Creato da goblins76 il 23/07/2006

STRISCE BIANCONERE

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accelerare tutto

Post n°345 pubblicato il 18 Aprile 2010 da goblins76
 

Battere la Juventus, questa Juventus che prima di ie­ri sera aveva perso altre sedici volte, è un po’ come accanirsi contro un bambino seduto sul vasino da notte. Incapaci di difendersi, puniti dall’espulsione banale di Sissoko, i bianconeri hanno tenuto per un’ora e un quar­to poi si sono afflosciati e hanno rischiato di sbracare. Le scene di giubilo sfrenato in tribuna d’onore e sulla pan­china nerazzurra sono giustificabili solo in chiave rincor­sa scudetto, non per altre ragioni, anche perché da Mou­rinho in su e in giù c’è totale consapevolezza del fatto che martedì sera ci sarà bisogno di una prestazione diversa per superare il Barcellona. L’Inter non è più l’invincibi­le armata dell’inverno, forse non è più neppure un’arma­ta. Lo fosse ancora, ieri sera avrebbe stravinto e non im­piegato così tanto tempo per schiodare il risultato.
La sfida di Milano è stata brutta, nervosa, contaminata dal germe maligno di Calciopoli, da un titolo conteso e di­feso a suon di striscioni, dalla rievocazione della memo­ria di Giacinto Facchetti, da odi antichi come la Madu­nina. Del resto, l’unica partita che la Juventus può vin­cere è “fuori” dal campo, perché “dentro” il campo al massimo può suscitare una compassionevole pietas. Ze­bina, Grosso, Sissoko, Melo, Diego eccetera eccetera: quante volte è stato detto, scritto, ripetuto? Troppe e trop­pe volte non c’è stata risposta. Aparte l’invito a lavorare di più, che ormai suscita risolini imbarazzati. Detto ma­le, sarebbe il caso di accelerare le pratiche per la contrat­tualizzazione del nuovo allenatore, giusto per contrasta­re la depressione del popolo che ormai si eccita solo più per il passato remoto...

Settancinque mi­nuti, oltre la metà dei quali giocati in superiorità nume­rica, sono la dimensione temporale dei patimenti in­teristi, cioè quanto gli ex spe­ciali di Mou hanno impiega­to per spezzare la resistenza della Juventus, notoriamen­te friabile come un grissino. Qualche mese fa, il carroar­mato nerazzurro avrebbe stritolato quest’avversario posticcio e sbilenco, non solo per il deficit d’organico ma per una cifra tecnica immen­samente superiore, invece ha dovuto arrancare e sfer­ragliare per raggiungere la vittoria. Ma tant’è e, in fon­do, se il risultato (2-0) legit­tima la gioia, la testa della classifica è stata riconqui­stata almeno per una notte, in attesa dell’esito del derby romano. In chiave Barcello­na, però, molto ci sarà da ri­vedere: la squadra di ieri se­ra non basterà né a San Siro né al Camp Nou; la squadra di ieri sera per un pezz(ett)o è stata alla portata della banda Zaccheroni ed è tutto dire. Con Milano, i biancone­ri sono alla sconfitta numero tredici - 17 in totale - e la cu­ra è sempre la medesima: la­vorare, lavorare, lavorare. Dai, che magari un giorno ‘sta presa in giro finirà.

SOGNOEppure
dopo cinque minuti, i primi cinque di una partita sostanzialmente brutta, il tifoso juventino medio si era illuso che il tem­po fosse tornato indietro di almeno quattro anni, quan­do la gita al Meazza era qua­si una passeggiata di pura goduria commerciale in via Montenapoleone, non una sorta di agguato psicologico a sfondo sportivo. In quel breve lasso di tempo, la Ju­ventus era stata capace di aggredire l’Inter e di creare due palle gol con Iaquinta e Del Piero, di sistemarsi in campo con il piglio di chi vuole vincere, persino con una buona predisposizione alla corsa. Ma trascorsi cin­que minuti e poi altri cinque, l’andazzo è diventato il soli­to andazzo, il centrocampo è ridiventato povero di idee e all’attacco sono venuti a mancare i rifornimenti, amen. In questo modo, ciò che rimane dell’Inter poco alla volta ha saputo e potuto risalire la china, fino alla conclusione violenta di Thia­go Motta (16’) parata da Buffon che ha determinato l’inversione di tendenza. Quando poi Sissoko, pastic­cione e confusionario fin dal­l’inizio, ha ritenuto di farsi cacciare per doppia ammoni­zione, il tifoso bianconero medio ha avuto la percezio­ne quasi tattile che il sogno era svanito e che la realtà sarebbe stata durissima. Percezione comune anche a Del Piero, richiamato in pan­china da Zaccheroni per in­serire Poulsen e salvaguar­dare gli equilibri.

