Creato da goblins76 il 23/07/2006

STRISCE BIANCONERE

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Cercasi Juventus disperatamente

Post n°344 pubblicato il 04 Aprile 2010 da goblins76
 

La legge di Murphy, secondo la quale quando pensi di aver toccato il fondo scopri che puoi andare ancora più giù, ha trovato il proprio esempio da manuale nella Juventus: neppure la partita a ciapanò che giocano le rivali per il 4º posto, con il Palermo che ha perso e il Napoli che ha pareggiato, ha spinto i bianconeri a una prestazione decente. La conseguenza è che, invece di acchiappare chi le stava davanti, la Juve è 7ª con buone possibilità di non piazzarsi neppure per la Europa League, che del resto non merita. Le sconfitte ora sono 12, quasi record (15). Ogni volta sentiamo dire che la batosta sarà l’ultima e che si rimedierà con il lavoro: evidentemente i buoni propositi li raccontano a noi ma non se li passano tra di loro perché la sconfitta per 3-0 contro l’Udinese che non aveva mai vinto con tanta larghezza è solo la tappa più recente di un cammino indecoroso. Anche qui, in un posto di piccole soddisfazioni e di grandi paure per la salvezza, i bianconeri sono usciti tra le risate e i cori di scherno, assolutamente annichiliti e ridicoli, e a chi chiede cosa non stia funzionando l’unica risposta seria è: tutto. Sarà per questo che hanno deciso il silenzio stampa. Non hanno più spiegazioni da dare.

E’ una vergogna cominciata dalla rete del cileno Sanchez che ha infoltito i record negativi battuti nella stagione perché non era mai successo che la Juve subisse gol in 19 partite di campionato. Eppure era cominciata benino con Camoranesi e Del Piero che ripescavano brandelli di giocate vecchio stile: nello stadio dove rimediò l’incidente che poteva chiuderne la carriera, Alex si sistemava in una posizione ibrida, virtualmente da seconda punta con Amauri, in realtà alla ricerca di uno spazio vitale e creativo. Al 5’ inventava una mezza rovesciata che picchiava sulla mano di Ferronetti: Rocchi non vedeva o comunque non fischiava il rigore. A parte una punizione, ancora di Del Piero al 24’, respinta da Handanovic con un volo cinematografico, sarebbe rimasta l’unica conclusione pericolosa del primo tempo con gli juventini che presto dovevano rincorrere il pareggio. Al 9’ Di Natale calciava con forza contro il palo e, sulla ribattuta, Sanchez arrivava a battere in porta, più rapido di De Ceglie: impresa non impossibile dal momento che il giovane bianconero restava fermo e impacciato, quasi non sapesse cosa fare.

L’impressione era di una difesa complessivamente sorpresa dall’azione. Un "déjà vu". Il gioco dell’Udinese era più pratico, poteva raggrumarsi, rubare palla e ripartire con traversoni che finivano dietro agli ultimi difensori juventini, in zone vuote dove i friulani potevano lanciarsi in velocità. Un paio di volte il contropiede sfiorava il successo: Zebina fermava quello di Isla e Di Natale che stavano per volare in porta. La Juve era più macchinosa e non solo perché aveva meno spazio in avanti. C’è la tendenza al tocco in eccesso, all’imbottigliamento, alla soluzione cercata nel lancio lungo verso chi è già marcato. Un gioco da paese, facile da contrastare. Mentre si afflosciavano anche Camoranesi e Del Piero (sostituito nella ripresa da Iaquinta tra i fischi del pubblico), mancavano le incursioni dall’esterno, latitava il palleggio.

Il più inguardabile era Sissoko la cui percentuale di passaggi sbagliati era impressionante, per non dire degli interventi fuori tempo o fuori posizione. Uno di questi favoriva l’azione del raddoppio nella ripresa: l’errore di Sissoko a centrocampo permetteva all’Udinese di lanciare Sanchez nel corridoio giusto con la difesa sbilanciata. Manninger riusciva a respingere il tocco del cileno ma restava a terra e Pepe aveva il tempo di controllare e calciare nella porta vuota. Mancava quasi mezz’ora ma se pure si fosse giocato una vita intera la Juve non avrebbe mai rimontato, mettendola in "caciara", tra mischie disperanti e rimbalzi non sfruttati. Con più nitore l’Udinese portava Di Natale al tiro per il 22° gol della stagione. E, per fortuna dei bianconeri, non c’era la voglia di infierire.

