermato un mese fa circa dalla polizia stradale su segnalazione di alcuni camionisti che lo avevano notato in un’auto parcheggiata in compagnia di un ragazzino, impegnato in atti osceni. Il sacerdote si chiama Donato Bono e l’accusa nei suoi confronti è di atti sessuali con minori. Don Donato, che è nato a Poggiardo (Lecce), da una decina di anni é parroco di un piccolo centro a una trentina di chilometri, Sternadia, dove ha fondato l’ Anspi, una associazione per la formazione spirituale, la catechesi e l’attività sportiva. L’inasprimento del provvedimento a suo carico sarebbe stato reso necessario in seguito al mancato rispetto delle regole previste per gli arresti domiciliari. Il prete avrebbe parlato e incontrato alcune persone, e si sarebbe adoperato per inquinare le prove a suo carico, in particolare facendo esercitare pressione sui genitori del minorenne, e sul ragazzo stesso, in compagnia del quale era stato sorpreso dagli agenti della Polizia Stradale.
(AGE)
Data: 03/05/06 17:31
Autore: NUN

La Gazzetta del Mezzogiorno
Pedofilia: arrestato sacerdote nel Leccese

Era stato già bloccato circa un mese fa in auto, a Roma, in compagnia di un 12enne ma poi avrebbe tentato di convincere la famiglia del bambino a non sporgere denuncia

ROMA - Un sacerdote 40enne è stato arrestato dagli agenti della Squadra mobile romana in un paese vicino Lecce nell’ambito di un’indagine su abusi sessuali nei confronti di minorenni. Secondo indiscrezioni il sacerdote, già bloccato circa un mese fa dagli agenti della polizia stradale mentre si trovava in compagnia di un 12enne a bordo della sua auto sul Grande raccordo anulare della capitale, avrebbe cercato di convincere la famiglia del minore a non sporgere denuncia nei suoi confronti. Per questo motivo il religioso, parroco della cittadina pugliese, sarebbe stato raggiunto da un nuovo provvedimento di custodia cautelare.
Le indagini degli investigatori della quarta sezione della Squadra mobile di Roma erano iniziate subito dopo la scoperta dei continui viaggi fatti a Roma dal sacerdote durante i quali l’uomo era solito farsi accompagnare da ragazzi del suo paese. La polizia, ascoltando varie testimonianze, compresa inizialmente quella del 12enne trovato in auto con il religioso, ha accertato che i minorenni venivano condotti sempre nello stesso ambiente romano.
Dopo essere finito agli arresti domiciliari nella sua abitazione il sacerdote, tuttavia, avrebbe continuato ad avere rapporti con i ragazzi, anche nel suo appartamento, ed avrebbe tentato, secondo l’accusa, di inquinare le prove a suo carico contattando le famiglie dei minorenni, tutte residenti nello stesso paese. Proseguendo nelle indagini sul conto del religioso, però, la polizia in collaborazione con la Mobile leccese, ha condotto una serie di accertamenti nel centro abitato, dove vivono circa 2.000 persone.
Con grandi difficoltà gli investigatori hanno scoperto che alcuni anni fa il sacerdote aveva fondato un gruppo religioso che organizzava campi estivi ed invernali per i giovani del paese ed aveva creato anche un gruppo direttivo, soprannominato «il gruppo dei 12» composto da adolescenti maschi alcuni dei quali avrebbero accompagnato il sacerdote nei suoi viaggi a Roma.
Fra le varie testiomonianze la polizia ha anche ottenuto quella della perpetua della parrocchia che, secondo quanto ha raccontato agli investigatori, già in passato avrebbe avuto sospetti sui comportamenti tenuti dal religioso nei confronti dei ragazzi e per questo sarebbe stata anche picchiata.

3/5/2006

http://archiviostorico.corriere.it/2006/luglio/04/sacerdote_bloccato_con_ragazzino_sul_co_10_060704028.shtml

La richiesta del pm Staffa Il sacerdote bloccato con un ragazzino sul Gra «Processo per pedofilia»Posto prima ai «domiciliari», don Donato a maggio è finito in carcere per aver tentato di inquinare le prove

Un sacerdote pugliese, don Donato Bono, 44 anni, parroco di Sternadia, in provincia di Lecce, rischia di finire sotto processo per pedofilia. Il pubblico ministero Roberto Staffa ha chiesto infatti il suo rinvio a giudizio perchè risponda di atti sessuali con un minorenne e atti osceni in luogo pubblico. I fatti risalgono allo scorso aprile. Il religioso era stato bloccato dalla polizia stradale in una piazzuola del Grande Raccordo Anulare su segnalazione di alcuni camionisti che avevano notato don Donato in atteggiamenti osceni con un ragazzino a bordo della propria auto. Posto dapprima agli arresti domiciliari, il sacerdote era finito in carcere, dove si trova tuttora, all' inizio di maggio per aver tentato di inquinare le prove. Secondo l' accusa, infatti, avrebbe esercitato pressioni sul minorenne e sui suoi genitori per alleggerire la propria posizione. Don Donato, nato a Poggiardo, nel leccese, da una decina di anni è parroco di un piccolo paese dove ha fondato l' Anspi, una associazione per la formazione spirituale, la catechesi e l' attività sportiva. Secondo l' accusa il sacerdote approfittava dei suoi viaggi a Roma per farsi accompagnare da ragazzi minorenni. Dopo essere stato sorpreso dalla Stradale, don Donato è stato preso in consegna dagli agenti della squadra mobile, diretti da Alberto Intini e dal funzionario della IV sezione Dania Manti, che hanno allargato il raggio delle indagini nei confronti del religioso sospettato di aver compiuto violenze anche su altri ragazzini. E sono stati sempre gli investigatori romani ad aver scoperto che il parroco di Sternadia, tornato a casa, si era messo in contatto con alcune famiglie della cittadina per convincere gli adolescenti a ritirare le denunce nei suoi confronti.


Pagina 4
(4 luglio 2006) - Corriere della Sera

 
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Caso n. 5) don Pierangelo Bertagna, abate di Farneta (AR), reo confesso di 38 abusi. L'atteggiamento dei suoi superiori

Quello di don Pierangelo Bertagna è uno dei casi più tragici di pedofilia ecclesiastica, per il numero delle vittime e per l'atteggiamento delle gerarchie ecclesiastiche. L'Abate di Farneta, che fino ad ora ha scontato solo un anno di domiciliari a casa dei genitori a Gardone Valtrompia (BS), ha confessato violenze su 38 bambini. A giugno l'udienza preliminare essendo stato respinto il patteggiamento a 5 anni.

http://www.gaynews.it/view.php?ID=35127

CONFESSIONE SHOCK DELL'ABATE: "SI HO ABUSATO DI 30 BAMBINI"

FARNETA (Arezzo) - Un santo fuori, un orco dentro. Due facce, una sola vergogna, quella per l'uomo e quella per la Chiesa. Quando Pierangelo Bertagna ha abbassato gli occhi grandi e neri e la fronte alta e calva, neanche gli investigatori gli volevano credere. E' tutto vero, il Belfagor dei Bambini, quell'omone dalla faccia grande e le mani forti, era davanti a loro, perché trenta ne ha raggirati guadagnando un primato che la difesa semplificherà in molestie sessuali e l'accusa chiamerà violenza carnale. Trenta, e l'ha confessati tutti con la voce fonda e l'animo bifido.

«Mamma, devo dirti una cosa...»: è cominciato tutto così, in Valdichiana, con un bambino di appena 13 anni che ha provato a spiegare alla mamma quelle cose strane che faceva con don Pierangelo, il sacerdote dell'abbazia di Farneta, il suo parroco, vincendo da solo la vergogna. La mamma, sconvolta, è corsa dai carabinieri alla ricerca di una giustizia che potesse diventare conforto. Era l'11 luglio, quando la procura di Arezzo ha aperto il fascicolo affidando le indagini al pm aretino Ersilia Spena, disposto le intercettazioni telefoniche e ottenuto le prime conferme: pedofilia. Scattano gli arresti domiciliari, la Chiesa corre ai ripari: due settimane fa, il vescovo di Arezzo, Gualtiero Bassetti, lo stesso che, nel 2000, ha ordinato sacerdote Pierangelo Bertagna, decide di sospenderlo "a divinis" e lo trasferisce in un eremo della Valdichiana aretina, dove il pedofilo sconta il provvedimento deciso dal gip Gianni Fruganti: arresto per violenza sessuale nei confronti di minori. La scorsa settimana, la diocesi ha annunciato la sua sospensione e ha disposto il processo canonico che potrebbe togliergli qualsiasi titolo religioso. Di certo, la Chiesa di Papa Ratzinger non interverrà nella vicenda con mano leggera. Nel frattempo, inizia anche il via vai di molte famiglie dai carabinieri del posto, tante, troppe per denunciare un incubo terribile: «Anche nostro figlio ha subito le strane attenzioni di quell'abate, aiutateci». In quelle famiglie vivono bambini che non superano i quindici anni. Trenta di questi bimbi, otto, nove, undici anni, sono stati violentati da quell'abate dalla barba lunga e gli occhiali da vista, un "babbo Natale" buono, così attento ai ragazzi del posto e attivo nei loro confronti, ma anche così falso. Chi poteva immaginarlo: don Pierangelo incantava con le parole e con quei modi pacati, il suo carisma aveva affascinato e convinto tutti. Ma, forse, la solitudine passata nell'eremo lo ha costretto a riflettere, a guardarsi nell'animo con onestà. E, dopo mesi di indagini serrate e silenzio, ha confessato tutto. Gli abusi sono iniziati negli anni '90, quando Pierangelo Bretagna, oggi quarantaquattrenne, era un missionario laico all'estero per la congregazione dei "Costruttori della preghiera", con cui condivideva una rigidissima vita di rinunce e sacrifici: «Dormivo sul pavimento e mangiavo solo verdura», ha raccontato agli inquirenti. Ma tutte quelle privazioni non sono bastate a spegnere quegli istinti insani: «Trenta ragazzi, ho abusato di trenta ragazzini, bambini o adolescenti tra gli 8 e i 15 anni». Un brivido di gelo e di rabbia. La confessione continua: quelle violenze sarebbero iniziate nella sua zona d'origine, la Lombardia e il Bresciano (don Bertagana è nato a Gardone Valtrompia, in provincia di Brescia), dove lavorava come missionario laico, poi proseguite al seminario di Arezzo dove, a 39 anni, era diventato sacerdote, fino all'abbazia di Farneta, a poca distanza da Cortona, in cui era stato nominato parroco. Violenze e molestie si intrecciano in un filo di orrore che percorre mezza Italia. Le indagini continuano, continua la ricerca delle conferme che, puntualmente, arrivano. In paese, invece, c'è solo voglia di dimenticare.

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Di particolare gravità il fatto che le violenze pedofile erano cominciate già durante il seminario. I suoi superiori invece di denunciarlo alla magistratura lo hanno ordinato prete. Solo dopo l'intervento della magistratura il vescovo di Arezzo si decide a sospendere don Bertagna:  http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2005/11_Novembre/26/cortona.shtml

Per unsuo collega, don Lorenzo Spezia, quello di don Bertagna è un incidente: http://vaticano.noblogs.org/post/2007/12/23/i-guru-nascosti-in-chiesa

In rete si trovano gravi accuse nei confronti di padre Gian Vittorio Cappelletto e padre Lanfranco Rossi, superiori di don Bertagna, poiché a conoscenza da anni delle violenze:

http://www.cesap.net/index2.php?option=com_content&do_pdf=1&id=709 

Sono molte, infatti, le testimonianze, i dossier, i racconti raccolti di prima mano da Left fra le persone che hanno abbandonato il gruppo dei Ricostruttori nella preghiera. Alcuni chiedono di allargare il campo di indagine non solo al sacerdote reo confesso, ma a tutto il movimento dei Ricostruttori. Le accuse, rivolte principalmente a padre Cappelletto, sono pesantissime. Su tutte, quella di essere stato a conoscenza delle violenze sessuali di don Pierangelo. Racconta,Marco (nome d’invenzione) che dopo lunga frequentazione ha deciso di lasciare i Ricostruttori nella preghiera: «Circa dieci anni fa a Roma i genitori di un ragazzo, che come tutte le altre vittime frequentava il movimento dei Ricostruttori, comunicarono a padre Cappelletto in modo chiaro e circostanziato ciò che era avvenuto, delle attenzioni particolari ricevute dal loro figlio da parte di Bertagna. I genitori - continua l’uomo visibilmente scosso dall’esperienza - uscirono dal gruppo di preghiera, ma nulla trapelò. Don Pierangelo rimase al suo posto a fianco dei ragazzi, gli è stato permesso di terminare gli studi ed è anche stato ordinato sacerdote. Nessuno ha pensato di avvisare i genitori dei ragazzi che venivano affidati al sacerdote».