FIACCHEZZA
Era nella condizione, la Juventus, di raccattare qualcosa in più. E senza compiere sforzi titani­ci. La scelta di piazzare Die­go a ridosso delle punte, quindi di rispolverare il rom­bo, poteva premiare non tan­to per una questione di me­riti specifici ma per la fiac­chezza dell’Inter, irriconosci­bile rispetto al passato, ner­vosissima a cominciare dal suo allenatore, incapace di produrre il gioco incisivo che l’aveva proiettata al vertice della classifica. Ovvio che il benefit dell’uomo in più è stato un aiuto non indiffe­rente per scrollarsi di dosso quintali di ruggine. Certo, le fatiche di coppa Italia e la prospettiva di affrontare il Barcellona martedì prossi­mo hanno assorbito la mag­gior parte delle energie men­tali dei nerazzurri, ma sicco­me attualmente la differen­za di valori con la Juventus è enorme, forse abnorme, era lecito aspettarsi qualcosa di più e di meglio. Invece Mai­con per un po’ ha spinto po­co sulla corsia destra nono­stante trovasse un’opposizio­ne tenera da parte di Mar­chisio e Grosso, Sneijder si è acceso a intermittenza, così come Eto’o, per tacere di Pandev, molto discontinuo. Nel mezzo hanno tenuto Cambiasso e Thiago Motta, al quale però converrebbe menare di meno. Un po’ è (anche) colpa sua se la conte­sa spesso ha assunto i con­torni del tafferuglio e se il tafferuglio ha mortificato lo spettacolo: comunque, per evitare che il brasiliano ri­mediasse lo stesso destino di Sissoko, saggiamente Mou lo ha lasciato negli spogliatoi e dato aria a Stankovic.

STRAPOTERELa
ripresa è stata sbilanciatissima per una summa di situazioni ab­bastanza comprensibili. La supremazia nerazzurra è di­ventata strapotere, la Ju­ventus è rinculata di una ventina di metri e solo una cileccata di Eto’o (9’) l’ha sal­vata dalla capitolazione su un contropiede innescato da una palla persa da Diego. E poi ancora Milito (12’) ha vi­sto la sua girata in anticipo su Cannavaro uscire di poco dopo che Maicon si era la­sciato alle spalle Grosso con uno scatto da centometrista, e poi ancora Stankovic ha provato a colpire dalla lun­ga distanza, e poi ancora Mi­lito ha mancato da un metro il tap-in aereo. Balotelli ha sostituito Pandev e Canna­varo ha provato a sorprende­re Julio Cesar su un corner di Diego, note di cronaca al netto del divertimento che non c’è mai stato. Alla mezz’ora, infine, è arrivato il gol di Maicon, in capo a un rinvio svirgolato di Zebina e a un contrasto ridicolo di Amauri, appena entrato al posto di Iaquinta. Ma la Ju­ventus ha molto protestato per la punizione che Dama­to ha fischiato a Chiellini (pure ammonito) per un fal­lo su Stankovic. Caso mai ci fossero stati dei dubbi, la traversa di Balotelli su pu­nizione e il raddoppio di Eto’ o in pieno recupero hanno messo tutti d’accordo.
Tanto rumore per la solita... sconfitta. Che ci sta. Che non fa una piega. Che ri­specchia i valori in campo. La Juve regge finché può, poi ci pensa “Tyson” Maicona man­darla al tappeto, con surrogato di Eto’o. E con il contributo dello sciagurato Momo Sis­soko,
che lascia in dieci i suoi poco dopo la mezz’ora. Alla co­razzata Inter, però, non si può concedere un uomo, men che mai di questi tempi avvelena­ti. C’erano 2006 ragioni per vincere, ma la squadra di
Zac­cheroni
non è in grado di tro­varne nemmeno una. E
Chiel­lini,
fuori di testa, se la prende con il cartellone della televisio­ne: un pugno, e un calcio di rab­bia; un pugno e un calcio di im­potenza (con l’addetto ferito). Questa è la realtà, anche se non vi pare. Anche se non si riesce ad accettarla. Tanto da anticipare la fuga dalla tribu­na, come fa il presidente Jean Claude
Blanc, che si perde il raddoppio nerazzurro.
ANNERITI
L’annata sciagu­rata, dunque, prosegue. E con le ultime quattro gare il sogno Champions sarà difficilissimo da acciuffare. Ci vorrebbe un miracolo, ci vorrebbe un’altra truppa zebrata. Ma è vietato mollare, bisogna provarci fino in fondo. «Mi devo preoccupare di risollevare il morale», con­ferma Zac. Che però non dige­risce l’inferiorità numerica. «Se il secondo giallo l’arbitro l’ha dato, c’era. Ma non ho capito il primo: lo meritava solo Motta
che spingeva. Uno solo ha spin­to, e non è il mio. L’espulsione ha cambiato la partita, noi era­vamo ben dentro. L’avevamo preparata per non dare loro punti di riferimento, con il pos­sesso palla, con i tre davanti a scambiarsi la posizione. Io non parlo mai di arbitri, ma sono per la regola del buon senso, e una partita di questo livello non si condiziona per così poco. Va lasciata giocare il più possi­bile ai giocatori. E Chiellini rin­cara la dose: «Una sconfitta, co­sì non la posso mandare giù. Poi loro saranno anche più for­ti, ma... La prima ammonizio­ne a Momo non esiste al mon­do. Per non dire di
Motta che sullo 0-0 mi ha spogliato. Sono tutti episodi che hanno condi­zionato il match. L’Inter è e re­sta una grande squadra, però è stata agevolata da questi fat­ti ».

