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Tagli ai fondi sociali, l’allarme dei disabili “Uno su tre perderà l’indennità CHI STA FACENDO CIO' E' UN VIGLIACCO

Post n°901 pubblicato il 01 Novembre 2011 da dammiltuoaiuto
 

Tagli ai fondi sociali, l’allarme dei disabili “Uno su tre perderà l’indennità”

 

di Emanuele Salvato

Il contributo di solidarietà è sparito dalla manovra economica del governo. Ma, nonostante le proteste delle associazioni che rappresentano i disabili e le loro famiglie, è rimasta l’intenzione di recuperare 40 miliardi di euro in tre anni attraverso la riforma assistenziale e fiscale: 4 miliardi nel 2012, 16 nel 2013 e 20 nel 2014. Cifre che tradotte nella pratica suonano come “campane a morto” per chi tutti i giorni è costretto a fare i conti con una sedia a rotelle, un bastone bianco, una malattia grave. Le conseguenze saranno pesantissime per i disabili e i loro familiari che hanno in programma proteste come quella di sabato 29 in piazza del Nettuno a Bologna, dove andrà in scena “l’olocausto”. Per alcuni minuti i contestatori si sdraieranno a terra, immobili, come morti. Per far capire a chi taglia i fondi sociali che questo, avanti così, sarà il futuro dei diversamente abili e di chi gli sta accanto.

“A causa di questa riforma, confermata poco tempo fa dalla Commissione Bilancio, – ha spiegato Pietro Vittorio Barbieri, presidente nazionale della Federazione Italiana per il Superamento dell’handicap (Fish) – una persona su tre perderà l’indennità di accompagnamento”. Ma fin da subito le prospettive per i disabili sono catastrofiche a causa dei tagli agli enti locali operati dal governo.

Un miliardo di euro in meno arriverà ai Comuni per la gestione dei servizi sociali. Ciò significa la sospensione o la riduzione di molti servizi quali assistenza domiciliare, supporti all’autonomia personale e assegni di cura. “Anche in questo caso – ha detto Barbieri – calcoliamo che una persona su tre non potrà più beneficiare dei servizi sociali”. Si pensi, per fare un esempio concreto, alle persone con handicap grave certificato. La legge n. 104 prevede che il Comune corrisponda una quota alle famiglie dei disabili gravi per fare in modo che queste possano pagare un educatore per il loro figlio oppure per permettere il suo inserimento in strutture idonee. A causa dei tagli questa quota sarà molto ridotta e la prestazione non potrà essere garantita a tutti coloro che ne hanno bisogno, con il risultato che l’intera spesa dell’assistenza cadrà sulle spalle delle famiglie. Molte di queste, non essendo in grado di reggerla, saranno costrette a mandare i loro figli in istituti. Un Comune di dimensioni medio-piccole avrà circa 170mila euro in meno a disposizione per questo tipo di sostegno. Inoltre, i Comuni avranno molti meno soldi da mettere sul piatto dell’abbattimento delle barriere architettoniche, che in Italia sono ancora tante, troppe. La Fish calcola che saranno circa 10 milioni le famiglie a essere colpite da questi tagli che riguardano gli enti locali.

Ma il peggio arriverà con la riforma assistenziale e fiscale varata con l’unico scopo di recuperare soldi (40 miliardi di euro in tre anni, come detto) e senza nessuna intenzione di migliorare o riqualificare i servizi. I primi effetti si faranno sentire l’anno prossimo e “a essere colpite – precisa Barbieri – saranno le pensioni di invalidità, le indennità di accompagnamento e le pensioni di reversibilità”. C’è poi, se non bastasse quanto finora elencato, anche la parte fiscale della riforma che prevede una forte restrizione delle agevolazioni come le detrazioni per i familiari a carico, spese sanitarie e badanti. Senza dimenticare l’aumento della tassazione per le cooperative che vengono equiparate ad aziende, quando sono fra le poche realtà lavorative, se non le sole, ad assumere i disabili. La legge n. 68 del 199 prevede infatti il collocamento obbligatorio delle persone con handicap, ma si tratta di una legge con molte falle poiché non è impositiva per le aziende, che spesso preferiscono pagare una multa piuttosto che assumere un disabile. Con l’aumentata pressione fiscale le cooperative assumeranno meno, sempre che riescano a rimanere in piedi.

Sono state molte, nelle scorse settimane, le manifestazioni di protesta contro questa riforma dell’assistenza sociale e molte saranno ancora le azioni che la Fish ha in mente di fare in autunno. “In pochi giorni – ha detto il presidente nazionale – l’iniziativa “Fermiamoli con una firma” ha raccolto 23mila adesioni e sta proseguendo con grande successo, a dimostrazione che sono molte le persone che condividono la nostra battaglia”.

Fonte:http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/29/tagli-ai-fondi-sociali-lallarme-dei-disabili-uno-su-tre-perdera-lindennita/167033/


Tratto da: Tagli ai fondi sociali, l’allarme dei disabili “Uno su tre perderà l’indennità” | Informare per Resistere http://informarexresistere.fr/2011/10/31/tagli-ai-fondi-sociali-l%e2%80%99allarme-dei-disabili-%e2%80%9cuno-su-tre-perdera-l%e2%80%99indennita%e2%80%9d/#ixzz1cRWQTusi
- Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario!

 
 
 

PER LA GIUSTIZIA E LA PACE IL VATICANO VUOLE UNA BANCA CENTRALE MONDIALE

Post n°900 pubblicato il 01 Novembre 2011 da dammiltuoaiuto

Per la giustizia e la pace il Vaticano vuole una banca centrale mondiale

 

Il Vaticano fa appello alla creazione di una nuova autorità finanziaria mondiale che, sullo sfondo della crisi economica, “regoli il flusso e il sistema degli scambi monetari”, superi il sistema di Bretton Woods e coinvolga i Paesi emergenti e quelli in via di sviluppo, nella prospettiva della creazione di una più generale “autorità pubblica a competenza universale”. Questo uno dei punti principali del documento “Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale” presentato oggi in Vaticano dal Pontificio consiglio per la giustizia e la pace.