L’arresto di don Bertagna condotto da due carabinieri avrebbe fatto saltare tutto l’impianto, creando grossi imbarazzi tra gli stessi aderenti al gruppo gesuita. I genitori si sono così rivolti alla loro guida che, sempre secondo l’ex componente del gruppo, nel luglio scorso avrebbe confessato - durante un ritiro a Zagarolo, località alle porte di Roma - «di essere a conoscenza del terribile segreto e di aver commesso un errore a non rivelarlo». Questa versione è, però, smentita dallo stesso padre Cappelletto che dichiara a Left di «non essere mai stato messo al corrente delle attenzioni di don Bertagna verso i ragazzi se non dopo il suo arresto. Se lo avessi saputo prima sicuramente avrei preso dei provvedimenti. La sua vicenda - continua il fondatore dei Ricostruttori - è stata una schiaffo morale spaventoso, per me e per tutta la comunità. Non posso far altro che ammettere di non essere stato capace di selezionare. In don Pierangelo ritenevo di aver riconosciuto i doni per animare i gruppi giovanili. Aveva la mia piena fiducia».

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Parla uno dei suoeriori dell'abate, padre Lanfranco Rossi::

http://massimilianofrassi.splinder.com/tag/don_pierangelo_bertagna

“perché credevamo che Pierangelo avesse tante buone qualità, e volevamo dargli un’altra possibilità”; come se non bastasse, all’obiezione “ ma ai bambini quale possibilità avete dato?”, la risposta del Superiore, è stata : “ per i bambini abbiamo pregato”.
L’abate sarà processato per 38 casi
Fissata l’udienza nell’aula del Gip

Don Pierangelo Bertagna, l’ex abate di Farneta ha ammesso di aver compiuto trentotto casi di violenza sessuale su minori, a giugno dovrà presentarsi nell’aula del Gip. Nella migliore delle ipotesi dovrà affrontare il carcere almeno per un altro anno 

Arezzo, 6 marzo 2008 - Non è il giorno del giudizio al quale gli ha insegnato a credere la sua religione, ma è comunque il giorno del giudizio degli uomini. Don Pierangelo Bertagna, l’ex abate di Farneta (anche ex prete dopo che ha abbandonato la tonaca, d’intesa con la Chiesa) che ha ammesso trentotto casi di violenza sessuale su minori, dovrà presentarsi a giugno nell’aula del Gip. A distanza di circa due anni da quando un altro giudice delle indagini preliminari, Umberto Rana, respinse la richiesta di patteggiamento a cinque anni sulla quale si erano accordati il Pm Ersilia Spena e gli avvocati, Francesca Mafucci e Annelise Anania. Sul tavolo 16 capi di imputazione per violenza sessuale, quelli sui quali l’accusa ha trovato riscontri dopo la confessione fiume dell’estate del 2005, quando l’abate era agli arresti domiciliari in un eremo appenninico, a seguito del primo episodio per il quale erano scattate le manette.
L’inchiesta ha avuto un iter lunghissimo e tormentato (basti pensare che Variantopoli, iniziata più o meno nello stesso periodo è già da mesi in fase di processo), ma ora le lungaggini paiono finalmente superate. Il Pm Spena ha chiesto e ottenuto la fissazione dell’udienza preliminare, che potrebbe anche diventare quella del processo, visto che nessuno ha interesse a trascinare il caso nell’aula di un tribunale e di un pubblico dibattimento. Con decine di ragazzi costretti a raccontare davanti a tutti storie scabrose, con l’abate trasformato in un 'mostro' anche mediatico, con la Chiesa in inevitabile imbarazzo davanti all’ennesimo scandalo sessuale, uno dei più clamorosi avvenuti in Italia negli ultimi anni.
Le strade, dunque, sono due: o un tentativo di riproporre il patteggiamento da parte degli avvocati difensori, ammesso che la procura presti il proprio consenso, o un rito abbreviato che consenta a Don Bertagna di chiudere il suo 'pasticciaccio brutto' nel segreto della camera di consiglio del Gip, ottenendo oltretutto lo sconto di un terzo su una condanna inevitabile. Per la prima ipotesi, il patteggiamento, non sembrano esserci molti spiragli: un giudice ha già detto no ai cinque anni concordati e sono la pena massima prevista dalle legge per un rito del genere. Più probabile il giudizio allo stato degli atti, sulle carte raccolte dall’accusa nel corso dell’inchiesta. Carte che partono dalla primavera-estate 2005, quando un bimbo della zona di Farneta-Montecchio-Monsigliolo, comune di Cortona, le tre parrocchie affidate all’abate, si confida con la mamma: Don Pierangelo mi fa cose strane. La signora corre dai carabinieri, cominciano le indagini, il cui momento culminante è la telefonata di scuse con la quale il sacerdote di origine bresciana tenta di giustificarsi delle molestie al piccolo. Una sorta di confessione non voluta che fa scattare l’ordine di custodia cautelare firmato da un terzo Gip, Gianni Fruganti. Don Bertagna viene portato via dall’antica abbazia il 12 luglio, a capo chino fra due carabinieri. I suoi parrocchiani quasi stentano a crederci: il prete, che appartiene alla comunità dei 'Ricostruttori nella preghiera', ha fama di rigore ed umiltà: dorme per terra, mangia solo verdure.
Le illusioni cadono in due giorni. Al primo interrogatorio con Fruganti l’abate ammette gli abusi sul ragazzino. Qualche settimana dopo confessa i 38 casi di violenza sessuali ai carabinieri, in un’interminabile sfogo che ha quasi la funzione di una catarsi. Don Pierangelo è rimasto agli arresti domiciliari per un anno, da allora è tornato dai suoi, a Gardone Valtrompia, provincia di Brescia. Nella migliore delle ipotesi per lui, dovrà affrontare il carcere almeno per un altro anno.

Salvatore Mannino

 
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Preti e pedofilia. Caso n. 4) don Marco Baresi, vicerettore del seminario di Brescia

Prima di occuparci del prossimo caso segnalo che due giorni fa è stato condannato a 4 anni di reclusione (con sconto di pena per il rito abbreviato) un altro prete per crimini pedofili, padre Emilio Manzolini, nato a Valsolda (CO) il 31 maggio 1958, già parroco della chiesa di Santa Maria di Viterbo a Roma: http://wildgreta.wordpress.com/2008/05/10/abuso-di-bimbe-durante-confessione-prete-condannato-a-4-anni/

Avevamo detto che l'ordine di trattazione sarebbe stato tendenzialmente alfabetico. Quindi avremmo dovuto già trattare il caso di don Luciano Alloisio da Torino, accusato di atti sessuali con minorenni e induzione alla prostituzione: http://www.gaynews.it/view.php?ID=74956 nell'inchiesta che coinvolge altri due preti, mons. Mario Vaudagnotto e don Nino Fiori. Tuttavia, essendo il caso in pieno svolgimento (si non appena chiuse le indagini preliminari), preferiamo attendere ulteriori sviluppi per avere un quadro più chiaro.

Anche il caso di cui ci occupiamo oggi è in pieno svolgimento. Il 27 novembre 2007 viene arrestato il vicerettore del seminario di Brescia, don Marco Baresi, 38 anni, originario di Chiari (BS), per violenza sessuale aggravata su un minore di 14 anni, ex ospite del seminario minore di Brescia e per detenzione di 600 foto pedopornografiche nel suo p.c..

Ordinato sacerdote nel 1994, assegnato alla parrocchia di San Zano Naviglio, ove resterà fino al 1999, quando viene promosso vicerettore della Comunità delle Medie e del Biennio Superiore del seminario minore di Brescia. Qui sarebbe entrato in contatto con un minore che all'epoca dei fatti, tra il 2003 e il 2004, aveva meno di 14 anni e che avrebbe subito violenze nella struttura di via Bollani, a Monpiano. L'ex ospite del seminario confessa a una psicologa le violenze che avrebbe subito. Partono le indagini, con anche perquisizioni nel p.c. del prete, dove vengono ritrovate 600 foto pedopornografiche che erano state cancellate. Dopo il riesame il prete rimane ai domiciliari nella casa dei genitori. Questo in sintesi, ma ulteriori approfondimenti li trovate qui: http://www.vivicentro.org/incartamento-su-caso-di-don-marco-baresi-vt4343.html http://www.imgpress.it/notizia.asp?idnotizia=29736&idsezione=1#http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/cronaca/arresto-seminario-brescia/arresto-seminario-brescia/arresto-seminario-brescia.html http://wildgreta.wordpress.com/2007/12/01/pedofilia-bresciamons-monari-una-grave-ferita/ http://abusi-pedofili.blogspot.com/2007/12/don-marco-baresi-rimane-ai-domiciliari.html http://www.bambinicoraggiosi.com/?q=node/71 http://wildgreta.wordpress.com/2007/12/06/nel-pc-di-don-marco-600-file-recuperate-le-foto-pedofile/ http://wildgreta.wordpress.com/2007/11/28/pedofilia-brescia-vicerettore-seminario-ai/ http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=2750 http://www.bambinidisatana.com/notizie/2007/11/28/don-marco-baresi-accusato-di-pedofilia/ http://abusi-pedofili.blogspot.com/2007/12/don-marco-baresi.html 

Solidarietà al prete (chissà perché non al ragazzo che sarebbe la vittima) dal vescovo di Brescia, mons. Luciano Monari, che si preoccupa unicamente dell'immagine della sua diocesi: http://abusi-pedofili.blogspot.com/2007/12/don-marco-baresi.html «L'arresto di un vicerettore del Seminario è una ferita profonda e dolorosa per la Chiesa bresciana. Nutro profonda speranza che l'accusa si risolverà in una bolla di sapone; ho ascoltato tanti che hanno conosciuto don Marco, che sono vissuti insieme a lui per anni e il giudizio è concorde: non uno che abbia avanzato dubbi o riserve. Ma la ferita non si rimarginerà presto. Noi viviamo anche dell'immagine che gli altri hanno di noi e la notizia, sparata dai giornali come una bomba, ha segnato la nostra Chiesa».

 Il vescovo paventa fantomatici complotti anticristiani, invece di concentrarsi sui fatti http://www.seminariobrescia.it/ Se ci ritiriamo dall’impegno nell’oratorio per l’educazione dei piccoli, per la loro crescita umana e cristiana, se riduciamo il nostro servizio all’adempimento burocratico delle prestazioni religiose, tradiamo la nostra vocazione. Di fronte agli inevitabili timori l’aiuto decisivo è quello che ci viene dalla contemplazione del Signore. Di lui si dice che “quando era oltraggiato non rispondeva con oltraggi e soffrendo non minacciava vendetta, ma rimetteva la sua causa a Colui che giudica con giustizia” (1Pt 2,23). Se Gesù si fosse lasciato spaventare dalla pericolosità della sua missione, se avesse cercato la sicurezza a ogni costo, come avrebbe potuto mostrare l’amore di Dio per noi?

E poi una precisazione che si ritorce contro lo stesso vescovo: Un’ultima osservazione. Si accusa un prete, e si accusano nello stesso tempo tutti i preti. Il fatto è tutt’altro che gradevole perchè ci sentiamo tutti insieme messi sul banco degli imputati senza che nessuno si sia preoccupato di guardarci in faccia e di misurarsi con noi. Ma forse questa situazione è la conferma di una realtà effettiva sulla quale abbiamo insistito spesso e cioè che tutti i preti di una diocesi costituiscono un unico presbiterio solidale attorno al Vescovo.