SUL RING
Più che un incon­tro, uno scontro. Il motto è: più calci per tutti. Una botta qua, una botta là; una maglia strat­tonata, un gomito alzato. Se questa è la Scala del pallone, dal loggione dovrebbero salire alti i fischi... La Juve ci prova, con un ottimo avvio (sfortuna­to
Iaquinta)
e un finale di tempo rattrappito. Poi ci pensa Momo Sissoko a rompere gli indugi, a rompere l’equilibrio. Fallone su Zanetti e spogliatoi anticipati, per la gioia di Mou­rinho.

Anche Zac, però, alza la voce, interviene, segnala, scuo­te la testa. Benvenuti al mani­comio pallonaro. L’importante è partecipare, non vincere. La gara dei brasiliani:
Felipe Me­lo
e
Diego da una parte,
Lucio, Maicon
e Julio Cesar
dall’altra. Con Thiago Motta nel guado. Baci e abbracci nel tunnel, entrate, giocate colpi bassi sul campo. Melo è grazia­to dall’arbitro, Motta vorrebbe la rissa ogni due secondi. Ma non erano i campioni del fute­bol bailado? Macché, qui si ba­da al sodo, a menare. E i bian­coneri, in inferiorità, la metto­no sull’orgoglio, sull’estempo­raneità delle azioni. Diego, il 28 che vorrebbe diventare 10, pro­va a illuminare la serata: qual­che buon lancio, poco seguito dei compagni. «Diego nel pri­mo tempo - conferma Zacche­roni - è stato il migliore Diego della stagione, dava anche equilibrio. Dispiace sempre to­gliere

Del Piero
ma dovevo
pensare alla squadra».

AZZURRI
Serve il cuore Ju­ve, per sopravvivere. Serve il cuore anche dei campioni del mondo. Capitan Alex ha già chiuso i conti con i nerazzurri. E allora tocca a Buffon, a
Grosso,
a Iaquinta, a Canna­varo.
Fate qualcosa di “gobbo”, altrimenti si rischia. E proprio Fabio, colui che alzò la Coppa verso il cielo di Berlino, veste i panni dell’attaccante aggiun­to. Ci prova di testa, ovviamen­te. E ci mette animo. Pure Su­perGigi non è da meno. Para, che poi è il suo mestiere. E ci tiene a tenere inviolata la por­ta. Un tuffo, uno spavento con

Milito
a due passi, una mano che sventa l’occasione di
Stankovic.
E ancora il Princi­pe. Da infarto. Inter-Juve è co­sì. I forti contro i deboli, con il pari che non si schioda, con i brividi che aumentano di in­tensità. E quando Amauri - il sostituto di Iaquinta - alza la gamba con poca convinzione e si lascia fregare da Maicon, il destino è segnato: gol, partita, incontro. Il resto è Milito man­gia tutto. Un Eto’o che non sba­glia. E una Juve impotente. «Il distacco che c’è dai nerazzurri non si è visto in campo - prova ancora Zac ad alzare il muro ­. E il primo gol l’abbiamo con­cesso, con un nostro attaccan­te che ha sbagliato la pressio­ne. Io ho rammarico non di quanto fatto a San Siro, ma di quanto accaduto precedente­mente. Il nostro problema è la mancanza di salute, questa squadra non si è mai allenata, è mancata la condizione». La chiosa: «Auguri all’Inter per il Barcellona».

Ora non resta che reagire..