Riforma del sistema monetario. Nel documento si fa appello “alla riforma del sistema monetario internazionale e, in particolare, all’impegno per dar vita a qualche forma di controllo monetario globale, peraltro già implicita negli statuti del fondo monetario internazionale. È chiaro – scrive il dicastero vaticano – che, in qualche misura, questo equivale a mettere in discussione i sistemi dei cambi esistenti, per trovare modi efficaci di coordinamento e supervisione. È un processo che deve coinvolgere anche i Paesi emergenti e in via di sviluppo nel definire le tappe di un adattamento graduale degli strumenti esistenti. Sullo sfondo si delinea, in prospettiva, l’esigenza di un organismo che svolga le funzioni di una sorta di ‘banca centrale mondiale’ che regoli il flusso e il sistema degli scambi monetari, alla stregua delle banche centrali nazionali.

Occorre riscoprire la logica di fondo, di pace, coordinamento e prosperità comune, che portarono agli accordi di Bretton Woods, per fornire adeguate risposte alle questioni attuali. A livello regionale tale processo potrebbe essere praticato con la valorizzazione delle istituzioni esistenti, come ad esempio la Banca centrale europea”.

“Ciò – prosegue il documento del Pontificio consiglio per la giustizia e la pace – richiederebbe, tuttavia, non solo una riflessione sul piano economico e finanziario, ma anche e prima di tutto, sul piano politico, in vista della costituzione di istituzioni pubbliche corrispettive che garantiscano l’unità e la coerenza delle decisioni comuni. Queste misure dovrebbero essere concepite come alcuni dei primi passi nella prospettiva di una autorità pubblica a competenza universale; come una prima tappa di un più lungo sforzo della comunità mondiale di orientare le sue istituzioni alla realizzazione del bene comune. Altre tappe dovranno seguire, tenendo conto che le dinamiche che conosciamo possono accentuarsi, ma anche accompagnarsi a cambiamenti che oggi sarebbe vano tentare di prevedere”.

Tassazione delle transizioni finanziarie. Anche “su misure di tassazione delle transazioni finanziarie, mediante aliquote eque, ma modulate con oneri proporzionati alla complessità delle operazioni, soprattutto di quelle che si effettuano nel mercato ‘secondario’” è necessaria una riflessione, si legge nel documento: “Una tale tassazione sarebbe molto utile per promuovere lo sviluppo globale e sostenibile secondo principi di giustizia sociale e della solidarietà; e potrebbe contribuire alla costituzione di una riserva mondiale, per sostenere le economie dei Paesi colpiti dalle crisi, nonché il risanamento del loro sistema monetario e finanziario”.

Effetto devastante di ideologie liberiste. L’attuale crisi economica e finanziaria è l’”effetto devastante delle ideologie liberiste”, sostiene il Pontificio consiglio: “Un effetto devastante di queste ideologie, soprattutto negli ultimi decenni del secolo scorso e i primi anni del nuovo secolo, è stato lo scoppio della crisi nella quale il mondo si trova tuttora immerso”, si legge nel documento del dicastero vaticano. “Cosa ha spinto il mondo in questa direzione estremamente problematica anche per la pace? Anzitutto un liberismo economico senza regole e senza controlli. Si tratta di una ideologia, di una forma di ‘apriorismo economico’, che pretende di prendere dalla teoria le leggi di funzionamento del mercato e le cosiddette leggi dello sviluppo capitalistico esasperandone alcuni aspetti”.

Mondo globalizzato rischia di essere Torre di Babele. “In un mondo in via di rapida globalizzazione, il riferimento a un’autorità mondiale diviene l’unico orizzonte compatibile con le nuove realtà del nostro tempo e con i bisogni della specie umana. Non va, però, dimenticato che questo passaggio, data la natura ferita degli uomini, non avviene senza angosce e senza sofferenze”, si legge nel documento, che ricorda come già Giovanni XXIII, e poi Benedetto XVI nella enciclica “Caritas in veritate”, abbiano proposto la creazione di un’autorità mondiale.

Cupidigia minaccia democrazia. “Nessuno – si legge nel documento presentato dal cardinal Peter. K.A. Turkson e da monsignor Mario Toso, presidente e segretario del dicastero della Santa Sede – può rassegnarsi a vedere l’uomo vivere come ‘un lupo per l’altro uomo’, secondo la concezione evidenziata da Hobbes. Nessuno, in coscienza, può accettare lo sviluppo di alcuni Paesi a scapito di altri. Se non si pone un rimedio alle varie forme di ingiustizia gli effetti negativi che ne deriveranno sul piano sociale, politico ed economico saranno destinati a generare un clima di crescente ostilità e perfino di violenza – si legge nel documento vaticano – sino a minare le stesse basi delle istituzioni democratiche, anche di quelle ritenute più solide”.

Fonte: repubblica.it


Tratto da: Per la giustizia e la pace il Vaticano vuole una banca centrale mondiale | Informare per Resistere http://informarexresistere.fr/2011/10/31/per-la-giustizia-e-la-pace-il-vaticano-vuole-una-banca-centrale-mondiale/#ixzz1cRUQ8PJE
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ORA VOGLIONO IL PETROLIO DOPO IL BOMBARDAMENTO IN LIBIA

Post n°899 pubblicato il 01 Novembre 2011 da dammiltuoaiuto
 

Dopo Gheddafi, l’Occidente lancia sguardi rapaci sulla ricompensa libica

 

- di Phyllis Bennis (*) -

Il popolo libico deve affrontare sfide importanti per lo sviluppo della democrazia in un paese che è ricco di petrolio, profondamente diviso e dipendente dalla NATO per la sua vittoria contro Gheddafi.