Ma il vescovo dimentica di dire che il predecessore di don Marco a vicerettore del seminario di Brescia, don Luigi Facchi, è stato condannato per abusi pedofili: http://wildgreta.wordpress.com/2007/11/28/arresto-sacerdote-brescia-la-maledizione-di-via-bollani-stessa-accusa-per-il-suo-predecessore/

Una considerazione sui seminari minori. Attualmente (ultimi dati anno 2005/6) in Italia ci sono ben 148 tra seminari minori e convitti per minori dai 10 ai 18 anni (123 seminari minori e 25 convitti). Provate a immaginare come possano candidarsi al sacerdozio dei ragazzini dai 10 ai 18 anni, che vivono lontano dagli affetti della famiglia, senza poter andare da un padre e da una madre, senza compagnia femminile con cui scoprire il gioco dell'amore, senza quelle normali esperienze che fanno tuttti i ragazzi.

http://www.ildialogo.org/ADPforum/template.php?nm=1206048990

E' cosa nota agli psicologi e ai criminologi che la repressione affetttiva e sessuale impedisce la maturazione dell'adolescente nella fase cruciale della vita in cui si formano molti aspetti della personalità. Infatti i pedofili sono psicopatici affettivamente e sessualmente immaturi che sono incapaci di normali relazioni con adulti (pedofili situazionali, come i preti) o che li preferiscono (pedofili preferenziali, come i violentatori in famiglia).

Il reclutamento dei minori alla vita religiosa provoca proprio questo blocco nello sviluppo psichico nelle sfere dell'affettività e della sessualità e nella capacità relazione con individui del sesso per cui si prova attrazione.


Il clima di colpevolizzzazione della sessualità e dell'affettività si respira già prima dell'indottrinamento nei seminari e parte dalle parrocchie, dal catechismo, dall'oratorio ecc. e in certe famiglie in cui non vi è capacità di parlare di certi argomenti con la dovuta naturalezza. Del resto sono le parrocchie e le famiglie le fucine di incubazione di queste personalità represse e, al tempo stesso, sono la fucina delle "vocazioni".

Spesso la "vocazione", anche se consapevole, non è che una via di fuga da questo disagio psicosessuale. Spesso è il luogo di rifugio di omosessuali repressi, incapaci di accettarsi. Ma la sublimazione affettiva e sessuale nella preghiera è impossibile!

Dunque i seminari minori sono solo uno degli aspetti di un più vasto problema che attiene al reclutamento del clero che si inquadra nel fenomeno della repressione affettiva e sessuale.

 
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Archivio preti e pedofilia. Caso n.3) Don Giorgio Barbacini, ex parroco di Albisola Superiore (SV)

Post n°18 pubblicato il 10 Maggio 2008 da contemax2008
 

Dopo i due casi precedenti di don Giuseppe Abbiati http://blog.libero.it/contemax2008/view.php?id=contemax2008&mm=0&gg=080508 e di don Marco Agostini, detto "il cabana", http://blog.libero.it/contemax2008/view.php?id=contemax2008&mm=0&gg=080509 proseguiamo il nostro viaggo soffermandoci su un caso che presenta alcuni caratteri tipici di alcuni casi che hanno coinvolto preti.

In questo caso le violenze, secondo l'accusa, sono avvenute in una comunità che ospitava emigranti. Anche in questo caso il prete è stato spostato di parrocchia in parrocchia e ora ignoriamo dove sia e dove dica messa.

Notiamo spesso nei casi pedofilia ecclesiastica che le giovani vittime appartengono a famiglie disagiate o ne sono del tutto privi. Evidentemente un bambino o ragazzo privo delle attenzioni familiari più facilmente rimane soggiogato e non denuncia l'abuso. Del resto questa era una delle regole ritrovate nel diario di un prete pedofilo del Brasile che descriveva le modalità con cui dovevano avvenire gli abusi:

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2005/11_Novembre/21/preti.shtml

 «Mai avere una relazione con bambini ricchi». Scrive il prete: «Mi preparo per la caccia, mi guardo intorno con tranquillità perché ho i ragazzini che voglio senza problemi di carenze, perché sono il giovane più sicuro al mondo». «Piovono ragazzini sicuri affidabili e che sono sensuali e che custodiscono totale segreto, che sentono la mancanza del padre e vivono solo con la mamma, loro sono dappertutto. Basta solo uno sguardo clinico, agire con regole sicure»

Questa la notizia, riportata dal giornale cattolico del dissenso Adista:

http://www.cdbchieri.it/rassegna_stampa_2006/preti_pedofili_in_italia.htm

il 15 ottobre (2004 n.d.r.) viene condannato a 3 anni e mezzo di reclusione don Giorgio Barbacini per aver compiuto atti sessuali nei confronti di un minorenne extracomunitario, con l'aggravante di averne avuto la custodia e la tutela. I fatti risalgono al 2000, quando don Giorgio era responsabile della comunità "Migrantes" di Savona, istituita dalla Curia per tutelare i giovani extracomunitari con problemi di ambientamento. Attualmente don Giorgio è stato trasferito in un'altra diocesi; nei suoi confronti non è mai stata avviata alcuna procedura ecclesiastica.

E questo l'atteggiamento della diocesi di Savona, che non ha nemmeno il coraggio di parlare del crimine per cui è stato condannato il prete, ma la mtte tutta nell pretese attività benefiche del prete, come se le stesse cancellassero  i crimini. La diocesi vuol far credere che ci sia una spontanea solidarità al prete che rpoverrebbe nientemenno da un diacono sottoposto al prete...

http://www.diocesisavonanoli.it/article.php?sid=551

Lettere di solidarietà per don Barbacini
Pubblicato il Wednesday 28 May @ 09:57:22

Arrivano con continuità da ogni parte della diocesi lettere di solidarietà per don Giorgio Barbacini. Di seguito riportiamo uno scritto del diacono Giorgio Chiarini, portavoce della comunità parrocchiale di Luceto, dove don Giorgio ha svolto in passato il proprio ministero sacerdotale. Chiarini è stato per qualche tempo anche collaboratore di don Barbacini presso la Migrantes diocesana.

Caro don Giorgio, nel giorno in cui i giornali ‘assolvevano il loro compito di informazione’, il Vangelo che abbiamo ascoltato e commentato nelle nostre celebrazioni eucaristiche era imperniato sul comandamento dell’amore, sull’invito ad amarsi gli uni gli altri. Tu su questo comandamento hai fondato la tua vita e il tuo ministero di sacerdote. Lo ricordiamo ancora oggi quando pensiamo alle tue brevi, ma intense omelie, che ci hai lasciato durante i tre anni che hai trascorso come amministratore parrocchiale nella nostra comunità di Luceto. Non sappiamo esprimere a parole tutto quello che proviamo in questo momento, ma vogliamo dirti che abbiamo ancora bisogno di te, della tua testimonianza, vogliamo ancora vederti lottare contro tutte le incomprensioni che ti hanno accompagnato negli oltre quarant’anni di sacerdozio, vogliamo ancora che tu ci parli dell’amore con la A maiuscola, di quell’amore che non tiene conto di appartenenza a religioni diverse da quella che noi professiamo o dal colore della pelle delle persone o dal diverso stato sociale di appartenenza, vogliamo ancora poter imparare da te che l’amore non deve mai essere messo in secondo piano rispetto ad altri sentimenti che non hanno niente a che fare con quanto il Signore ci ha trasmesso. Nell’esprimerti tutta la stima e la fiducia che meriti e che ti sei guadagnato negli anni che sei stato con noi a Luceto, ti siamo vicini in questo momento di grande sofferenza con l’affetto e la preghiera.
Anche dall’ex segretario dei pensionati Cisl, Romano Pintus, sono giunte parole di solidarietà per don Barbacini. “Vorrei far pervenire a don Giorgio e a tutta la Chiesa savonese – scrive - la solidarietà mia personale e di tanti che mi hanno espresso il desiderio di fare qualcosa per don Giorgio. Per prima cosa pregheremo per lui, come ci ha consigliato il nostro vescovo”.

 
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Preti e pedofilia. Caso n. 2) don Marco Agostini, da Pomezia (RM).Il ruolo del card. Vallini

Post n°17 pubblicato il 09 Maggio 2008 da contemax2008
 

Prosegue il nostro viaggio per ricostruire un archivio sulla pedofilia ecclesiastica. Dopo il caso di don Giuseppe Abbiati http://blog.libero.it/contemax2008/view.php?id=contemax2008&mm=0&gg=080508 oggi un caso di notevole importanza, per il tragico finale, per l'elevato numero di casi segnalati, per le modalità con cui erano organizzate le violenze, per il ruolo del vescovo di Albano, Agostino Vallini, creato cardinale da papa Ratzinger, che fonti accreditate danno come successore del card. Ruini a Vicario del Papa per la diocesi di Roma.

A seguito di indagini iniziate dalla procura di Velletri, il 5/04/2006 è arrestato don Marco Agostini. Il procuratore Luigi Paoletti dice che i 2 vescovi di Albano, Dante Bernini e Agostino Vallini, sapevano dei crimini di don Marco. Le prime denunce erano iniziate nel 1997 e subito dopo cominciò l'insabbiamento da parte dei confratelli

http://archiviostorico.corriere.it/2006/aprile/08/Preti_pedofili_due_vescovi_sapevano_co_10_060408025.shtml

Preti pedofili, «due vescovi sapevano»Don Marco e gli abusi: la congregazione lo copriva per interessi economici

Degli abusi commessi da padre Marco Agostini sui ragazzi dell' oratorio di Torvaianica si sapeva già dal 1997: in quell' anno vennero infatti segnalati alla diocesi di Albano, ma da subito iniziò l' «insabbiamento» delle denunce da parte di alcuni confratelli del religioso appartenente all' ordine degli Oblati di San Francesco di Sales. Una «copertura» delle violenze sessuali motivata anche da un tornaconto economico: quello delle donazioni continue versate da molte vittime, danaro servito per finanziare progetti «che aumentavano il prestigio della congregazione». E' quanto scrive il sostituto procuratore del tribunale di Velletri Luigi Paoletti nella richiesta di misure cautelari accolta dal gip Aldo Morgigni. Forte del «suo ruolo di guida spirituale e carismatica», padre Marco era riuscito a soggiogare i ragazzi, «approfittando della loro immaturità psico-fisica», per indurli «a subire e compiere atti sessuali», «palpeggiamenti, pratiche masturbatorie e rapporti completi». Una fiducia che il prete era riuscito a guadagnarsi già nell' inverno 1994, quando, allora seminarista, «in una chiesa sconsacrata a Riofreddo - hanno raccontano al magistrato i giovani dell' oratorio - organizzammo la prima giornata di gruppo: dormimmo divisi, maschi e femmine, e il prete si coricò con noi ragazzi». Gli abusi? «Approcci inizialmente vaghi - c' è scritto negli atti - e poi sempre più espliciti e assillanti» soprattutto nei confronti dei minori. Girano però le prime voci. E scatta così la «copertura» di padre Germano Agostini e padre Ennio Digianpasquale, anch' essi degli Oblati nella parrocchia di Torvaianica, indagati per favoreggiamento dal procuratore Silvano Mazzetti e dal sostituto Paoletti. Nel 1997 le segnalazioni arrivano all' allora vescovo di Albano Dante Bernini e poi, nel 2002, vengono ribadite al suo successore, monsignor Agostino Vallini oggi cardinale. In un vero e proprio «confronto all' americana» davanti alle autorità ecclesiastiche i due religiosi degli Oblati «smentiscono apertamente» i ragazzi «vittime delle morbose attenzioni». Per loro la punizione è quella del discredito, «additati a calunniatori, isolati ed emarginati dalla comunità parrocchiale, condizionati psicologicamente al fine di non presentare denunce». Un «comportamento connivente», quello di padre Germano e padre Ennio, che il pm mette in relazione ai «profitti ottenuti» da padre Marco «nel pagamento della decima». Cioè una specie di tassa versata dai ragazzi dell' oratorio (in sostanza il 10% di quanto avevano in tasca, «le sue richieste di soldi erano continue») della quale «beneficiava l' intera congregazione». I progetti «finanziati accrescevano il prestigio dell' Ordine agli occhi dei parrocchiani, aumentando utenti e vastità del guadagno a discapito di quei ragazzi che da tale meccanismo venivano stritolati». Alessandro Fulloni L' ACCUSA L' ordine degli Oblati di San Francesco di Sales «ha beneficiato dei profitti» garantiti dall' arrestato grazie alla «decima» raccolta tra i ragazzi

Fulloni Alessandro

Pagina 5
(8 aprile 2006) - Corriere della Sera

http://www.spazioforum.net/forum/lofiversion/index.php?t30830.html

"Non siamo solo noi ad aver denunciato questa situazione - dicono alcuni di loro - dovremmo essere almeno 30 ragazzi fra Torvaianica, Pomezia e Roma. In un primo momento noi volevamo risolvere la situazione solo segnalandola a livello ecclesiastico. Ci siamo rivolti al vescovo di Albano che allora era monsignor Vallini. Ma - proseguono - rispose che erano solo chiacchiere. Poi però fu avviato un processo da parte delle autorità ecclesiastiche. Poi abbiamo presentato una denuncia alla IV sezione della Questura di Roma".

