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Giustizia, va bene dialogo ma si decida
Francamente del conflitto magistratura politica non se ne può più. Il ministro Alfano è stato chiarissimo. Ha detto che i magistrati rispondono solo alla legge ma la legge la fa il Parlamento eletto dal popolo libero e sovrano. Che è lo stesso in nome del quale i giudici pronunciano le sentenze. Parole chiare, nette, che delineano le sfere di reciproca competenza ed autonomia tra l’Ordine giudiziario ed i Poteri Esecutivo e Legislativo, tutti costituzionalmente previsti e protetti. Il Capo dello Stato è più volte intervenuto e non ha lesinato richiami formali e sostanziali per ricomporre il devastante scontro istituzionale che dura da più di tre lustri. Ieri a Roma alla cerimonia di apertura dell’anno giudiziario, ci hanno riprovato il Presidente Carbone ed il Procuratore generale della Cassazione Esposito i quali hanno richiamato la necessità di ripristinare un equilibrio istituzionale e definito ”non più tollerabili” i contrasti tra magistratura e classe politica. Parole sagge e responsabili ma che difficilmente modificheranno le cose. Tra i magistrati c’è una minoranza militante che interpreta in chiave ideologica e politica il proprio ruolo e quello della magistratura. È una minoranza, ma, per varie ragioni e circostanze, influenza gran parte dell’Ordine giudiziario. Da questa contrapposizione nasce il conflitto che sta logorando la vita democratica del Paese. E che viene ulteriormente acuito da forme di protesta violente ed anomale come quella di Unicost e Magistratura Democratica che hanno deciso di abbandonare le cerimonie di inaugurazione quando prenderà la parola il rappresentante del Governo. Ha fatto bene Magistratura Indipendente a dissociarsi. La protesta, ai limiti della costituzionalità perchè espressione di un inaccettabile scontro istituzionale, è una sfida all’Esecutivo ed è destinata ad irrigidire ulteriormente le posizioni. Così ci si allontana dalla ragionevolezza e si opera contro l’ interesse del cittadino che avrebbe diritto ad una giustizia rapida, efficiente e giusta. Al punto in cui siamo spetta al Governo muovere con decisone e presentare in Parlamento il pacchetto giustizia sollecitando il confronto con le opposizioni alla luce del sole e senza inseguire il miraggio di accordi unanimistici. Chi governa deve decidere. Su materie delicate come la giustizia è giusto muoversi ricercando consenso e condivisione, tanto più quando si tratta di modifiche costituzionali. Ma sarebbe un errore restare impantanati per l’ennesima volta tra veti e pregiudiziali in attesa di un godot, l’accordo di tutti, che non si raggiungerà mai. Il presidente del Consiglio ha più volte detto che questo dovrà essere l’anno delle riforme di sistema. In esse rientra anche la giustizia. Ora si deve passare dalle parole ai fatti. Non solo il “processo breve” o il “legittimo impedimento” che pure sono provvedimenti indispensabili per assicurare l’azione di governo, ma scelte in grado di incidere sulla “struttura” del sistema giustizia avviandone la radicale modernizzazione. Ed in questo contesto c’è l’aggiornamento dei codici, la separazione delle carriere tra inquirenti e giudicanti, l’eliminazione dell’obbligatorietà dell’azione penale, il Consiglio Superiore. Ma anche, la semplificazione delle procedure, la tutela della segretezza delle indagini, la regolamentazione delle intercettazioni , la depenalizzazione dei reati minori, il riordino territoriale dei tribunali, gli investimenti in uomini e mezzi e tanto altro ancora. Su tutte queste voci e le relative implicazioni è giusto cercare punti di intesa, ma senza andare alle calende greche. Il processo di riforma non sarà un pranzo di gala, non sarà un’operazione indolore. Ci saranno resistenze, reazioni, si tratterà di toccare interessi consolidati, trincee corporative, posizioni di potere che si batteranno all’ultimo sangue per vanificare qualsiasi innovazione. Il conservatorismo è duro a morire e venderà cara la pelle. Per realizzare le riforme occorrono idee chiare, forte determinazione, maggioranza parlamentare coesa, consenso popolare, tempo sufficiente. Il Governo Berlusconi dovrebbe disporre di tutte queste condizioni. Per questo, ora o mai più.
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