La morte del leader libico Muammar Gheddafi – anche se è troppo presto per sapere qualcosa di sicuro – dovrebbe significare la fine della fase attuale della guerra civile della Libia.
Anche se verranno poste le basi per la pace, la riconciliazione nazionale, la democrazia, la normalizzazione nella regione o altri obiettivi si presentano avvolti in un clima di incertezza.
E ugualmente, la natura delle relazioni della Libia post-Gheddafi con gli Stati Uniti e gli altri paesi della NATO rimane poco chiara.
Questa mattina, un commentatore libico su Al Jazeera, celebrando la morte di Gheddafi, ha descritto la rovina di Gheddafi come la “terza caduta” di dittatori nel corso della “primavera araba”.
Ma, mentre il rovesciamento del regime di Gheddafi, al potere da 42 anni, ha trovato le sue origini nelle stesse mobilitazioni non violente in Tunisia ed Egitto, che hanno ispirato quelle ancora in corso in Bahrein, Siria, Yemen e altrove, la traiettoria della Libia è stata profondamente diversa.
Tutto è iniziato allo stesso modo, con un appello di gente libica per protestare contro una dittatura responsabile di una terribile repressione, di massacro di prigionieri e di altro ancora.
Ma quando i contestatori libici hanno preso le armi, e soprattutto quando i loro leader hanno invitato la NATO e gli USA a diventare la “forza aerea del Consiglio nazionale di transizione”, i legami tra la ribellione della Libia e tutte le altre della “primavera araba” hanno cominciato a logorarsi.
Nella fase iniziale, la richiesta del Consiglio nazionale di transizione per una “no-fly zone” aveva ricevuto ben poco sostegno popolare. Molti consideravano questo con diffidenza, come se venisse pregiudicata l’indipendenza della rivoluzione libica.
Ma l’appoggio all’intervento NATO è andato via via crescendo con la narrazione di un “inevitabile” e “imminente” massacro a Bengasi, dove si andavano concentrando i ribelli armati.
Anche tra i ribelli, il consenso per l’intervento USA/ NATO non è mai stato unanime, forse a causa dell’incertezza circa le intenzioni di Gheddafi e, soprattutto, della sua effettiva capacità di contrapposizione nel conflitto.
Ora, può la nuova Libia post-Gheddafi rivendicare il posto d’onore nei processi rivoluzionari indipendenti, in gran parte non violenti, in corso negli altri paesi della primavera araba?
Un massacro era certamente possibile. Ma il popolo di Bengasi aveva già dimostrato la sua capacità di proteggere la città.
Quando il primo bombardiere della NATO pilotato da un Francese ha attaccato i quattro carroarmati dell’esercito regolare libico fuori Bengasi, questi carri sono stati presi di mira nel deserto, fuori della città, proprio perché erano già stati respinti dalla città dai combattenti anti-Gheddafi.
La capacità militare dei ribelli in quel momento era sconosciuta, ma la contraddizione evidente tra questa vittoria iniziale e l’affermazione che solo raid di bombardieri occidentali avrebbero potuto salvare il popolo di Bengasi poteva avere contribuito al disagio durato molto a lungo sul ruolo USA/NATO.
La domanda ora è, se e come la nuova Libia post-Gheddafi, dopo aver rovesciato il suo pluriennale leader essenzialmente mediante una guerra civile, in cui gli Stati Uniti e la NATO hanno sostenuto una loro parte, piuttosto che attraverso quei processi di cambiamento in gran parte non violenti in corso negli altri paesi della primavera araba, possa vantare un posto di primo piano all’interno di questo risveglio regionale.

La guerra per il controllo, non per il petrolio
Gli Stati Uniti non sono stati i primi istigatori dell’intervento della NATO.
Questo ruolo deve essere assegnato all’Europa, a partire dalla Francia, il cui presidente stava ancora in sofferenza per gli attacchi politici dovuti alla sua reazione tanto insignificante quanto tardiva nei confronti della rivolta tunisina. Le preoccupazioni di Sarkozy per la sua popolarità domestica facevano il paio nel Regno Unito con quelle del Partito conservatore al governo, che era smanioso di rivendicare una posizione in quella che prevedevano sarebbe stata la parte vincente nel conflitto libico.
Tutto questo creava lo scenario per posizioni europee di privilegio nel condizionare il nuovo governo post-Gheddafi e, naturalmente, nell’ottenere accesso privilegiato al petrolio della Libia.
Così, la Francia e la Gran Bretagna hanno assunto la guida del Consiglio di sicurezza dell’ONU, con la stesura di una risoluzione iniziale che imponeva una “no-fly zone”, apparentemente per “proteggere i civili” in Libia.
L’esercito degli Stati Uniti non si dimostrava entusiasta della prospettiva. Ufficiali degli Stati Uniti di grado superiore, tra cui il Comandante di stato maggiore Michael Mullen, dimostravano come una “no-fly zone” di per sé non avrebbe funzionato – che sarebbe stato necessario dapprima bombardare la Libia, per mettere fuori uso le armi anti-aeree, e così proteggere i piloti occidentali. La Casa Bianca dimostrava scarso entusiasmo.
Poi, un gruppo di stanza al Dipartimento di Stato, guidato dalla segretaria di Stato Hillary Clinton, l’ambasciatrice alle Nazioni Unite Susan Rice, e la consigliera della Casa Bianca Samantha Power, funzionari che spesso avevano sollecitato azioni militari in risposta alle violazioni dei diritti umani, hanno avuto la meglio.
Così, invece di limitarsi a votare “no” sulla risoluzione che il Pentagono non avrebbe accettato l’incarico, gli Stati Uniti hanno assunto la bozza anglo-francese e l’hanno “migliorata”, raccomandando l’uso di “tutti i mezzi necessari” per proteggere i civili – un semaforo verde per l’uso di tutte le armi, contro qualsiasi bersaglio, per tutto il tempo che il Pentagono e la NATO decidevano di rimanere in Libia.
Questo ha segnato la fine della “primavera libica” e l’inizio di una crudele – e per i civili, mortale – guerra civile.