Le accuse parlano di abusi sin da quando Marco Agostini era ancora seminarista: Lui, il Cabana, aveva costituito una organizzazione articolata all'interno di "Ragazzi Nuovi", il gruppo da lui fondato sin da quando era ancora a Roma. All'epoca don Marco era un giovane seminarista della parrocchia San Francesco di Sales che si faceva notare per l'attitudine a coinvolgere persone.

http://italy.indymedia.org/news/2006/04/1040042.php

L’accusa è terribile per don Marco Agostini, 43 anni, dell’ordine degli Oblati di San Francesco di Sales, viceparroco prima a Torvajanica e poi a Pomezia, tra il 1993 e il 2004. L’hanno arrestato gli agenti della squadra mobile di Roma, dopo 18 mesi d’indagine, ad Assisi, Don Marco Agostini dove era stato discretamente trasferito dalle gerarchie cattoliche, lontano dai ragazzi, messo a occuparsi di un ostello per pellegrini. Un caso che fa scalpore, quello di don Marco.

Un caso doloroso, si parla di duecento episodi. Dopo una giornata trascorsa in questura il sacerdote è stato condotto agli arresti domiciliari in un’abitazione riservata. Altri due anziani parroci di Pomezia, padre Germano e padre Ennio, sono stati condotti negli uffici di polizia, indagati per favoreggiamento e si sono ritrovati sul capo un divieto di dimora valido per tutta la provincia di Roma. In questura stanno analizzando computer e altro materiale sequestrati sia ad Assisi sia a Pomezia.

Il giovane seminarista Secondo quanto ha ricostruito la polizia, questa di Pomezia è una storia brutta che viene da lontano. Comincia non appena un giovane prete, anzi addirittura un seminarista che non ha preso tutti i voti, arriva sul litorale romano. Si chiama don Marco. Comincia a occuparsi dei giovani che frequentano l’oratorio e si fa presto notare. E’ ruvido, brusco, ma carismatico. Usa un linguaggio sconveniente, che fa arricciare il naso a più di qualche mamma. Si difende: «I giovani parlano così. E se voglio essere ascoltato devo farmi capire».

E’ un ragazzone alto e grosso, che gioca al calcio, suona la chitarra, organizza gite, gestisce i campi estivi. Intorno a lui si coagula un forte nucleo di adolescenti. E così volano via cinque anni, vissuti intensamente a Torvajanica, il borgo cresciuto forte e disordinato attorno a una spiaggia famosa per il delittaccio di Wilma Montesi. Più altri cinque trascorsi a Pomezia, paesone fondato da Mussolini. Le prime voci Non tutto fila liscio, però, come sembrerebbe in apparenza.

Qualche voce comincia a circolare: attenti a don Marco. E’ una voce che cresce lentissimamente perché pare troppo incredibile. Gli investigatori impiegheranno diciotto mesi per scardinare lo stereotipo del prete volitivo ma bravissimo. Mica tanto, a giudicare da quanto racconta un primo testimone, poi seguito da un secondo, e da un terzo. Tutti tra i quindici e i ventitré anni. Gli strani riti «Faceva strani riti. Diceva che è normale. Ma ci faceva stendere sulla croce. Altre volte diceva che avevamo il demonio dentro e ci faceva l’esorcismo». Si scoprirà che erano riti un po’ veri e un po’ no. Segni della croce misti a formule incomprensibili.

E si scoprirà anche che gli «indemoniati» erano proprio quei ragazzi che subivano le sue attenzioni e magari avrebbero voluto andarsene dall’oratorio, o si vergognavano talmente che si rinchiudevano in sé stessi, o che davano evidenti segni di nervosismo. Abile psicologo «Non c’è stato nessun atto di costrizione - spiega chi ha investigato - ma una fortissima capacità di persuasione, un gioco sottile di psicologie, un carisma esercitato su bambini e ragazzi che gli erano stati affidati dalle famiglie». Don Marco, che si faceva chiamare Il Cabana, e che era il leader di un quasi movimento che aveva battezzato I Ragazzi Nuovi, si era circondato da una prima schiera di assistenti detti I Cabaniti.

E poi c’era la Cupola: cinque o sei più grandi, sui venticinque anni, che lo seguivano ciecamente da dieci, e che ieri sono stati tutti portati in questura per sentire meglio la loro versione. «Abbiamo l’impressione - dice il vecchio poliziotto - che persino qualcuno dei ragazzi di cui ha abusato lo difenda ancora».
 

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200608articoli/9001girata.asp

I ragazzi si disponevano a terra in cerchio, tutti intorno a un grande crocifisso. A turno, poi, ciascuno entrava nel cerchio e si poneva sdraiato sulla croce proprio come Gesù sul Golgota, con le mani e i piedi simbolicamente inchiodati, per confidare i propri problemi. «Dovete capire come ci si sente, sulla croce», li catechizzava. Il racconto dei suoi giovani parrocchiani (che all’epoca avevano tra 10 e 16 anni) è un mosaico di orrori: «Tutto quello che avveniva doveva restare in segreto, rivelarlo sarebbe stato un peccato mortale. Se qualcuno di noi cercava di parlare, veniva subito allontanato dal gruppo».

Don Marco davanti ai magistrati si definiva un mistico, un pranoterapeuta che massaggia i ragazzi perché davvero convinto di far loro del bene. Le baby-vittime hanno raccontato di non essere mai state costrette con la forza a subire violenze, ma di essere state progressivamente persuase, e obbligate psicologicamente.

Quando qualcuno riuscì a rompere il silenzio fu convinto a ritrattare. Sono state le intercettazioni delle telefonate con le vittime a inchiodare il prete. «Se venite a trovarmi portate i filmini», raccomandava nel marzo 2005 da Assisi, dove gestiva un ostello. «Abbiamo deciso che veniamo a trovarti ad Assisi, quanto costa l’albergo?», chiedevano i ragazzi. «Non vi preoccupate delle spese, qui comando io.

La mia stanza è sempre libera ma procuratevi qualche pornetto», ribadiva don Marco. Anche dall’Umbria il religioso aveva mantenuto i contatti con il gruppo «Ragazzi nuovi» fondato a Pomezia e i giovani lo chiamavano in continuazione per avere consigli. «Ti telefono perché ho un problema, sono innamorato di una ragazza ma mi blocco. Come faccio?», gli domanda uno. «E tu quando ti avvicini a lei, fa finta che sia io», rassicurava il religioso.

http://www.apomezia.it/articolo.asp?id=974

E sono tre ragazzi che oggi hanno tra i 25 e i 26 anni, e che hanno sempre preso le parti di don Marco, fin da quando l’inchiesta è scattata nel 2002. Un’indagine difficile, finita sulla scrivania di Dania Manti, che alla Mobile di Roma si occupa dei reati contro i minori. A lei che indagava su un caso di stupro, una psicologa ha rivelato che un giovane di Pomezia le aveva raccontato di un prete che aveva abusato di lui e di altri adolescenti.

Ci sono voluti due anni di pedinamenti e intercettazioni per raccogliere prove e testimonianze. «Un lavoro delicato», dicono gli inquirenti, «perché chi subisce una violenza non è quasi mai disposto a collaborare». Però poi tre ragazzi cominciano a parlare, chiedono aiuto al Vescovo di Albano, monsignor Vallini, e a due parroci delle parrocchie di Pomezia.

Ma i due preti, don Germano e don Ennio aiutano don Marco, tacciono e cercano (secondo le accuse), di convincere i ragazzi a tacere. Don Ennio e don Germano sono indagati per favoreggiamento, ai sacerdoti è stato vietato di abitare a Roma e in Provincia.
Il vescovo trasferisce don Marco ad Assisi.

«Don Marco abusava di noi: durante i campi estivi, le gite in montagna, ma anche nelle sale dell’oratorio e a casa sua». Gli ex fedelissimi ripetono quello che hanno detto anche gli altri. Delle carezze di don Marco, «che servono a guarire dalle malattie», ai rituali con la croce di legno dove li faceva distentere.

http://www.repubblica.it/2006/08/sezioni/cronaca/parroco-ardea/parroco-ardea/parroco-ardea.html

Si è suicidato Marco Agostini, 43 anni, l'ex parroco di Pomezia arrestato lo scorso aprile con l'accusa di pedofilia e violenza sessuale, in un biglietto ha scritto: "Non sono un pedofilo". Il sacerdote era agli arresti domiciliari in casa della madre, in un appartamento della zona Prenestina a Roma. La donna si era assentata solo per pochi minuti, ma quando è tornata lo ha trovato impiccato con un lenzuolo fisssato a una trave del lavatoio, sul terrazzo della palazzina. Nel biglietto lasciato alla madre l'ex parroco ha scritto: ""Ti chiedo scusa mamma per quello che è successo in questi mesi ma ci tengo a dire che non sono un pedofilo". Agostini aveva già tentato il suicidio in precedenza, ingerendo delle pastiglie, ma era stato trovato in tempo e ricoverato in ospedale

 
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Preti e pedofilia. Finalmente anche in Italia un archivio. Caso n. 1) don Giuseppe Abbiati, parroco di Borgarello (PV) 

Post n°16 pubblicato il 08 Maggio 2008 da contemax2008
 

Inizieremo oggi un lungo percorso nel vasto campo della pedofilia ecclesiastica. In Italia non esiste ancora un archivio dei preti coinvolti in vicende di abusi sessuali su minori, ma qua e là notizie frammentarie. Cercheremo, con l'aiuto dei lettori, di ordinarle, senza esprimere alcun giudizio di colpevolezza o di innocenza, ma riportando le notizie di stampa conosciute, in modo che ognuno possa farsi un giudizio.

E' importante precisare che gran parte delle vicende giudiziarie relative ai religiosi cattolici è coperta dall'anonimato. Spesso la stampa non riporta queste vicende o non menziona l'identità dei reigiosi.

Per questo motivo lancio un appello ai lettori ad arricchire, correggere, precisare le notizie che riusciremo a scovare in rete.

Al termine cercheremo di inserire anche le vicende di pedofilia riguardanti le suore. Attualmente in italia sono conosciute 3 vicende, succedute a Cazzano S. Andrea (BG), Calabritto (AV), Vallo della Lucania (SA).

L'archivio procederà tendenzialmente in ordine alfabetico.

Il primo caso che affrontiamo è quello di don Giuseppe Abbiati, già parroco di Borgarello, poi trasferito dal vescovo di Pavia, Giovanni Giudici. Come vedremo la prassi di trasferire i preti accusati di crimini sessuali di parrocchia in parrocchia è una costante.

Difatti l'interesse delle gerarchie ecclesiastiche appare unicamente quello di soffocare lo lo scandalo e di non rovinare la reputazione del clero.

Ovviamente non assistiamo mai a denunce all'autorità giudiziaria da parte dei vescovi e degli altri ecclesiastici di un loro collega.

