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cap. 33 - L'ultimo boy scout -
Post n°36 pubblicato il 23 Agosto 2009 da sareva82
Intanto mi ha mandato l’influenza. Lascio l’ospedale che non mi reggo in piedi. Ho tutto: brividi, dolori muscolari, capogiri e un mal di testa come non se ne ricordano dall’invenzione del dolore o della testa. Mettendo piede in casa vado a sbattere contro un muro di nebbia procurata dalla polvere che brucia dentro la Lampada di Merlino. L’odore è forte, speziato e piacevole, il fumo fa piangere. “Ciao, sono Marcello” dice materializzandosi tra i vapori e porgendomi la mano. Nonostante la febbre che sicuramente sta salendo come le azioni Fiat dopo un mondiale vinto da Schumacher, riesco a pensare che non è l’anello di congiunzione tra un Cugino di campagna e Keith Carradine di I’m easy, come avevo immaginato. E’ assolutamente fantastico. Alto, diritto, spalle larghe come il delta del Po, capello riccio brizzolato con sfumatura altissima, volto maturo e sofferto. Per la prima volta da che la conosco, solidarizzo con Gloria. “Il raccoglitore di olive?”, domando rintronata. “Per servirti”, risponde lui sfoderando un sorriso aperto che mi scioglie completamente perché alla mia psicolabilità di serie si è aggiunta come optional la fragilità causata dall’influenza. “Vado a letto”, gli comunico cominciando a salire le scale senza preoccuparmi di scoprire se per caso è pure un serial killer. Mi infilo a letto con una montagna di libri iniziati e mai finiti e il mio nevrotic diary ma ho un raffreddore spaventoso e non riesco a concentrarmi. Penso a Jane Austen che ha creato tutti i suoi libri sdraiata su due sedie a causa di una grave malattia alla colonna vertebrale e mi vergogno della mia debolezza. Però la Austen non faceva pure il medico in Pronto Soccorso che se vogliamo è un bel massacro sia per il fisico che per il sistema nervoso né aveva sette cani pestiferi e una pletora di gatti sempre affamati né tutte le piante che ho io e che mi danno più lavoro di tutte le bestie messe assieme. E non aveva un’amica ricca e pazza che sbarca il lunario raccogliendo olive insieme a un beat strafico che sembra un suonatore di sassofono. O forse lo è perché miss Verdurì aveva parlato di un musicista. Sono troppo stanca per ricordare. Le orecchie mi ronzano, il naso mi cola e le ossa mi fanno male a una a una e tutte insieme. Mentre mi dibatto tra le lenzuola sento bussare leggermente alla porta. “Entra”, bisbiglio convinta che dall’altra parte ci sia Gloria. E’ Marcello. “Bevi questo”, mi dice offrendomi una tazza fumante. “Cos’è?” domando per convenzione più che per perplessità perché dal primo momento che l’ho visto ho deciso di fidarmi ciecamente di lui. “Una tisana di olivo e genziana”. Mando giù un sorso senza riuscire a staccargli gli occhi di dosso. Sa di liquirizia. La tisana, non lui. “E’ un rimedio efficace contro la febbre”, mi spiega mentre io penso che se un giorno Gloria decidesse di andare a compiere buone azioni in Tibet sarei molto lieta di aiutarla a fare le valigie. Entra la fortunata (‘culazzara’ sarebbe un aggettivo più adeguato) e viene a sedersi sul letto. “Se la gente sapesse che l’olivo serve anche a questo”, dice con un gesto che abbraccia me e la tazza, “non commetterebbe barbarie come quella a cui abbiamo assistito oggi”. Ha gli occhi lucidi e le trema la voce. Marcello le circonda le spalle con un braccio e lei gli stringe una mano. E a me si stringe il cuore. Dall’invidia. Bevo un sorso di tisana per nascondere l’imbarazzo. Taccio e aspetto che si spieghino. “Hanno tagliato un oliveto per ampliare il parcheggio di un supermercato”, dice Gloria. “Erano tutte piante secolari”, mentre parla le vengono le labbruzze a cuore. “Non abbiamo potuto fare niente”, continua lui. “C’era tanta gente. Tutti ci guardavano mentre andavamo di qua e di là per cercare di bloccare le seghe elettriche ma non riuscivano a condividere le nostre ragioni semplicemente perché non le capivano. Sono alberi, mi ha detto una donna ridendo, mica persone. Come sempre, il rispetto viene riservato solo a chi sa parlare. Gli animali e le