L’intervento USA / NATO in Libia non è stato una “guerra per il petrolio.”
L’accesso al petrolio non è stato il problema principale nemmeno negli anni ‘70 e ‘80, anni di opposizione degli Stati Uniti al ruolo della Libia, che sosteneva i movimenti di liberazione nazionale durante la Guerra Fredda, o perfino negli anni ’90, quando gli Stati Uniti avevano isolato la Libia per il suo coinvolgimento con il terrorismo. Il greggio più leggero e dolce della Libia è stato sempre ampiamente disponibile sul mercato petrolifero mondiale.
L’interesse strategico di prendersela con Gheddafi, dopo anni di buoni rapporti amichevoli, era soprattutto radicato nella paura della perdita di controllo.
Ma, dopo il 2001, quando l’amministrazione Bush era impaziente di radunare nuove reclute per la sua “guerra globale al terrorismo”, erano stati inviati emissari per accattivarsi il leader libico, che da tempo tanto aspramente era stato criticato.
Nel giro di un paio di anni, i rapporti con Gheddafi si erano scongelati. Gheddafi aveva accettato di smantellare il nascente programma nucleare della Libia, aveva offerto un indennizzo alle famiglie dell’attentato di Lockerbie, aveva instaurato normali relazioni diplomatiche con i suoi nemici di una volta e del futuro, negli Stati Uniti e in Europa.
Dal 2003, o giù di lì, le compagnie petrolifere europee e statunitensi erano in fila per firmare contratti.
Dal 2007 e oltre, foto di Gheddafi braccio-a-braccio con Sarkozy, Tony Blair, Silvio Berlusconi – ma anche con Bush e Obama e, quella famosa con Condoleezza Rice – sono state oggetto delle prime pagine dei giornali e dei siti web di tutto il mondo.

Nel 2011, l’interesse strategico degli Stati Uniti di rovesciare Gheddafi, dopo anni di così buoni rapporti intimi, era principalmente dettato dalla paura della perdita di controllo.
Gheddafi era dei nostri, adesso sì – ma Washington si chiedeva, cosa può succedere se…?
Cosa poteva succedere se il volubile leader libico, sotto la pressione di processi di democratizzazione anti-dittatura della porta accanto, invertiva la rotta e prestava la sua attenzione ai nemici di Washington, intrattenendo legami strategici?
La Cina continua la sua espansione di investimenti e di influenza in Africa: cosa può succedere se…?
Gli oppositori di Gheddafi comprendono islamisti di vario tipo, tra cui alcuni salafiti, seguaci del ramo di quel Islam estremista che fa capo all’Arabia saudita, che tanto favore riceve da militanti libici: cosa può succedere se…?
Il popolo della Libia potrebbe decidere che un’alleanza con l’Occidente non fa al meglio i suoi interessi: cosa può succedere se…?
Il “cosa può succedere se…?” all’improvviso si è trasformato in un deciso “sì, andiamo!” E così tutto ha avuto inizio.
Il nuovo Comando degli Stati Uniti per l’Africa (AFRICOM) ha avuto la sua prima occasione per mostrare la sua essenza, (anche se sembra che il comandante dell’AFRICOM sia stato sostituito dai comandanti della forza aerea degli Stati Uniti di stanza nelle basi NATO in Italia).
I leader dell’opposizione libica, che prima avevano dichiarato: “Noi, possiamo farcela da soli!”, cominciavano ad affermare: “solo una no-fly zone, ma nessun intervento straniero” – anche se generali superiori degli Stati Uniti aveva già sostenuto che non poteva esistere l’una senza l’altro .
E nel contesto della risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza dell’ONU, che prevedeva con retorica espansiva l’uso di “ogni mezzo necessario” per quanto riguardava gli attacchi militari, le altre raccomandazioni della risoluzione in favore di negoziati, e soprattutto per un immediato cessate-il-fuoco, venivano ignorate dalle potenze occidentali.
Naturalmente, Gheddafi disdegnava del tutto un cessate-il-fuoco, ma la risoluzione delle Nazioni Unite avrebbe dovuto indirizzare ad una maggiore enfasi sui negoziati per porre fine alla violenza.

La questione di “se, quando, e in che misura” la nuova Libia potrà liberarsi della sua attuale dipendenza dagli eserciti occidentali e da altri sostenitori strategici rimane senza risposta.

Una società divisa
Come è avvenuto in Egitto e Tunisia, sembrava che la maggior parte dei Libici sostenesse le richieste di più democrazia, più diritti, addirittura la fine del regime. Ma non tutti. Un numero significativo di Libici chiaramente sosteneva il regime, una situazione più vicina alla crisi ancora in pieno sviluppo in Siria.
Sarebbe stato sorprendente se questo non fosse avvenuto. Nei suoi 42 anni di gestione del governo, Gheddafi aveva concentrato il potere nelle sue mani sì, ma aveva permesso libertà di parola, libertà di riunione e manifestazioni di opposizione politica.
Aveva usato i proventi del petrolio della Libia per armare e addestrare un gruppo di milizie geograficamente e politicamente separate, molte delle quali comandate dai suoi figli e da altri parenti, ma rispondenti solo a lui, mentre l’esercito nazionale ufficiale rimaneva relativamente debole.
Ma la ricchezza petrolifera della Libia è talmente enorme, e la sua popolazione abbastanza ridotta, che il “Libro Verde” di Gheddafi, espressione di un quasi-socialismo, idiosincratico com’era, ha potuto imporre sistemi statali pubblici di assistenza sanitaria, istruzione, previdenza e sicurezza sociale, tali comunque da conquistare i primi posti nelle classifiche delle Nazioni Unite degli indicatori di sviluppo umano.
E per quanto questa singolare concentrazione di potere risiedesse nelle mani di un’unica persona, Gheddafi riceveva credito dal popolo, non proprio con la repressione, ma soprattutto con posti di lavoro, fornendo accesso gratuito alle cure ospedaliere, borse di studio universitarie, e altri sussidi del genere.
Certamente questi diritti economici e sociali non erano equamente disponibili. La storia moderna della Libia come nazione unitaria ha dovuto tener conto di una spesso difficile unione delle parti occidentale e orientale, che avevano una lunga storia, sotto il dominio coloniale e prima, come province separate.
Gheddafi ha sempre ricevuto più forti consensi nella zona ovest della Libia, quella di Tripoli, che non nella metà orientale del paese, dove Bengasi è la più grande città. Sirte, la sua città natale, dove è stato ucciso giovedì, si trova sulla costa quasi esattamente a metà strada tra la parte orientale e occidentale.
Sirte, in particolare, e la metà occidentale della Libia, più in generale, avevano ricevuto un accesso relativamente privilegiato ai benefici ricavati dalla ricchezza petrolifera della Libia.