Dal sito dell'UAAR, news del 11/11/2006

http://www.uaar.it/news/2006/11/11/parroco-borgarello-pv-condannato-per-pedofilia/

Parroco di Borgarello (PV) condannato per pedofilia

L’ex parroco di Borgarello (PV) don Abbiati è stato condannato a sei anni di reclusione per abusi sessuali nei confronti di tre minorenni. I ragazzini avevano all’epoca 13, 14 e 15 anni, e due di loro sono fratelli. In concomitanza dell’episodio più grave, un rapporto sessuale quasi completo, la difesa ha presentato un alibi, ma il giudice dell’udienza preliminare Fabio Lambertucci non ha avuto dubbi. Il parroco era stato arrestato nel dicembre 2004, dopo che i ragazzini erano stati interrogati dai carabinieri su richiesta dei genitori, e avevano ammesso i fatti: il sacerdote li conduceva in piena campagna e lì otteneva prestazioni sessuali. L’avvocato del parroco ha già annunciato che faranno ricorso alla Corte di Appello.

La notizia è stata pubblicata dal numero odierno della Provincia Pavese

Dal Corriere della Sera

http://archiviostorico.corriere.it/2006/novembre/11/Abusi_minori_prete_condannato_anni_co_7_061111034.shtml

PAVIA Il sacerdote è parroco a Marcignano. Si proclama innocente e ricorre in appelloAbusi su minori, prete condannato a 6 anni

PAVIA - Condannato in primo grado a sei anni di carcere per «pedofilia e violenza sessuale». Don Giuseppe, ex parroco di Borgarello, da oltre 4 anni trasferito a Marcignago, ha ascoltato la sentenza letta ieri pomeriggio dai giudici del Tribunale di Pavia senza tradire alcuna emozione. Il sacerdote ha continuato a ribadire la sua innocenza. Riccardo Ricotti, avvocato del prete, ha annunciato che la prossima settimana, lette le motivazioni della sentenza, presenterà il ricorso in appello. L' odissea giudiziaria di don Giuseppe era iniziata il 23 dicembre del 2004, giorno in cui era finito agli arresti domiciliari al termine delle indagini condotte dai carabinieri di Pavia. Secondo l' accusa il sacerdote avrebbe abusato di due fratelli di 13 e 14 anni e di un loro compagno di 15 anni, ricompensandoli con piccole somme di denaro. Le indagini erano partite nell' autunno di 4 anni fa quando la madre dei due ragazzini residenti a Borgarello si era accorta che i suoi figli avevano troppi soldi e non riuscivano a giustificarne la provenienza. La donna, dopo aver seguito i ragazzi, aveva scoperto il prete in atteggiamenti inequivocabili. Immediata la denuncia per violenza e pedofilia.

Nel corso dell' inchiesta gli inquirenti hanno raccolto altre denunce a carico del religioso, che in questi anni non è mai stato allontanato dalla sua nuova parrocchia malgrado le pressioni sulla diocesi di Pavia da parte dei residenti di Marcignago. Spatola Giuseppe

Pagina 13
(11 novembre 2006) - Corriere della Sera

 
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Le foto del massacro in Tibet.Boicottiamo le Olimpiadi

Post n°15 pubblicato il 18 Marzo 2008 da contemax2008
 

Pubblichiamo alcune foto del massacro in atto in Tibet,non per gusto sadico, ma per documentare una piccola parte del massacro in atto.

Ringraziamo il giornale cattolico Asianews per aver messo a disposizione le immagini

 
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Tibet. Il silenzio complice del Vaticano. Boicottiamo le Olimpiadi

Post n°14 pubblicato il 17 Marzo 2008 da contemax2008
 

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200803articoli/31061girata.asp

Il Papa tace su Lhasa, ed è polemica

Il Vaticano: non abbiamo fonti dirette
GIACOMO GALEAZZI
CITTA' DEL VATICANO
All’Angelus Benedetto XVI ha scelto di parlare di Iraq e tacere sul Tibet. Un vibrante appello agli iracheni per porre fine all’odio dopo l’uccisione dell’arcivescovo caldeo Rahho, ma nessun accenno al Tibet. Un silenzio che in un giorno come ieri ha fatto rumore, tanto da costringere la Santa Sede a darne una spiegazione ufficiale. Con argomentazioni che tradiscono un palpabile imbarazzo. Il Papa ha «la responsabilità di partecipare ai dolori dell’umanità», ma «non ha fonti dirette di informazione, non ha un nunzio o una comunità che viva lì da cui avere notizie e chiarimenti per eventuali appelli pubblici», mentre in Iraq «c’è una comunità cristiana, tra l’altro minacciata, e la cui situazione è ben nota e presente al Papa».

Ma anche dentro la chiesa emerge disappunto e qualche polemica viene alla luce. «È ridicolo giustificare il mancato appello pubblico con l’assenza di un nunzio e di fonti ecclesiali - afferma il comboniano padre Venanzio Milani, presidente dell’agenzia missionaria Misna -. In Tibet è in atto una strage di persone inermi: Asianews, Misna e le altre agenzie di informazione missionarie lo stanno documentando da giorni. Cattolici o non cattolici, la repressione violenta richiede un intervento papale». In Vaticano ribattono che il Papa ha la «responsabilità di partecipare ai dolori dell’umanità», però l’emergenza Tibet, «è diversa dal caso dell’Iraq».

Fuori dalle mura vaticane le voci critiche si sprecano. Antonio Polito, già senatore della Margherita e oggi direttore del «Riformista», dedica un editoriale all’argomento, mercoledì organizza una manifestazione pro-Tibet con Radio Radicale e stigmatizza l’«errore» di Benedetto XVI. «Wojtyla non avrebbe taciuto - osserva -. Ascoltando il suo appello contro le stragi, le violenze e l’odio, ero certo che parlasse anche della crisi tibetana, invece ha pensato solo ai suoi perché in Iraq ci sono i cattolici». Insomma «per i monaci non ha speso neppure una preghiera nonostante il buddhismo sia una grande fonte di spiritualità con cui la Chiesa aveva avviato il dialogo interreligioso». Secondo i Radicali Benedetto tace per un accordo di potere: «Non infastidisce Pechino in cambio della libertà di gestire la Chiesa in Cina». Dunque, si prega in cinese a piazza San Pietro nella domenica delle Palme, ma il Papa glissa sul Tibet. Anche i «cattolici adulti» faticano a difendere la scelta del Papa. Pierluigi Castagnetti, vicepresidente della Camera ed esponente dell’area cattolica più illuminata del Pd, usa l’argomento della volontà del Papa di «non mettere sullo stesso piano la questione tibetana e l’espulsione dei cristiani dal Medio Oriente, per troppo tempo trascurata nella Chiesa». Più che un’omissione (cui il «Pontefice porrà rimedio probabilmente nelle celebrazioni della settimana santa»), la necessità di «colmare il tragico deficit di attenzione delle gerarchie ecclesiastiche già denunciato da Dossetti».

Pure Paolo Ferrero del Prc, valdese da sempre attento ai temi del dialogo interreligioso, attribuisce ad un «eccesso di realismo politico» la «non reazione del Papa all’escalation di violenza in Tibet». La «libertà religiosa e i diritti umani», rincara la dose Ferrero, devono «valere sempre e non basta chiamarsi fuori con la giustificazione che in Tibet non sono cattolici». Tanto più che «questo papato si caratterizza proprio per la pretesa di interferire su chi non è cattolico, come dimostrano le modifiche legislative sull’aborto e l’eutanasia richieste da Benedetto XVI al Parlamento per imporle anche ai non credenti». Comunque Benedetto XVI non lega necessariamente i propri interventi pubblici alla attualità, seppur drammatica, e spesso dedica gli Angelus o i discorsi nelle udienze generali a temi lontani dalla politica. La diplomazia d’Oltretevere, però, non si muove sui temi più delicati senza un suo input. Se con Wojtyla è capitato che la segreteria di Stato abbia suggerito prese di posizione, è più difficile che ciò accada con Ratzinger. Però, nei prossimi giorni, il segretario di Stato, Tarcisio Bertone, potrebbe suggerire un intervento papale sul Tibet perseguitato.

 
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Fermiamo il genocidio in Tibet. Boicottiamo le Olimpiadi

Post n°13 pubblicato il 16 Marzo 2008 da contemax2008
 

http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/esteri/tibet-scontri-lhasa/situazione-16mar/situazione-16mar.html

La capitale tibetana presidiata da migliaia di soldati cinesi
Proteste in altre aree dell'altipiano, soprattutto in Amdo

La rivolta si estende oltre Lhasa
Dalai Lama: "Genocidio culturale"
La guida spirituale: "Io non posso fermare le violenze, è un movimento di popolo"
di RAIMONDO BULTRINI

Militari cinesi nelle vie di Lhasa

DHARAMSALA - Lhasa è presidiata da migliaia di soldati e solo piccoli gruppi hanno manifestato oggi nelle strade semideserte. Duecento camion con una media di 50 soldati l'uno sono affluiti nellac apitale tibetana, secondo informazioni fornite da diverse fonti e rimbalzate nella città degli esuli, Dharamsala.

Ma altre manifestazioni, e altri morti, sono segnalati in altre regioni dell'altipiano, soprattutto in Amdo, area d'origine del Dalai Lama dove si parla di altre 30 vittime. Da ieri circolano inoltre diverse voci di una marcia degli abitanti di alcune province limitrofe verso Lhasa, ma senza conferme.

I media cinesi, che continuano a parlare di dieci vittime han delle violenze da parte della comunità tibetana, hanno riportato una posizione, evidentemente ufficiale, che invoca una "guerra di popolo" per "battere il separatismo, denunciare e condannare gli atti malevoli di queste forze ostili e mostrare alla luce del giorno il volto odioso della cricca del Dalai Lama".

Le autorità hanno anche ribadito la scadenza entro la mezzanotte di domani, lunedì, dell'ultimatum perché i manifestanti si costituiscano se vogliono evitare più gravi conseguenze.

A Dharamsala intanto centinaia di persone continuano a manifestare ogni giorno nella crescente trepidazione delle autorità indiane che temono di scatenare le proteste e la rabbia dei vicini cinesi. Dopo l'arresto del primo nucleo di marciatori determinati a raggiungere il Tibet in occasione delle Olimpiadi, un'altra cinquantina di esuli hanno ripreso la stessa strada determinati a portare avanti l'impresa dei loro compagni. Ma anche nel loro caso la polizia del distretto confinante con quello di Kangra ha annunciato la determinazione di fermarli. Per sostenere la loro causa, e protestare per le vittime di Lhasa, trenta monaci e laici sono da ieri in sciopero della fame davanti al tempio del Dalai Lama.

E' in questo clima che il leader spirituale dei tibetani ha deciso oggi pomeriggio di incontrare i giornalisti indiani e stranieri per chiedere ufficialmente un'indagine indipendente di un organismo internazionale.

IL DALAI LAMA E LE VIOLENZE
Durante l'incontro con la stampa il Dalai Lama ha risposto a una delle domande che sono sulla bocca di tutti: "Può lei fermare le violenze?", gli è stato chiesto. "Io non ho questo potere", ha risposto. "E' un movimento di popolo, e io considero me stesso un servo, un portavoce del mio popolo. Non posso domandare alla gente di fare o non fare questo e quello".

Nella sua spiegazione ha poi analizzato lo stato delle cose maturate in questi ultimi 60 anni di dominio dell'etnia cinese sulla popolazione locale.

GENOCIDIO CULTURALE
"Intenzionalmente o no, assistiamo a una certa forma di genocidio culturale. E' un tipo di discriminazione: i tibetani, nella loro terra, molto spesso sono cittadini di seconda classe. Recentemente le autorità locali hanno addirittura peggiorato la loro attitudine verso il buddismo tibetano. E' una situazione molto negativa, ci sono restrizioni e cosiddette rieducazioni politiche nei monasteri", ha aggiunto il Dalai Lama. E ancora: "Ho notato negli anni recenti che tra i tibetani che vengono qui dal Tibet è cresciuto il risentimento, inclusi alcuni tibetani comunisti, che lavorano in diversi dipartimenti e uffici cinesi. Sebbene siano ideologicamente comunisti, siccome sono tibetani hanno a cuore la causa del loro popolo. Secondo queste persone più del 95 per cento della popolazione tibetana è molto, molto risentita. Questa è la principale ragione delle proteste, che coinvolgono monaci, monache, studenti, persone comuni".


