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cap.32 - Forget Paris -
Post n°35 pubblicato il 23 Agosto 2009 da sareva82
“Io voglio solo uno che sia speciale quel tanto che basta a non rendermelo insopportabile dopo quindici giorni” mugolo al telefono con Luciano. Lui è il mio cordone ombelicale con Carpineto, il paesetto tra i monti in cui ho vissuto per diciotto anni, il paese dove è cresciuto mio figlio e dove c’è tuttora la mia casa mausoleo che non è più mia sulla carta ma resterà mia per sempre nel cuore e nell’anima. Con Luciano si può parlare di tutto, anche di assorbenti. Neanche lui vive più a Carpineto ma è costantemente informato sulla vita carpinetana. Le notizie fresche gliele passa la commarazza e lui poi me le trasmette in tempo reale: matrimoni, tradimenti, nascite e morti. “No, sora, tu vuoi un simulacro, l’interprete di un film, il protagonista di una favola, tutto fuorchè una persona reale perché tu uno in carne ed ossa non puoi accettarlo, uno in carne ed ossa che potrebbe ruttare o sbagliare le posate o avere mal di pancia, oh, quello non può essere degno di te, vero principessa?!?” “Non dire cazzate, Luciano. Così mi fai sembrare una snob viziata e capricciosa e invece io sono solo una sognatrice” “Una sognatrice viziata, capricciosa e snob” sghignazza lui. “Ma credi che mi sia dimenticato che non riuscivi a trovare posto ai vestiti perché la casa era troppo piccola?” “Luciano finiscila” “Ottocentocinquanta metri quadrati erano, e pe’ ti era zeca (trad: per te era piccola)” si accanisce. “Luciano sei una merda se dici così. Te lo ricordi che in tre quarti degli ottocentocinquanta metri quadrati pioveva a cielo aperto e l’ultimo quarto era invaso da topi, gatti e merde di cane?” A questo punto lui scoppia a ridere “Nella tavernetta la puzza de cane ancora ‘n senn’è ita (trad:non se n’è andata) e nonostante questo il sindaco e la giunta si sono riuniti lì per una solenne mangiata” La solita stilettata al cuore mi trafigge quando penso alla mia casa finita in mani estranee. Certe volte mi manca talmente tanto che stringo forte gli occhi per trasferirmi lì con la mente. Cerco di risentire il profumo che si spandeva quando accendevo il camino nel salone centrale, di risentire l’odore umido dei muri, la sensazione fredda e liscia degli stipiti delle porte dipinti a mano, e l’odore di bruciato che si sentiva accendendo il lampadario gigantesco nell’atrio tutto coperto di fuliggini inamovibili che si autoeliminavano per combustione ogni volta che giravamo l’interruttore; e la puzza di muffa nella stanza messicana e l’aria soffocante della stanza rosa dove l’intonaco di una parete, gonfio dell’acqua che colava dalla torretta, era venuto giù di colpo e l’umidità che filtrava, d’estate si condensava in una nebbia densa e irrespirabile. La mia casa era bellissima però prima di decidere di vivere in una casa come quella soprattutto se si è una donna sola - anche se medico - con un bambino e uno sproposito di cani (dieci), bisognerebbe presentare all’ufficio ragioneria l’impegno di spesa perché quel genere di case non è pret-à-porter. Oggi si rompe un tubo (era il gelo che li faceva scoppiare perché a Carpineto nonostante sia un paesetto a soli seicentocinquanta metri di altezza ce so’ undici mesi de friddo e uno de frisco), domani salta qualche coppo, il vento si porta via le grondaie e pure qualche persiana, le siepi di bosso hanno bisogno di essere potate (e ci vuole un battaglione di giardinieri per potare duemila metri quadrati di siepi di bosso), l’autoclave si blocca e si rimane senz’acqua (questo perché a Carpineto nonostante l’acquedotto nuovo…), il gasolio finisce in un attimo e ci sono pure mostruose nonchè misteriose perdite di corrente che portano altrettanto mostruose bollette... E allora per stare dietro alle spese bisogna fare molte rinunce. Si comincia a rinunciare al superfluo tipo i vestiti e le scarpe à la page tanto fa così freddo che si bada per prima cosa a seppellirsi sotto numerosi strati di lana e/o acrilico alla faccia dell’estetica e ad infilare i piedi dentro qualcosa che oltre a tenerli caldi eviti gli scivoloni (la neve ha la pessima inclinazione a solidificare in ghiaccio), poi si rinuncia a comprare tutto ciò che non è indispensabile alla sopravvivenza ma rallegra le giornate e poi si rinuncia al supermercato vero e proprio in favore del discount dove tutto è pericolosamente sconosciuto ma ha un costo davvero consolante. Abbiamo rinunciato e rinunciato - le rinunce, le ristrettezze ci inorgoglivano convinti come siamo che meno si ha più si è – e alla fine ci siamo arresi e l'abbiamo venduta. Luciano percepisce la mia malinconia. Sa che quella casa è una parte di me e che ancora oggi mi manca da morire e per distrarmi torna al discorso del principe azzurro. “A maggior ragione ora che non ho più il castello, voglio un principe” “E vabbè, sora, cerca, fa’ come ti senti”, sospira arrendendosi. “Buonanotte, frate” sussurro soddisfatta della sua solidarietà. “Notte, sora” Prima di addormentarmi ringrazio Dio come ogni sera per tutto quello che mi ha dato, Gli affido Jacopo (patteggio sempre: in cambio di protezione per lui prometto bontà generica) e poi prego che mi mandi un Grande Amore.
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il 27/09/2009 alle 15:50
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