La sfida che deve affrontare la Libia post-Gheddafi è scoraggiante. L’assunzione di responsabilità, la gestione del potere e soprattutto la legittimità della struttura di un governo ad interim rimangono controverse.
La guerra civile ha creato nuove divisioni tra le parti della popolazione libica, e ne ha consolidato le antiche. Le spaccature tra oriente e occidente sono state amplificate, con il Consiglio nazionale di transizione insediatosi a Bengasi che non riscuote un’ampia fiducia in altre aree del paese. Il Consiglio ha già avuto difficoltà nel metter su bottega a Tripoli, dove resta la rabbia per la sproporzionata rappresentanza di Bengasi / Libia orientale.
Le milizie anti-Gheddafi rimangono ancora ampiamente indipendenti dal Consiglio nazionale di transizione, con i combattenti dalla città occidentale di Misurata e dei monti Nafusa che dichiarano pubblicamente di non dovere rendere conto di nulla al Consiglio nazionale di transizione.
Sono state esacerbate divisioni tra Arabi e Tuareg libici, nonché tra quei Libici con lingue, tribù o clan locali, o identità regionali diversi.
Il divario tra Libici arabi di pelle più chiara e Libici africani di pelle scura è stato ulteriormente aggravato da diffusi attacchi contro Libici di pelle scura, così come contro lavoratori dell’Africa sub-sahariana, mossi da combattenti anti-Gheddafi, che accusavano gli scuri di pelle di servire come mercenari al soldo di Gheddafi.
Sebbene mercenari africani facessero parte di alcune milizie pro-Gheddafi, la stragrande maggioranza degli Africani stanno in Libia come migranti economici, fornendo le loro prestazioni nei lavori meno pagati e più sgradevoli e pesanti, in tutto il paese. Il razzismo insito in questi attacchi ora è una ferita sanguinante nel corpo della società libica.
Il Consiglio nazionale di transizione – o qualsiasi altra struttura di governo a venire – come riuscirà ad includere i rappresentanti della Sirte, che molti , all’interno e nell’ambito del Consiglio nazionale di transizione, hanno condannato come tutti fedelissimi di Gheddafi?
Certamente la popolazione di Sirte ha compreso molti sostenitori del leader deposto e ora morto, ma molti avevano abbandonato la città prima dell’intensificazione degli scontri nelle ultime settimane. Ora, costoro stanno tornando, e trovano la loro città in rovina, con interi quartieri saccheggiati e distrutti.
Se le offerte di “aiuto” da parte di Americani ed Europei serviranno come copertura per …. mantenere una base di appoggio per gli Stati Uniti al centro della primavera araba, altrimenti indipendente, è una questione sospesa dietro alle celebrazioni odierne sulle strade della Libia.
Il Consiglio nazionale di transizione si è impegnato a tenere elezioni entro otto mesi dalla “liberazione finale” del Paese – che dovrebbe essere annunciata nei prossimi giorni.
Il primo ministro pro tempore messo in carica dagli Stati Uniti ha promesso di dimettersi subito dopo questo annuncio.
Se tale promessa verrà mantenuta, che qualcosa di anche lontanamente simile a una elezione libera ed onesta possa essere organizzato in otto mesi in un paese privo di un recente retaggio di partiti politici o di istituzioni della società civile, rimane una sfida enorme.
Nel pomeriggio di giovedì, un lapsus freudiano affascinante è sfuggito alla Segretaria di Stato Clinton, quando, riferendosi alla Libia ora inondata di armi, da parte degli Stati Uniti manifestava la “preoccupazione di come noi dobbiamo disarmare” il paese, subito dopo correggendosi e ritrattando la sua dichiarazione: “ovvero come i Libici dovranno disarmare tutti coloro che detengono armi.”
Se le offerte di “aiuto” da parte di Americani ed Europei serviranno come copertura per garantire l’elezione di un governo filo-statunitense, sottomettendo l’indipendenza libica all’Occidente, e mantenendo così una base di appoggio per gli Stati Uniti al centro della primavera arba, altrimenti indipendente, sono domande in bilico dietro alle celebrazioni di oggi sulle strade della Libia.

ottobre 2011

(*) Phyllis Bennis è direttrice del Nuovo Progetto sull’Internazionalismo presso l’Istituto di Scienze politiche di Washington DC, e membro del The Transnational Institute (TNI), organizzazione che svolge una analisi critica di avanguardia sulle questioni globali, costruisce alleanze con i movimenti sociali di base, sviluppa proposte per un mondo più sostenibile e giusto.
La Bennis è specialista in questioni di politica estera degli Stati Uniti, in particolare in quelle che interessano il Medio Oriente e le Nazioni Unite. Ha lavorato come giornalista alle Nazioni Unite per dieci anni e attualmente è consulente speciale di diversi funzionari di alto livello presso le Nazioni Unite su questioni mediorientali e relative alla democratizzazione delle Nazioni Unite.
Frequente collaboratrice di media statunitensi e mondiali, Phyllis Bennis è anche autrice di numerosi articoli e libri, in particolare su Palestina, Iraq, Nazioni Unite, e sulla politica estera statunitense.

(traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)

http://gilguysparks.wordpress.com/2011/10/30/dopo-gheddafi-l%e2%80%99occidente-lancia-sguardi-rapaci-sulla-ricompensa-libica/


Tratto da: Dopo Gheddafi, l’Occidente lancia sguardi rapaci sulla ricompensa libica | Informare per Resistere http://informarexresistere.fr/2011/10/31/dopo-gheddafi-l%e2%80%99occidente-lancia-sguardi-rapaci-sulla-ricompensa-libica/#ixzz1cRRTqdSm
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LA BCE VUOLE IL NOSTRO SANGUE LA NOSTRA VITA

Post n°898 pubblicato il 01 Novembre 2011 da dammiltuoaiuto
 

Barnard: perderemo tutto, la Bce vuole il nostro sangue

 

La lettera che il governo Berlusconi ha consegnato all’Unione Europea significa una sola cosa: «Che l’Italia si deve piegare al volere dei mercati». Dopo un lungo silenzio, Paolo Barnard torna a farsi sentire attraverso il suo dirompente sito web, dal quale lanciò “Il più grande crimine”, saggio sulfureo sulle vere cause dell’attuale crisi: la resa della politica ai predoni della finanza mondiale, attraverso un’inesorabile processo di privatizzazione perfezionato negli anni ’80 da Reagan e dalla Thatcher con la complicità di Kohl e Mitterrand e sviluppato in Italia da uomini come Ciampi e Prodi, fino al capolavoro assoluto: un’Unione Europea non democratica, retta da una Commissione di non-eletti e incentrata sull’euro, moneta comune ma privata, che la Bce “presta” agli Stati membri ad elevato tasso d’interesse.

«Non abbiamo più alcuna sovranità politica», dice Barnard, a causa di convenzioni europee come il Trattato di Lisbona, «che ci impongono regole disperazionedecise da tecnocrati pro-business non eletti», e siamo ridotti a non disporre più di alcuna sovranità finanziaria, «visto che non abbiamo più una nostra moneta sovrana, ma usiamo l’Euro che è una moneta straniera, dal momento in cui è emesso da entità non italiane e lo dobbiamo prendere in prestito». In altre parole, quello che ci tocca fare è «solo ubbidire e applicare le politiche volute da altri». Ma attenzione, avverte Barnard: la lettera che il governo italiano ha consegnato a Bruxelles non è destinata all’Unione Europea, bensì ai veri padroni del mondo: vale a dire «gli investitori internazionali, quelli che oggi prestano ogni singolo Euro che lo Stato italiano spende per i cittadini».

E chi sono i poteri che “ricattano” 60 milioni di italiani? «Si tratta di gruppi assicurativi, fondi pensione privati, fondi sovrani stranieri, banche d’investimento o singoli grandi investitori. Cioè i padroni delle finanze di quasi tutti gli Stati del mondo». Fanno pressione in modo ormai scoperto: «Per continuare a prestarci i soldi esigono regole che glieli facciano fruttare al massimo: se quelle regole distruggono le persone non ha per loro nessuna importanza; se distruggono intere economie neppure, anzi, ci guadagnano, come spiegato ne “Il Più Grande Crimine”», dirompente inchiesta che – facendo nomi e cognomi – con l’aiuto di prestigiosi economisti, soprattutto americani, ricostruisce il lungo processo col quale oggi facciamo i conti: la storica “riscossa” dell’antica élite monarchica e terriera, colpita nel ‘900 dal progresso planetario delle democrazie popolari (lavoro, diritti, welfare) e pronta oggi a “riprendersi tutto” grazie alla micidiale leva dell’alta finanza, a cui gli Stati si sono arresi, Mario Draghicome dimostra la drammatica vertenza Italia-Bce.

Chi ha scritto quell’impegnativa nella quale il nostro paese promette di cedere al diktat della Banca centrale europea? La lettera non è stata certamente vergata da Berlusconi, «che non ha potere alcuno in questa storia», scrive Barnard. «E’ stata scritta dai tecnocrati del governo sotto dettatura dei loro omologhi nella Ue, gente come Draghi, Buti o Bini Smaghi». Per l’autore de “Il più grande crimine”, storico collaboratore di Santoro e poi tra i fondatori di “Report” con Milena Gabanelli, in questo caso «il governo non aveva scelta: o rispondere agli ordini oppure all’Italia veniva chiuso il rubinetto delle finanze, e moriva». Dal momento in cui si è tolto allo Stato il potere di creare ricchezza spendendo a deficit per i cittadini, sostiene Barnard, questo potere è passato nelle mani esclusive degli investitori: «Quindi ci possiedono al 100%. Punto».

Cosa cercano gli investitori finanziari in quel testo? «Lo leggono rapidi, saltando tutte le insignificanti rassicurazioni e i dettagli della nostra gestione interna, e vanno a cercare se l’Italia ha incluso nel testo due capitoli e solo quelli». Primo: regole per strangolare ulteriormente la spesa dello Stato per i cittadini. Secondo: regole per favorire il loro lucro se investono o speculano qui da noi. «A patto che questi due capitoli siano soddisfacenti per loro, ci presteranno gli Euro per sopravvivere. Altrimenti ci dissangueranno fino alle estreme conseguenze». E li hanno trovati, quei due indignati italianicapitoli-capestro, nel testo consegnato a Bruxelles? Purtroppo sì, risponde Barnard. Il piano procede, ed è contro di noi in ogni aspetto della spesa sociale: salari, pensioni, tasse, spesa pubblica, licenziamenti facili, lavoro ancora più precario.

Capitolo “strangolare la spesa dello Stato per i cittadini”: primo, in Italia si renderà effettiva – con meccanismi sanzionatori – la mobilità obbligatoria dei dipendenti pubblici sia statali che locali: li si metterà in cassa integrazione con abbassamento complessivo dei salari. Poi compare la riforma costituzionale per rendere illegale la spesa a deficit dello Stato («l’unica che invece crea ricchezza al netto per i cittadini e aziende»). Terzo, l’innalzamento dell’età pensionabile: e non solo ai 67 anni, ma con l’obiettivo di tenere in considerazione nel futuro anche l’aspettativa di vita del lavoratore come parametro per l’entrata in pensione («come chiesto nel 2010 da due lobby finanziarie europee, la Ert e la Be»). Quarto: se le misure non saranno sufficienti, lo Stato tasserà di più i cittadini, «quindi il rapporto fra ciò che spende per loro e ciò che gli sottrae si alzerà ancora a favore di meno spesa e più prelievo». Quinto: «I risparmi ottenuti dai tagli della spesa dello Stato non potranno essere utilizzati per spendere a favore dei cittadini».