AUTONOMIA E INDIPENDENZA
Il Dalai Lama ha poi tenuto a precisare la sua posizione: "Nelle mie dichiarazioni, nel corso degli anni, ho spesso menzionato che davvero, dico davvero, vorrei supportare il presente leader Hu Jintao nel comune slogan di sostenere e creare un'armonia sociale. Voi sapete che noi non cerchiamo la separazione, il resto del mondo lo sa. Inclusi alcuni tibetani, inclusi i nostri sostenitori occidentali ed europei, o indiani che sono critici verso il nostro approccio perché secondo loro non cerchiamo l'indipendenza, la separazione. Ma sfortunatamente, i cinesi hanno trovato una scappatoia per accusare noi di quanto sta avvenendo".

Dopo aver sottolineato le critiche alla sua linea, il Dalai Lama ha però detto che "un numero crescente di cinesi ci stanno manifestando solidarietà. Studiosi cinesi e ufficiali governativi privatamente appoggiano il nostro approccio della via di mezzo", ha detto.

INDAGINE INDIPENDENTE E NON VIOLENZA
"Allora - ha proseguito il leader spirituale tibetano - per favore indagate da soli, se possibile lo faccia qualche organizzazione rispettata a livello internazionale, indaghi su che cosa è successo, su qual è la situazione e quale la causa. All'esterno tutti vogliono sapere, me compreso. Chi ha davvero creato questi problemi adesso? In realtà credo che tutti sappiano qual è il mio approccio. Ognuno sa qual è il mio principio, completa non violenza, perché la violenza è quasi come un suicidio. Ma che il governo cinese lo ammetta o no, c'è un problema. Il problema è che l'eredità culturale nazionale è in una fase di serio pericolo. La nazione tibetana, la sua antica cultura muore. Tutti lo sanno. Pechino semplicemente si affida all'uso della forza per simulare la pace, ma è una pace creata con l'uso della forza e il governo del terrore. Un'armonia genuina deve venire dal cuore del popolo, sulla base della fiducia, non della paura".

OLIMPIADI
"Per questo - ha spiegato il leader tibetano in esilio - la comunità internazionale ha la responsabilità morale di ricordare alla Cina che deve essere un buon ospitante dei Giochi Olimpici. Ho già detto che ha il diritto di tenere le Olimpiadi, e che il popolo cinese ha bisogno di sentirsi orgoglioso di questo".

LE PRECEDENTI TRATTATIVE
Il Dalai Lama ha ricordato che ci sono state sei conferenze bilaterali tra la Cina e i suoi inviati "fin dal febbraio 2002". Ma la Cina "ha iniziato a indurire la sua posizione sul problema tibetano dal 2006", intensificando le critiche nei suoi confronti.

LE VITTIME
In una intervista alla Bbc il Dalai Lama ha detto di aver ricevuto dei rapporti secondo i quali le violente proteste anticinesi a Lhasa potrebbero aver causato "almeno 100 morti". Ammettendo che la cifra è impossibile da verificare, ha aggiunto di temere in ogni caso che "potrebbero esserci altri morti, a meno che Pechino non cambi la sua politica verso le regioni himalayane controllate dal regime".

(16 marzo 2008)

 
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Post N° 12

Post n°12 pubblicato il 15 Marzo 2008 da contemax2008

 
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Boicottiamo le Olimpiadi. A Lhasa una orribile repressione

Post n°11 pubblicato il 15 Marzo 2008 da contemax2008
 

http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/esteri/tibet-scontri-lhasa/protesta-su-internet/protesta-su-internet.html

Nelle chat e sui forum si moltiplicano i messaggi in favore dei manifestanti tibetani
Ma sui siti cinesi c'è chi difende Pechino: "Sono terroristi, cacciateli anche dall'India"

"A Lhasa una repressione orribile"
La protesta corre su internet
di ANDREA BETTINI

ROMA - C'è chi parla di centinaia di morti e chi incita i monaci e il Dalai Lama, ma anche chi critica l'India perché dà ospitalità a dei "terroristi". Gli scontri che stanno infiammando il Tibet hanno provocato forti reazioni anche sul web, dove sono migliaia i siti e i blog sui quali si sono aperte discussioni anche accese. E se a livello internazionale prevale la solidarietà per la causa tibetana, sui siti dei quotidiani cinesi non mancano i commenti che appoggiano la politica del governo di Pechino.

Sono ore drammatiche per quelli che lottano per l'indipendenza del Tibet e sui loro siti gli aggiornamenti, forniti da fonti più o meno ufficiali e verificabili, sono continui. Accanto ai comunicati delle autorità tibetane in esilio a Dharamshala (www.tibet.net), e alle cronache costantemente aggiornate sulle pagine web di Students for a free Tibet (www.studentsforafreetibet.org) si moltiplicano le discussioni nei forum. E mentre Tibet-cafe (www.tibet-cafe.net) racconta di una telefonata da Lhasa che fa un bilancio di 300 morti provenienti in maggior parte dai monasteri di Sera e Drepung, su Tibetan uprising (www.tibetanuprising.org) sono decine i messaggi in favore dei manifestanti. "Mi dispiace di non potermi firmare con il mio vero nome - scrive un utente che si identifica come John More -, ma temo ritorsioni contro i miei parenti in Tibet da parte del governo cinese. Ringrazio Dio perché la tecnologia permette di far conoscere al mondo cosa sta accadendo. Credo che ci sarà una luce alla fine del tunnel". Joyce, invece, fa un parallelismo con Gandhi: "Gli indiani hanno guadagnato la loro indipendenza esattamente in questo modo, marciando dietro il Mahatma!". Chris, però, la vede in un altro modo: "Più voi tibetani combattete, più grande sarà la resistenza e lo spargimento di sangue da entrambe le parti. Ovviamente le vostre pietre non possono battere le mitragliatrici. Cercate la pace".


Anche nelle chat cresce la protesta contro la violenza nelle strade di Lhasa. Su Tibetchat (www.tibetchat.tibetsearch.com), gli utenti stanno cercando di organizzare una discussione con studenti di tutto il mondo. Intanto i messaggi contro le autorità cinesi si moltiplicano: secondo l'indiana Angie22, ad esempio, "quello che sta accadendo in Tibet è orribile".

Le testate cinesi, ovviamente, raccontano tutto in ben altro modo. "China Daily" (www.chinadaily.com.cn) sostiene che dietro alle violenze c'è il Dalai Lama, sottolinea i danni provocati dai manifestanti e dice che la polizia è stata inizialmente costretta ad usare una quantità limitata di gas lacrimogeni e a sparare dei colpi di avvertimento per disperdere la folla. Poi cita il racconto di Han Jingshan, un blogger cinese che vive a Lhasa e che parla di lanci di pietre pesanti anche un paio di chilogrammi e di ventenni tibetani che bruciano auto. Sul forum a disposizione dei lettori, i toni sono molto diversi: "Secondo me è completamente sbagliato che dei terroristi siano protetti in un altro Stato, l'India, mentre attaccano un terzo paese", scrive DirtyHarry. "Queste persone dovrebbero essere cacciate al di fuori dei confini indiani".

Nessun riferimento agli scontri in Tibet, ovviamente, sul sito delle Olimpiadi di Pechino 2008 (http://en.beijing2008.cn), dove si parla solo di sport. Sfogliando le sue pagine, tuttavia, un accenno a Lhasa, lo si può trovare: tra il 20 e il 21 giugno la fiaccola olimpica, simbolo di fratellanza tra i popoli e dei valori positivi dei Giochi, attraverserà le strade della città nel suo lungo viaggio da Olimpia alla capitale della Cina.


(15 marzo 2008)

 
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Tibet. I Cinesi sparano sulla folla. Boicottiamo le Olimpiadi

Post n°10 pubblicato il 15 Marzo 2008 da contemax2008
 

Adesso è vera, autentica rivolta.
Adesso gli ospedali di Lhasa contano i morti e feriti.
Adesso i reparti della polizia cinese in assetto antisommossa svuotano i caricatori tra i fumi del mercato in fiamme mentre torme di cinesi fuggono inseguiti dalla rabbia tibetana. Adesso Washington alza la voce, chiede a Pechino il rispetto per i tibetani. Il Dalai Lama lancia, invece, un disperato appello chiedendo alle autorità di Pechino di rinunciare alla forza e avviare il dialogo.

Inizia tutto in sordina. Sembra la solita protesta, sommessa e discreta. Come nei tre giorni passati. La semplice appendice dello sciopero della fame lanciato dai monaci per ottenere il rilascio dei colleghi arrestati all’inizio delle settimana quando centinaia di tuniche sono sfilate ricordando l’invasione del 1951 e la feroce repressione del 1959. A scatenare la prima fatale scintilla sono i poliziotti mandati a bloccare la processione di cento monaci. Sono usciti dalle mura del tempio di Ramoche, vogliono soltanto raggiungere il centro di Lhasa. Le forze di sicurezza li fermano, li circondano, li rimandano indietro. Loro si fermano, la folla s’assiepa, circonda le divise, le sovrasta, apre un valico, protegge la marcia dei religiosi. Sembra una scaramuccia, ma è l’inizio della rivolta.
Dietro e attorno al corteo monta la rabbia di Lhasa, tracima nelle strade nel mercato, dilaga non appena la polizia tenta di bloccarla. Gli scontri a colpi di bastoni e manganelli, lacrimogeni e sassi lasciano spazio ai roghi e alle sparatorie. E i bilanci si fanno drammatici. «Siamo tutti presi a soccorrere i feriti, ne arrivano di continuo, ci sono anche dei morti, ma non sappiamo quanti» - grida un’infermiera dal telefono del pronto soccorso di Lhasa. «La polizia cinese ha sparato sulla folla uccidendo almeno due persone mentre folle di tibetani bruciavano le auto e sfilavano nelle strade» - riferisce Radio Free Asia citando altre testimonianze telefoniche. Le agenzie ufficiali cinesi si limitano a diramare un freddo e scarno bilancio di nove feriti. Le prime colonne di fumo invadono, intanto, il mercato di Tromsikhang dove si moltiplicano gli assalti ai negozi controllati dagli immigrati Han, la minoranza d’origine cinese incoraggiata a trasferirsi in Tibet per alterare la composizione etnica a vantaggio di Pechino.

 
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Condannato per pedofilia? Ti regalo un chierichetto

Post n°9 pubblicato il 14 Marzo 2008 da contemax2008
 

http://www.rai.it/news/articolornews24/0,9219,4659249,00.html

Prete pedofilo condannato in Germania a tre anni di carcere

Germania, 13 marzo 2008

L'ex parroco di Riekofen, un piccolo villaggio della Baviera (Sud della Germania), è stato condannato oggi a tre anni di reclusione per avere abusato sessualmente di un chierichetto dal 2003 al 2007.

Il religioso, un uomo di 40 anni, e' stato riconosciuto colpevole di avere abusato del bambino - che all'epoca della prima aggressione aveva appena 11 anni - per un totale di 22 volte. Oltre al carcere, la sentenza prevede il ricovero in una clinica psichiatrica.

Il prete era stato arrestato il 30 agosto del 2007, ma già nel 2000 era stato condannato a un anno di carcere con la condizionale per abuso sessuale su bambini e, nonostante questo, era stato in seguito rinominato parroco

 
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Sui preti pedofili il silenzio è sacro

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Sui-pedofili-il-silenzio-e-sacro/2001669

Sui pedofili il silenzio è sacro

di Gianluca Di Feo

Il memoriale spedito a Wojtyla sugli abusi in Messico. Le accuse ai preti italiani. In un libro, le omissioni della Chiesa

 
Il libro "Viaggio nel silenzio"
Forte con i deboli e debole con i potenti. A leggere le inchieste e le rivelazioni sulle coperture del Vaticano ai sacerdoti accusati di pedofilia sembra di assistere a un capovolgimento dei valori della Chiesa. Scandali come quelli statunitensi o come l'incredibile vicenda di don Gelmini aprono crepe nella credibilità delle istituzioni ecclesiastiche e soprattutto nella loro capacità di prevenire e punire gli abusi sessuali del clero. Adesso un volume in uscita per l'editore Chiarelettere contribuisce ad aumentare i dubbi. In 'Viaggio nel silenzio' Vania Lucia Gaito raccoglie testimonianze e documenti inediti, fondendoli in una panoramica planetaria delle coperture concesse dalle curie ai protagonisti dei reati.