piante non contano”: Forse perché non votano, penso mentre scivolo in un sonno profondo e senza sogni. Quando mi sveglio tre ore dopo, sto bene. Niente più raffreddore, niente più febbre, niente più dolori muscolari. Mi infilo dentro una tutona di pile e scendo a cercare qualcosa da mangiare. Un piacevole sottofondo musicale proviene dal pianoforte e la tavola è già apparecchiata. Tovaglia di stoffa perché Gloria odia le mie tovagliette di plastica con la faccia di Scooby doo e stoviglie di legno. I bicchieri sono quelli semibuoni di vetro rosso rubino modello Teodolinda. C’è una caraffa di vino di miele di cui mi servo generosamente mentre cerco qualcosa da mettere sotto i denti. Marcello smette di suonare, va in cucina e torna brandendo un contagocce. “Apri la bocca”, mi ingiunge avvicinandosi. Gulp! “Che cos’è?”, chiedo con affanno. Non me ne frega niente delle gocce, è che lui è davvero…brrr! “Si chiama Anas barbarie e serve a rinforzare le difese immunitarie. Fa anche rima”. Sorride e io devo stringere gli occhi ed evocare la figura scarna di Fassino per resistere alla tentazione di fare la svenevole. “Ma sto bene”, mi schermisco. “Se non ti rinforzi un po’ ti riammalerai”. Siccome credo ciecamente nella medicina alternativa, e ancora più ciecamente in questo cavaliere medievale, apro la bocca e mando giù la pozione magica sotto lo sguardo benedicente della Superiora delle Ortoline che porta in tavola una terrina colma di grano saraceno condito col pesto fatto da lei la settimana scorsa. Mi siedo a tavola e mi strafogo perché sono digiuna non so neanch’io più da quanto tempo. “Ti è venuto veramente buono. Complimenti”, ammetto raccogliendo meticolosamente gli ultimi chicchi di grano dal piatto. “Non lo mangiavo da quando ero incinta, ti ricordi che me lo preparavi tutti i giorni (mortaccitua) per il bene di Jacopo?”. Lei mi rivolge un sorriso afflitto per ringraziarmi. “Purtroppo non ero dell’umore giusto dopo quello che è successo stamattina e non ce l’ho fatta a preparare altro che un’insalata”, dice con mestizia, senza lanciarsi nelle solite enfatiche celebrazioni del suo pupillo: mio figlio. “Da queste parti non esiste la cultura del diritto”, dico servendomi una porzione di pietanza dai colori decisamente patriottici trattandosi di un’insalata di kiwi melograni e mozzarella. “Il termine ‘diritto’ qui ha una valenza solo se riferito al lavoro a maglia o al tennis. Questo fa sì che sia andata perduta anche la dimensione della lotta come mezzo di conquista”. “Non credo che le cose sarebbero andate diversamente in qualunque altro punto dell’universo”, osserva Marcello. “Si tratta di paura ancestrale. L’uomo inconsciamente vede ancora la Natura come nemica e la teme al punto da sentire la necessità di compiere di continuo azioni devastatrici per affermare la propria superiorità. Anticamente l’estinzione o la diminuzione di alcune specie animali veniva considerata dall’uomo una benedizione perché gli rimaneva più terra da coltivare, oggi si taglia un uliveto secolare per avere più spazio per le macchine. Tutto qui”. Mi guarda con quegli occhi da francescano e io giusto perché sono ancora convalescente non tolgo di mezzo la mia amica con una coltellata al cuore. O giusto perché le posate sono di legno e lei non è una vampira. A distogliermi dai pensieri criminali provvedono le Coccinelle che piombano a casa mia per informarsi del mio stato di salute (ormai sono degna di un ruolo importante in un melodramma verdiano perché praticamente ho tutta la patologia medica ottocentesca) e fanno in tempo ad assaggiare la torta ai frutti di bosco che ha portato Marcello e a sgranare gli occhioni santi vedendolo. Mangiano lamponi e ribes ma si capisce chiaramente che darebbero un morso avido pure a lui. Appena è sicura di non essere vista, Betta si lascia andare ad un’abbondante gestualità di sapore partenopeo con la quale esprime la propria opinione sulla fortuna di Gloria e sulle fattezze di Marcello. Non posso che condividere.
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il 27/09/2009 alle 15:50
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