Dove eravamo rima­sti con la Juventus e Calciopoli? Al comunicato della scorsa setti­mana e, ancor prima, ad Ales­sandro
Del Piero
che chiedeva la restituzione dei due scudetti. L’udienza di martedì a Napoli ha amplificato le certezze di chi già prima era convinto che i pro­cessi del 2006 fossero stati so­prattutto una manovra anti Ju­ve. Sentimenti, molto probabil­mente, condivisi anche da Jean Claude Blanc che però, sull’ar­gomento, ha preferito parlare con fermezza, certo, ma senza inutile clamore. «Stiamo vigilan­do e monitoriamo la situazione, ma senza infuocare gli animi e senza rilasciare dichiarazioni eclatanti visto che la giustizia sta lavorando. Quindi non mi re­sta che ribadire quello che ab­biamo scritto nel comunicato di una settimana fa. È importante tenere i toni giusti, ma siamo an­che stati chiari, con quel comuni­cato. È necessario dare tempo a chi deve prendere un certo tipo di decisioni ed è fondamentale che la giustizia sia equa per tut­ti ». Juventus vigile e attendista, dunque, anche se in serata, a margine del derby d’Italia a San Siro, è trapelata l’indiscrezione, smentita dal club, che in corso Galileo Ferraris starebbe pren­dendo corpo l’idea di chiedere la revisione dei processi sportivi del 2006 con l’obiettivo di arri­vare alla revoca dello scudetto 2005-06 assegnato a tavolino al­l’Inter. Controcorrente Buffon:
«Calciopoli fa solo male al calcio, sono passati tanti anni, uqello scudetto lo prenda chi lo vuole a me non interessa».

PERCHE’
La domanda più ri­corrente e anche più banale, nel­la sua semplicità, è capire per­ché nel 2006 non sono state pre­se in considerazione tutte le in­tercettazioni. Blanc allarga le braccia: «Ci sono persone a livel­lo giuridico che daranno rispo­ste e forse tra qualche giorno ca­piremo un po’ di più». Ma c’è chi vorrebbe capire subito. Come i tifosi di Italia bianconera che hanno rivolto un appello a John
Elkann,
affinché «chiarisca che cosa è stata Calciopoli. Se un cancro che ha colpito il calcio op­pure solo un cancro che ha colpi­to
Moggie Giraudo.
Dicci chi è stato a voler colpire solo noi. Molti sono convinti che con tuo zio Umberto e tuo nonno Gio­vanni non sarebbe successo nul­la. Ora tocca a te, John. Se non vuoi farlo per i 14 milioni di tifo­si bianconeri, fallo almeno per tuo nonno e tuo zio».

ATTUALE
Il presidente ha scelto il no comment sia su un eventuale incontro con i rappre­sentanti di Benitez («Sul tema allenatori non faccio commenti. E non è mia abitudine dire con chi mi incontro e con chi no») sia sulle eventuali punizioni econo­miche ai giocatori in caso di nuo­ve figuracce («Quello che si dice negli spogliatoi deve rimanere negli spogliatoi. E comunque la linea tra la proprietà e la diri­genza è sempre la stessa»). Ma sulla contestazione dei tifosi, in­vece, ha voluto parlare con de­terminazione: «Non aiutano la squadra, così non si fa. Non è ac­cettabile, queste sono questioni di ordine pubblico. I tifosi juven­tini sono 14 milioni, per tre tifo­si che mettono striscioni ne van­no di mezzo tutti gli altri. Se vo­gliamo aprire gli stadi alle fami­glie, bisogna fare in modo di ave­re comportamenti accettabili».

(Tuttosport 18/04)

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Eri poco più di un ragazzo quando ti buttarono dentro al tuo primo campo di calcio di serie A.

In quel momento, quando il Trap ti disse:"Dai, scaldati che tocca a te", tu non sapevi che pensare, un groppo in gola, le gambe che tremavano, ma ti facesti coraggio.

Alzarsi dalla panchina e iniziare il riscaldamento, una corsa verso l'ignoto.

Pensasti a tuo padre, a tua madre, al fratello che ti aveva sempre sostenuto, ai tuoi amici più cari ai quali sarebbe venuto un'infarto nel vederti entrare in campo, ma  dopo c'era solo l'ignoto.

Non sapevi a cosa seresti andato in contro dentro quel campo da calcio, eppure il terreno di gioco l'avevi calpestato migliaia di volte, in quel momento ti sembrava fosse la prima volta che ti capitava di giocare...

Pensare a cosa fare, a come doverlo fare, pianificando tutto nei minimi dettagli, e  poi l'arbitro fischiò…toccava a te.

Baggio ti sorrise e  strizzò l'occhio, Moeller ti guardò impassibile, Ravanelli ti battè il 5..:"e adesso?.....cosa ne sarà di me", ti chiedesti?...Dribbling di Julio Cesar, palla a Marocchi che dà subito a Baggio,il quale lancia la palla in profondità, sui tuoi piedi..Goal..si Goal...non sapevi cosa fosse...gioia, emozione...cuore gonfio di sentimenti che passano veloci confusi nella mente e nell'animo che sembra poter volare

 

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