Alcune delle storie raccolte sono paradossali. C'è la lettera-memoriale inviata a Giovanni Paolo II da un gruppo di sacerdoti e fedeli messicani contro padre Marcial Maciel Degollado, fondatore dei Legionari di Cristo. E c'è il racconto del calvario di Alessandro Pasquinelli: "Nel gennaio del 2004 ho patteggiato una condanna per pedofilia. A quell'epoca ero parroco alla Vergine dei Pini, a Monsummano Terme. Ho patteggiato senza saperlo. E ho da scontare tre anni senza aver fatto nulla". Perché accettare una pena senza difendersi? L'ex parroco Pasquinelli sostiene di avere potuto provare la sua innocenza e mostra all'autrice del volume documenti e testimonianze. "Mi fecero firmare un foglio in bianco. Dissero che ci avrebbero scritto un mandato per l'avvocato. Invece ci scrissero il patteggiamento. E il patteggiamento ci fu senza che io neanche ne sapessi nulla. Mi venne comunicato a cose fatte dal mio vescovo".

Che interesse poteva avere un vescovo a far condannare un suo sacerdote innocente? Pasquinelli viene descritto come un prete dinamico, preparato. Entra persino nell'Opus dei e racconta di avere diviso il suo tempo tra l'Opera e la parrocchia. Lì a Monsummano, nel pistoiese, si lancia nel progetto di una casa famiglia, da cui nascono le accuse contro di lui. Non le accetta: dichiara di avere reagito alle prime voci con denunce e con una gestione ancora più rigorosa della struttura. Mentre il vescovo di Pescia gli avrebbe consigliato il quieto vivere: "Con me fu chiarissimo: 'Io obbedisco al Vaticano: il Vaticano dice di trasferire senza scandali, e io ti trasferisco'. E così fece. Senza accertare i fatti, senza fare alcun genere di indagine, nulla". Pasquinelli elenca perizie a sostegno della sua innocenza. Ma quando diventa formalmente indagato entra in depressione. Fino a quella firma sul foglio bianco che si trasforma in una condanna 'benedetta' dal vescovo. Perché, sostiene nel libro, la Curia non voleva che la sua difesa al processo potesse far emergere ben altri scandali.


Uno tra tanti: "Non voleva che si sapesse, poi, di Enrico Marinoni, un sacerdote che aveva preso dalla diocesi di Fiesole, che aveva alle spalle storie di adescamento di minori. Il vescovo l'aveva nominato responsabile dell'Azione cattolica bambini. Era stato come affidare le pecore al lupo, don Enrico si era scatenato, alla fine c'erano state le denunce e aveva patteggiato due anni e sei mesi".

Pasquinelli dopo la sentenza ha reagito, chiedendo gli atti per andare al dibattimento e il vescovo lo ha sospeso. Da lì un percorso che lo ha visto lasciare la diocesi, per poi prendere moglie e diventare un alfiere dei preti sposati. Ma il suo racconto colpisce. Perché parte dal seminario: "Ho l'impressione che ci fosse una percentuale di omosessuali molto alta. È capitato anche a me di ricevere proposte". La più esplicita "venne da un mio compagno che, quando io ero in seminario, era già stato ordinato sacerdote". Descrive l'approccio, il bacio: "Lui continuò ad abbracciarmi e mi disse: 'La nostra è un'amicizia sacra'. Io non riuscivo a dire nulla, l'imbarazzo era troppo forte. Ero pietrificato. E a quel punto lui cercò di sbottonarmi i pantaloni".
 
Non è solo questione di seminari. A Roma viene indirizzato "a un prelato del Vaticano con un ruolo molto importante. Telefonai e mi fu fissato un appuntamento. I miei amici, quando lo seppero, esplosero in risate e battutine: 'Ah, ma vai da Jessica! Attento! Mettiti la cintura di castità!'. Pensavo che scherzassero, e invece avevano ragione. In Vaticano mi ricevette in uno studio splendido, elegantissimo... Cominciò a lisciarmi le gambe, poi ad accarezzarmi. Io ero gelato. Poi arrivò alla cerniera dei pantaloni. Mi salvò il telefono, come nei film di terza categoria. Lui dovette rispondere e io mi alzai e andai alla porta".
(11 marzo 2008)

 
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"Una tragica reciproca incomprensione"

Una notizia apparsa sull'ansa ci dice che nei giardini vaticani il prossimo anno, forse, sorgerà una statua a Galilei.

Questa notizia dovrebbe essere la riparazione del più grande crimine della chiesa cattolica.

Solo che nell'articolo si dice il falso, ossia che Giovanni Paolo II abbia riabilitato Galilei.

E invece la storia, quella vera, è un'altra. Giovanni Paolo II non ha mai riabilitato Galilei, ma, anzi, il 31 ottobre 1992 lo accusò di aver causato il processo che portò alla sua condanna.

La colpa di Galilei fu quello di non essersi spiegato bene e di aver causato una "tragica reciproca incomprensione".

P.S. Pare però che per la statua bisognerà attendere, perché mancherebbero i soldi.E voi ci credete che al Vaticano mancano i soldi per una statua a Galilei?  La più grande multinazionale del mondo non hai soldi per una statua? Però il papa i soldi li ha per le scarpe firmate Prada, per quei sottanoni con filigrana in oro e i cappelli a triangoli. Li ha per portarsi in brasile 12 cuochi personali. Lì, nelle favelas mica possono cucinare al papa i manicaretti bavaresi!

 
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Paradisi fiscali. La Banca Vaticana

http://www.repubblica.it/2007/10/sezioni/cronaca/chiesa-commento-mauro/segreti-ior/segreti-ior.html

L'Istituto Opere Religiose è la banca del Vaticano. In deposito 5 miliardi di euro
Ai correntisti offre rendimenti record, impermeabilità ai controlli e segretezza totale

Scandali, affari e misteri
tutti i segreti dello Ior
di CURZIO MALTESE

LA CHIESA cattolica è l'unica religione a disporre di una dottrina sociale, fondata sulla lotta alla povertà e la demonizzazione del danaro, "sterco del diavolo". Vangelo secondo Matteo: "E' più facile che un cammello passi nella cruna dell'ago, che un ricco entri nel regno dei cieli". Ma è anche l'unica religione ad avere una propria banca per maneggiare affari e investimenti, l'Istituto Opere Religiose.

La sede dello Ior è uno scrigno di pietra all'interno delle mura vaticane. Una suggestiva torre del Quattrocento, fatta costruire da Niccolò V, con mura spesse nove metri alla base. Si entra attraverso una porta discreta, senza una scritta, una sigla o un simbolo. Soltanto il presidio delle guardie svizzere notte e giorno ne segnala l'importanza. All'interno si trovano una grande sala di computer, un solo sportello e un unico bancomat. Attraverso questa cruna dell'ago passano immense e spesso oscure fortune. Le stime più prudenti calcolano 5 miliardi di euro di depositi. La banca vaticana offre ai correntisti, fra i quali come ha ammesso una volta il presidente Angelo Caloia "qualcuno ha avuto problemi con la giustizia", rendimenti superiori ai migliori hedge fund e un vantaggio inestimabile: la totale segretezza. Più impermeabile ai controlli delle isole Cayman, più riservato delle banche svizzere, l'istituto vaticano è un vero paradiso (fiscale) in terra. Un libretto d'assegni con la sigla Ior non esiste. Tutti i depositi e i passaggi di danaro avvengono con bonifici, in contanti o in lingotti d'oro. Nessuna traccia.

Da vent'anni, quando si chiuse il processo per lo scandalo del Banco Ambrosiano, lo Ior è un buco nero in cui nessuno osa guardare. Per uscire dal crac che aveva rovinato decine di migliaia di famiglie, la banca vaticana versò 406 milioni di dollari ai liquidatori. Meno di un quarto rispetto ai 1.159 milioni di dollari dovuti secondo l'allora ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta. Lo scandalo fu accompagnato da infinite leggende e da una scia di cadaveri eccellenti. Michele Sindona avvelenato nel carcere di Voghera, Roberto Calvi impiccato sotto il ponte dei Frati Neri a Londra, il giudice istruttore Emilio Alessandrini ucciso dai colpi di Prima Linea, l'avvocato Giorgio Ambrosoli freddato da un killer della mafia venuto dall'America al portone di casa.


Senza contare il mistero più inquietante, la morte di papa Luciani, dopo soli 33 giorni di pontificato, alla vigilia della decisione di rimuovere Paul Marcinkus e i vertici dello Ior. Sull'improvvisa fine di Giovanni Paolo I si sono alimentate macabre dicerie, aiutate dalla reticenza vaticana. Non vi sarà autopsia per accertare il presunto e fulminante infarto e non sarà mai trovato il taccuino con gli appunti sullo Ior che secondo molti testimoni il papa portò a letto l'ultima notte.
Era lo Ior di Paul Marcinkus, il figlio di un lavavetri lituano, nato a Cicero (Chicago) a due strade dal quartier generale di Al Capone, protagonista di una delle più clamorose quanto inspiegabili carriere nella storia recente della chiesa. Alto e atletico, buon giocatore di baseball e golf, era stato l'uomo che aveva salvato Paolo VI dall'attentato nelle Filippine. Ma forse non basta a spiegare la simpatia di un intellettuale come Montini, autore della più avanzata enciclica della storia, la Populorum Progressio, per questo prete americano perennemente atteggiato da avventuriero di Wall Street, con le mazze da golf nella fuoriserie, l'Avana incollato alle labbra, le stupende segreterie bionde e gli amici di poker della P2.

Con il successore di papa Luciani, Marcinkus trova subito un'intesa. A Karol Wojtyla piace molto quel figlio di immigrati dell'Est che parla bene il polacco, odia i comunisti e sembra così sensibile alle lotte di Solidarnosc. Quando i magistrati di Milano spiccano mandato d'arresto nei confronti di Marcinkus, il Vaticano si chiude come una roccaforte per proteggerlo, rifiuta ogni collaborazione con la giustizia italiana, sbandiera i passaporti esteri e l'extraterritorialità. Ci vorranno altri dieci anni a Woytjla per decidersi a rimuovere uno dei principali responsabili del crac Ambrosiano dalla presidenza dello Ior. Ma senza mai spendere una parola di condanna e neppure di velata critica: Marcinkus era e rimane per le gerarchie cattoliche "una vittima", anzi "un'ingenua vittima".

Dal 1989, con l'arrivo alla presidenza di Angelo Caloia, un galantuomo della finanza bianca, amico e collaboratore di Gianni Bazoli, molte cose dentro lo Ior cambiano. Altre no. Il ruolo di bonificatore dello Ior affidato al laico Caloia è molto vantato dalle gerarchie vaticane all'esterno quanto ostacolato all'interno, soprattutto nei primi anni. Come confida lo stesso Caloia al suo diarista, il giornalista cattolico Giancarlo Galli, autore di un libro fondamentale ma introvabile, Finanza bianca (Mondadori, 2003). "Il vero dominus dello Ior - scrive Galli - rimaneva monsignor Donato De Bonis, in rapporti con tutta la Roma che contava, politica e mondana. Francesco Cossiga lo chiamava Donatino, Giulio Andreotti lo teneva in massima considerazione. E poi aristocratici, finanzieri, artisti come Sofia Loren. Questo spiegherebbe perché fra i conti si trovassero anche quelli di personaggi che poi dovevano confrontarsi con la giustizia. Bastava un cenno del monsignore per aprire un conto segreto".

A volte monsignor De Bonis accompagnava di persona i correntisti con i contanti o l'oro nel caveau, attraverso una scala, in cima alla torre, "più vicino al cielo". I contrasti fra il presidente Caloia e De Bonis, in teoria sottoposto, saranno frequenti e duri. Commenta Giancarlo Galli: "Un'aurea legge manageriale vuole che, in caso di conflitto fra un superiore e un inferiore, sia quest'ultimo a soccombere. Ma essendo lo Ior istituzione particolarissima, quando un laico entra in rotta di collisione con una tonaca non è più questione di gradi".