Gli unici sorrisi di una nottata da incubo, Alberto Zaccheroni li produce, a fatica, all’uscita dagli spogliatoi, dove l’aspettano decine di persone che non ne dimenticano le imprese alla guida dell’Udinese. Baci e abbracci per quei tre anni indimenticabili e anche per questi tre punti che la Juve lascia a gente affamata di salvezza. Altro Zac non concede, né lui né il resto della triste spedizione, perché le bocche si serrano, come i boccaporti di fronte alla tempesta: «La Juve è in silenzio stampa - informano gli addetti alla comunicazione juventina, depressi pure loro - nessuno dei tesserati, allenatore, giocatori, dirigenti, parlerà. La società chiede scusa ai suoi tifosi». Ha parlato il campo di battaglia, fin troppo chiaramente, anche se una spiegazione ci vorrebbe per un altro crollo indecente: spazzati via da una squadra che ha chiuso con il torello e l’irrisione di tutto lo stadio.

Una volta di più, per seratacce che quest’anno sembrano infinite, la Juve affonda nel peggiore dei modi. S’inabissa senza il presidente Jean-Claude Blanc, rimasto a Torino - dicono - per firmare l’accordo di sponsorizzazione. Poi ha preso altre strade. Mica sarebbe cambiato nulla, sul prato, e la responsabilità della sconfitta è di quelli sul campo, ma quando il discorso s’allarga a un’intera stagione, a volte la forma è sostanza. Sulle tribune, allora, assistono alla disfatta il vice direttore generale Roberto Bettega, che però da inibito non può neppure calarsi negli spogliatoi per fare due versacci o tutte quelle cose che si fanno in questi casi, pur inutili, e il direttore sportivo Alessio Secco.

Non una spiegazione per un’altra disfatta. Lo spogliatoio bianconero resta sigillato per almeno mezz’ora abbondante, poi i giocatori escono alla spicciolata, prima chi non ha visto il campo, poi chi l’ha calpestato per qualche pezzetto di partita, e via via, gli altri. Facce da film horror, va da sé. Si rivedranno tutti martedì, a Vinovo, perché oggi è Pasqua, e domani Pasquetta: vuoi mettere? Decisione della società, anche se qualcuno avrebbe avuto idee differenti, raccontano gli spifferi. Magari sarebbe bastato un solo giorno di riposo, perché allora non c’è differenza tra vittoria e sconfitta, tra fare un buon lavoro e offrire un rendimento indecente. Invece, due giorni di stop, di vacanza: e chissà se tra quelli che avrebbero avuto piani differenti c’è pure Zac, da sempre cultore del lavoro, dell’allenamento. Non glielo si può chiedere, però: silenzio stampa.

Non stanno zitti invece in Inghilterra, beati loro, dove ripetono che Roberto Mancini ha un futuro in bianconero. Pure l’altro ieri il Guardian e il Telegraph ribadivano le possiblità d’addio del tecnico al Manchester City, a fine stagione. E mica solo riprendendo le notizie pubblicate negli ultimi giorni in Italia, ma anche riportando le voci vicine al Mancio: fallisse il quarto posto, se ne andrebbe, di certo. Un’opzione del contratto offre una via d’uscita ad allenatore e club, e i giornali del Regno Unito sono pronti a scommettere che qualcuno, a fine stagione, la userà: anche se vincendo ieri per 6-1 contro il Burnley, il City ha rimesso piede al quarto posto, valido per la prossima Champions. Mancio, però, potrebbe decidere di tornare in Italia lo stesso. Non troppo in silenzio.

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Eri poco più di un ragazzo quando ti buttarono dentro al tuo primo campo di calcio di serie A.

In quel momento, quando il Trap ti disse:"Dai, scaldati che tocca a te", tu non sapevi che pensare, un groppo in gola, le gambe che tremavano, ma ti facesti coraggio.

Alzarsi dalla panchina e iniziare il riscaldamento, una corsa verso l'ignoto.

Pensasti a tuo padre, a tua madre, al fratello che ti aveva sempre sostenuto, ai tuoi amici più cari ai quali sarebbe venuto un'infarto nel vederti entrare in campo, ma  dopo c'era solo l'ignoto.

Non sapevi a cosa seresti andato in contro dentro quel campo da calcio, eppure il terreno di gioco l'avevi calpestato migliaia di volte, in quel momento ti sembrava fosse la prima volta che ti capitava di giocare...

Pensare a cosa fare, a come doverlo fare, pianificando tutto nei minimi dettagli, e  poi l'arbitro fischiò…toccava a te.

Baggio ti sorrise e  strizzò l'occhio, Moeller ti guardò impassibile, Ravanelli ti battè il 5..:"e adesso?.....cosa ne sarà di me", ti chiedesti?...Dribbling di Julio Cesar, palla a Marocchi che dà subito a Baggio,il quale lancia la palla in profondità, sui tuoi piedi..Goal..si Goal...non sapevi cosa fosse...gioia, emozione...cuore gonfio di sentimenti che passano veloci confusi nella mente e nell'animo che sembra poter volare

 

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