Poi c’è il capitolo “favorire il loro lucro se investono o speculano qui da noi”. In Italia si introducono i prestiti d’onore agli studenti: ovvero, come «incastrare il cittadino fin dalla più giovane età nel sistema finanziario che gli speculatori controllano e da cui guadagnano». Secondo punto: ulteriore flessibilità del lavoro, coi contratti di apprendistato, a tempo parziale e di inserimento. «Cioè, là dove il lavoratore anziano crollerà morto di produttività sul posto di lavoro, le mega aziende assumeranno a due centesimi giovani sostituti senza tutele e sprovveduti». Terzo: più facilità nei licenziamenti anche dei lavoratori a tempo indeterminato, «che potranno perdere il lavoro anche a causa di un calo di introiti aziendali». Quarto aspetto, le privatizzazioni statali in accelerazione: «Liberalizzazione e privatizzazione dei servizi pubblici locali», alla faccia dei referendum di giugno: ribadito il settore acqua, poi farmacie comunali, rifiuti, trasporti. «Il Comune non potrà affidare un servizio senza aver prima verificato se era possibile aprire una gara fra soggetti privati», mentre le Regioni «dovranno stilare piani urgenti di privatizzazioni locali». E infine, la Costituzione: «Sarà riformata per introdurre articoli pro business. Le conseguenze sulle tutele costituzionali del bene pubblico sono imprevedibili (no, prevedibili: le distruggeranno)».

Abbiamo accontentato i nuovi “padroni veri” dell’Italia? Macché. «Le misure sono state giudicate insufficienti», osserva Barnard. «Berlusconi, o chi per lui, non ha saputo essere sufficientemente thatcheriano, prodiano, adreattiano o dalemiano: non ha saputo cioè usare la falce della distruzione della democrazia e del bene pubblico italiano come in decadi scorse seppero fare i personaggi citati». Risultato: «I mercati degli investitori ci hanno di nuovo aumentato i tassi d’interesse sugli Euro che ci prestano a oltre il 6%. Cioè: i nostri padroni hanno risposto che non solo non ci ridurranno il costo che paghiamo per prendere in prestito gli Euro, ma ce l’hanno aumentato. Ci hanno detto: “No! Volevamo lucrare di più, dovevate falcidiare la gente di più. Ora pagate”. E pagheremo, fino alla fine».

http://www.libreidee.org/2011/10/barnard-perderemo-tutto-la-bce-vuole-il-nostro-sangue


Tratto da: Barnard: perderemo tutto, la Bce vuole il nostro sangue | Informare per Resistere http://informarexresistere.fr/2011/11/01/barnard-perderemo-tutto-la-bce-vuole-il-nostro-sangue/#ixzz1cRO75frf
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LE FINANZE VATICANE SONO PIENE DI ORO

Post n°897 pubblicato il 01 Novembre 2011 da dammiltuoaiuto
 

Le Finanze Vaticane

 

…C’è un’urgente necessità morale di una nuova solidarietà”
Papa Benedetto XVI

“Senza aver paura di sbagliare possiamo dire che i tesori d’oro e d’argento amministrati dal Vaticano, non solo nelle sue banche e filiali, ma anche nei suoi templi, oggi comprendono circa il 49% delle riserve d’oro del mondo”
Monsenor Rafael Rodriguez Guillen

Da solo il Vaticano potrebbe ripianare tutti i nostri debiti e concederci un benessere mai sperimentato nella storia. Benedetto XVI, stiamo ancora aspettando la tua elemosina!


Il Denaro del Vaticano Investito nelle Borse

Estratto da THE VATICAN’S FINANCES di Monsenor Rafael Rodriguez Guillen – pag. 37-39

Dalla seconda guerra mondiale le finanze Vaticane, prendendo vantaggio dai resti delle nazioni in bancarotta, iniziarono ad utilizzare la borsa per fare un business molto redditizio. Allo stesso modo, i fondi e le riserve auree del Vaticano, che erano in gran quantità assicurate nei titoli di stato e nel capitale azionario, per gli interessi complessivi e globali degli investitori, furono utilizzate per la ricostruzione dei paesi come l’Italia, la Germania e la Spagna, che versavano in rovina. Esse così trassero gran parte delle finanze bancarie, e il Banco Ambrosiano Vaticano divenne proprietario e signore di capitali e prestiti a lungo termine. Gli investimenti della Santa Sede, in quei momenti, una volta che la guerra in Italia fu persa, si avviarono a questo punto al reindirizzamento su piani internazionali, con le Diocesi, i Cardinali e i funzionari amministrativi degli Stati Uniti che conseguivano un imponderabile colpo da maestro amministrativo. La Chiesa Cattolica sta ora anche offrendo prestiti bancari in Messico. Quando la lira italiana iniziò la svalutazione alla fine del 1994, il Vaticano ritirò i suoi soldi e li reinvestì in dollari, in yen giapponesi, in sterline inglesi e in marchi tedeschi. Il Vaticano entrò a pieno titolo nel sistema monetario economico europeo, che fu ed è ancora molto utile per i guadagni netti dei capitali della Santa Sede. Il Vaticano è una delle maggiori potenze investitrici nelle borse di molti paesi. I suoi profitti e i vescovi di tutto il mondo, che devono fornire al Vaticano le tasse delle diocesi, sono in grado di superare ogni crisi con il management multimilionario di dollari che il Vaticano riceve dal mondo intero.
In questo momento i suoi investimenti e gli acquisti in denaro contabile gli rendono dal 200% al 400% di interesse. Esso non si accontenta del normale tasso di interesse del 100%. Dopo essersi lasciato alle spalle il più basso livello di povertà (tenore di vita), le sue riserve d’oro, dal 1930 al 1990, che sono state usucapite da tutte le diocesi, sono state depositate nella FEDERAL RESERVE BANK DI NEW YORK. Il cardinale Szoka, e gli altri amministratori delle delle finanze Vaticane, inizianrono a vendere oro e a comprare nel mercato della Borsa. I suoi avidi agenti cercarono di accaparrarsi la borsa valori diverse volte. Nel mese di gennaio 1992, 235.765 once d’oro, con un valore di circa 83 milioni di dollari, furono messe in vendita. Così esso vendette il suo oro e acquisì titoli e partecipazioni nelle imprese multinazionali, dove la presenza dei soldi del Vaticano produsse sostanziali dividendi. I delegati del Papa e gli abili vescovi-finanzieri consigliavano quando e come il Vaticano doveva investire o vendere oro  con i più grandi rendimenti. Senza aver paura di sbagliare possiamo dire che i tesori d’oro e d’argento amministrati dal Vaticano, non solo nelle sue banche e filiali, ma anche nei suoi templi, oggi comprendono circa il 49% delle riserve d’oro del mondo.