La glasnost finanziaria di Caloia procede in ogni caso a ritmi serrati, ma non impedisce che l'ombra dello Ior venga evocata in quasi tutti gli scandali degli ultimi vent'anni. Da Tangentopoli alle stragi del '93 alla scalata dei "furbetti" e perfino a Calciopoli. Ma come appare, così l'ombra si dilegua. Nessuno sa o vuole guardare oltre le mura impenetrabili della banca vaticana.

L'autunno del 1993 è la stagione più crudele di Tangentopoli. Subito dopo i suicidi veri o presunti di Gabriele Cagliari e di Raul Gardini, la mattina del 4 ottobre arriva al presidente dello Ior una telefonata del procuratore capo del pool di Mani Pulite, Francesco Saverio Borrelli: "Caro professore, ci sono dei problemi, riguardanti lo Ior, i contatti con Enimont...". Il fatto è che una parte considerevole della "madre di tutte le tangenti", per la precisione 108 miliardi di lire in certificati del Tesoro, è transitata dallo Ior. Sul conto di un vecchio cliente, Luigi Bisignani, piduista, giornalista, collaboratore del gruppo Ferruzzi e faccendiere in proprio, in seguito condannato a 3 anni e 4 mesi per lo scandalo Enimont e di recente rispuntato nell'inchiesta "Why Not" di Luigi De Magistris. Dopo la telefonata di Borrelli, il presidente Caloia si precipita a consulto in Vaticano da monsignor Renato Dardozzi, fiduciario del segretario di Stato Agostino Casaroli. "Monsignor Dardozzi - racconterà a Galli lo stesso Caloia - col suo fiorito linguaggio disse che ero nella merda e, per farmelo capire, ordinò una brandina da sistemare in Vaticano. Mi opposi, rispondendogli che avrei continuato ad alloggiare all'Hassler. Tuttavia accettai il suggerimento di consultare d'urgenza dei luminari di diritto. Una risposta a Borrelli bisognava pur darla!". La risposta sarà di poche ma definitive righe: "Ogni eventuale testimonianza è sottoposta a una richiesta di rogatoria internazionale".

I magistrati del pool valutano l'ipotesi della rogatoria. Lo Ior non ha sportelli in terra italiana, non emette assegni e, in quanto "ente fondante della Città del Vaticano", è protetto dal Concordato: qualsiasi richiesta deve partire dal ministero degli Esteri. Le probabilità di ottenere la rogatoria in queste condizioni sono lo zero virgola. In compenso l'effetto di una richiesta da parte dei giudici milanesi sarebbe devastante sull'opinione pubblica. Il pool si ritira in buon ordine e si accontenta della spiegazione ufficiale: "Lo Ior non poteva conoscere la destinazione del danaro".

Il secondo episodio, ancora più cupo, risale alla metà degli anni Novanta, durante il processo per mafia a Marcello Dell'Utri. In video conferenza dagli Stati Uniti il pentito Francesco Marino Mannoia rivela che "Licio Gelli investiva i danari dei corleonesi di Totò Riina nella banca del Vaticano". "Lo Ior garantiva ai corleonesi investimenti e discrezione". Fin qui Mannoia fornisce informazioni di prima mano. Da capo delle raffinerie di eroina di tutta la Sicilia occidentale, principale fonte di profitto delle cosche. Non può non sapere dove finiscono i capitali mafiosi. Quindi va oltre, con un'ipotesi. "Quando il Papa (Giovanni Paolo II, ndr) venne in Sicilia e scomunicò i mafiosi, i boss si risentirono soprattutto perché portavano i loro soldi in Vaticano. Da qui nacque la decisione di far esplodere due bombe davanti a due chiese di Roma". Mannoia non è uno qualsiasi.

E' secondo Giovanni Falcone "il più attendibile dei collaboratori di giustizia", per alcuni versi più prezioso dello stesso Buscetta. Ogni sua affermazione ha trovato riscontri oggettivi. Soltanto su una non si è proceduto ad accertare i fatti, quella sullo Ior. I magistrati del caso Dell'Utri non indagano sulla pista Ior perché non riguarda Dell'Utri e il gruppo Berlusconi, ma passano le carte ai colleghi del processo Andreotti. Scarpinato e gli altri sono a conoscenza del precedente di Borrelli e non firmano la richiesta di rogatoria. Al palazzo di giustizia di Palermo qualcuno in alto osserva: "Non ci siamo fatti abbastanza nemici per metterci contro anche il Vaticano?".

Sulle trame dello Ior cala un altro sipario di dieci anni, fino alla scalata dei "furbetti del quartierino". Il 10 luglio dell'anno scorso il capo dei "furbetti", Giampiero Fiorani, racconta in carcere ai magistrati: "Alla Bsi svizzera ci sono tre conti della Santa Sede che saranno, non esagero, due o tre miliardi di euro". Al pm milanese Francesco Greco, Fiorani fa l'elenco dei versamenti in nero fatti alle casse vaticane: "I primi soldi neri li ho dati al cardinale Castillo Lara (presidente dell'Apsa, l'amministrazione del patrimonio immobiliare della chiesa, ndr), quando ho comprato la Cassa Lombarda. M'ha chiesto trenta miliardi di lire, possibilmente su un conto estero".

Altri seguiranno, molti a giudicare dalle lamentele dello stesso Fiorani nell'incontro con il cardinale Giovanni Battista Re, potente prefetto della congregazione dei vescovi e braccio destro di Ruini: "Uno che vi ha sempre dato i soldi, come io ve li ho sempre dati in contanti, e andava tutto bene, ma poi quando è in disgrazia non fate neanche una telefonata a sua moglie per sapere se sta bene o male".

 
Il Vaticano molla presto Fiorani, ma in compenso difende Antonio Fazio fino al giorno prima delle dimissioni, quando ormai lo hanno abbandonato tutti. Avvenire e Osservatore Romano ripetono fino all'ultimo giorno di Fazio in Bankitalia la teoria del "complotto politico" contro il governatore. Del resto, la carriera di questo strano banchiere che alle riunioni dei governatori centrali non ha mai citato una volta Keynes ma almeno un centinaio di volte le encicliche, si spiega in buona parte con l'appoggio vaticano. In prima persona di Camillo Ruini, presidente della Cei, e poi di Giovanni Battista Re, amico intimo di Fazio, tanto da aver celebrato nel 2003 la messa per il venticinquesimo anniversario di matrimonio dell'ex governatore con Maria Cristina Rosati.

Naturalmente neppure i racconti di Fiorani aprono lo scrigno dei segreti dello Ior e dell'Apsa, i cui rapporti con le banche svizzere e i paradisi fiscali in giro per il mondo sono quantomeno singolari. E' difficile per esempio spiegare con esigenze pastorali la decisione del Vaticano di scorporare le Isole Cayman dalla naturale diocesi giamaicana di Kingston, per proclamarle "missio sui iuris" alle dirette dipendenze della Santa Sede e affidarle al cardinale Adam Joseph Maida, membro del collegio dello Ior.

Il quarto e ultimo episodio di coinvolgimento dello Ior negli scandali italiani è quasi comico rispetto ai precedenti e riguarda Calciopoli. Secondo i magistrati romani Palamara e Palaia, i fondi neri della Gea, la società di mediazione presieduta dal figlio di Moggi, sarebbero custoditi nella banca vaticana. Attraverso i buoni uffici di un altro dei banchieri di fiducia della Santa Sede dalla fedina penale non immacolata, Cesare Geronzi, padre dell'azionista di maggioranza della Gea. Nel caveau dello Ior sarebbe custodito anche il "tesoretto" personale di Luciano Moggi, stimato in 150 milioni di euro. Al solito, rogatorie e verifiche sono impossibili. Ma è certo che Moggi gode di grande considerazione in Vaticano. Difeso dalla stampa cattolica sempre, accolto nei pellegrinaggi a Lourdes dalla corte di Ruini, Moggi è da poco diventato titolare di una rubrica di "etica e sport" su Petrus, il quotidiano on-line vicino a papa Benedetto XVI, da dove l'ex dirigente juventino rinviato a giudizio ha subito cominciato a scagliare le prime pietre contro la corruzione (altrui).

Con l'immagine di Luciano Moggi maestro di morale cattolica si chiude l'ultima puntata dell'inchiesta sui soldi della Chiesa. I segreti dello Ior rimarranno custoditi forse per sempre nella torre-scrigno. L'epoca Marcinkus è archiviata ma l'opacità che circonda la banca della Santa Sede è ben lontana dallo sciogliersi in acque trasparenti. Si sa soltanto che le casse e il caveau dello Ior non sono mai state tanto pingui e i depositi continuano ad affluire, incoraggiati da interessi del 12 per cento annuo e perfino superiori. Fornire cifre precise è, come detto, impossibile. Le poche accertate sono queste. Con oltre 407 mila dollari di prodotto interno lordo pro capite, la Città del Vaticano è di gran lunga lo "stato più ricco del mondo", come si leggeva nella bella inchiesta di Marina Marinetti su Panorama Economy. Secondo le stime della Fed del 2002, frutto dell'unica inchiesta di un'autorità internazionale sulla finanza vaticana e riferita soltanto agli interessi su suolo americano, la chiesa cattolica possedeva negli Stati Uniti 298 milioni di dollari in titoli, 195 milioni in azioni, 102 in obbligazioni a lungo termine, più joint venture con partner Usa per 273 milioni.

Nessuna autorità italiana ha mai avviato un'inchiesta per stabilire il peso economico del Vaticano nel paese che lo ospita. Un potere enorme, diretto e indiretto. Negli ultimi decenni il mondo cattolico ha espugnato la roccaforte tradizionale delle minoranze laiche e liberali italiane, la finanza. Dal tramonto di Enrico Cuccia, il vecchio azionista gran nemico di Sindona, di Calvi e dello Ior, la "finanza bianca" ha conquistato posizioni su posizioni. La definizione è certo generica e comprende personaggi assai distanti tra loro. Ma tutti in relazione stretta con le gerarchie ecclesiastiche, con le associazioni cattoliche e con la prelatura dell'Opus Dei. In un'Italia dove la politica conta ormai meno della finanza, la chiesa cattolica ha più potere e influenza sulle banche di quanta ne avesse ai tempi della Democrazia Cristiana.
(Hanno collaborato Carlo Pontesilli e Maurizio Turco)

(26 gennaio 2008)

 
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La Confraternita del Santo Prepuzio

Post n°5 pubblicato il 28 Febbraio 2008 da contemax2008
 

http://geneastgenea.splinder.com/archive/2006-11

Non parleremo dell’ormai famosa sindone né dell’inutile sangue di San Gennaro, bensì di oggetti ancor più ridicoli e imbarazzanti.


Il primo della nostra serie è il prepuzio di Gesù Cristo, la Chiesa cattolica ne possiede ben otto, ciascuno dei quali dichiarato autentico e fatto oggetto di ampia venerazione: a Clermont, a Chalons-sur-Marne, a Charroux, ad Anversa, a Puyen Velay, a Filtescheim, a San Giovanni in Laterano (poi trasferito a Calcata) e a Coulumbs.


Nel 1427 fu persino fondata una Confraternita del Santo prepuzio, al “Santo prepuzio” conservato presso Charroux si attribuiva un effetto protettivo sul parto, per cui vi si recavano in pelligrinaggio le donne incinte, e che il “Sacro prepuzio” custodito ad Anversa «…aveva al suo servizio speciali cappellani del prepuzio (ahah); ogni settimana veniva qui celebrato un ufficio solenne in onore del sacro prepuzio che una volta all’anno veniva recato “in trionfo” attraverso le strade…» uno spettacolo a cui sinceramente non vorrei assistere.


Fino al 1970 nella chiesa di Calcata, vicino Viterbo, il presunto prepuzio del piccolo Gesù ad ogni Capodanno veniva esposto al pubblico di fedeli, purtroppo pare che questo rito non venga più celebrato ma possiamo bene immaginare il perché.

 
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