Oggi grandi somme di valuta e oro stanno scomparendo dalla circolazione. Un rapporto di Monsignor Divine, e il delegato qui è molto intelligente circa le vendite d’oro, ci dice che “si ammette che i delegati del papa hanno fatto un succoso affare dalla vendita di oro (pagina 221).” “Dentro il Vaticano abbiamo ottenuto un prezzo medio molto buono. Si merita un sacco di stima per questo”. Cioè il Monsignor-finanziere si vanta del rotondo business praticato dal Vaticano quando questo vende le sue valute o fa affari con lui. Il cardinale Callisto che ha il Monsignor Robert Divine come consulente nella sezione dell’APSA che gestisce le finanze, racconta che ha investito in uno studio canadese che egli in seguito ha poi venduto superbamente alla società internazionale (di) Merrill Lynch, la quale mira all’acquisto e alla vendita di alloggi ed è la più stimata in tutto il mondo. Egli ci racconta questo business succoso:”Nell’acquisto di azioni e obbligazioni noi attiriamo un consulente eccellente sotto forma di investimento in alloggi nel mondo.” Solo un altro esempio della ricchezza delle finanze segretamente manovrate dal Vaticano. Non avrei spazio a sufficienza per parlare di tutte le altre aziende internazionali e gli affari in cui è investito il denaro offerto nel nome del Cristo povero, e come esso arricchisce migliaia di cardinali, vescovi e delegati, i cui conti bancari potete solo tentare di conoscere. Oltre alle proprietà di Merrill Lynch, Barclais, Banca di Londra e Nomura del Giappone, io ho anche potuto trovare banche che, con il denaro delle diocesi e delle chiese, fissano e dispensano alleanze con tutti, facendo affari con le offerte e le donazioni date dagli illusi credenti, le quali dovrebbero essere investite e distribuite ai poveri e ai bisognosi, secondo i comandamenti di Gesù (Matteo 19:12), la PIETRA e il FONDATORE della vera Chiesa cristiana.

Link:http://wikicompany.org/books/Guillen_The_Vatican_s_Finances_2003_.pdf
http://avlesbeluskesexposed.blogspot.com/2011/10/blog-post.html

Fonte: nwo-truthresearch


Tratto da: Le Finanze Vaticane | Informare per Resistere http://informarexresistere.fr/2011/10/30/le-finanze-vaticane/#ixzz1cRMKjAXv
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STOP ALLA VIVISEZIONE

Post n°896 pubblicato il 01 Novembre 2011 da dammiltuoaiuto
 

Benvenuti nella homepage di stopvivisezione.net. Questo sito è stato prodotto e organizzato esclusivamente da cittadini europei indipendenti e volontari per promuovere una petizione al Parlamento Europeo per l'abolizione della vivisezione. L'organizzazione di questa iniziativa è stata resa possibile dallo straordinario impegno e supporto dei tanti che hanno contribuito alla sua realizzazione.

La diffondiamo ora a tutti i cittadini europei, insieme ad una documentazione che spiega la necessità di questa iniziativa. Visitate il sito: leggete la petizione, sostenetela, e unitevi a tutti quei cittadini che si stanno impegnando a diffonderla. Le pagine del sito sono disponibili in cinque lingue per divulgarla in altri Stati dell'Unione Europea.

Tutte le persone che hanno contribuito all'organizzazione di questa Petizione al Parlamento Europeo l'hanno fatto non in quanto parte di un gruppo o di una categoria, ma hanno dato il loro personale contributo in qualità di privati cittadini, convinti della necessità di questa iniziativa di carattere popolare. Il più piccolo contributo da parte di ognuno è stato determinante. La vivisezione è una realtà spaventosamente drammatica e urgente e il suo futuro dipende dalla scelta di ognuno di noi. Ma tutti insieme - noi cittadini europei - possiamo fermarla! E' davvero necessaria la partecipazione e l'impegno di tutti.

Firma la Petizione! Contribuisci ad abolire la Vivisezione

Tra tutti i crimini neri che l'uomo compie contro Dio e il creato,
la vivisezione è certamente il più nero.
MAHATMA GANDHI

Lo sperimentatore che per primo dimostrò che un topo premendo un tasto, riesce ad interrompere una scarica elettrica che lo strazia, ha portato la riprova di quanto l'umanità già sapeva da millenni: che il topo è un animale molto intelligente e l'uomo un animale molto crudele.

Gli sperimentatori che ripetono questo genere di esperimenti con infinite varianti, dimostrano la verità di un vecchio adagio: che la differenza tra l'intelligenza e la stupidità sta nel fatto che l'intelligenza ha i suoi limiti.
HANS RUESCH

Verrà il giorno in cui si guarderà alla odierna vivisezione in nome della scienza come noi oggi guardiamo alla caccia alle streghe in nome della religione.
HENRY BIGELOW

 
 
 
 
 
 
 
 
 

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