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No Road No Vote
Post n°53 pubblicato il 11 Maggio 2006 da nem_o
E infine ho iniziato la risalita al Batang Rejang. Con un barcone espresso mi sono spostato per un centinaio di km fino a Kapit. Una tranquilla cittadina raggiungibile solo in barca. Non che qui manchino strade e macchine, ma le prime si limitano a girare nei villaggi vicini e sono in pessime condizioni, le sesconde sono poche perche' trasportate in battello. Il paese e' tranquillo, a misura d'uomo e soprattutto con pochissimi cinesi. E si, perche' uno dei regali della dominazione inglese oltre alla "civilta'" e al depredamento di molte risorse naturali e stato proprio quello di favorire l'immigrazione di manovalanza cinese che si e ' poi stabilizzata controllando ora praticamente tutto il commercio del Borneo. Cosa distingue un citta' a prevalenza cinese da una ad esclusiva prevalenza cinese? Appurato che in tutte e due lavorano giorno e notte interrottamente, nella prima nei ristoranti (ovviamente tutti cinesi) c'e' scritto "serve no pork", nella seconda in tutti i mercati e le bancarelle alimentari fanno bella mostra di se teste e quarti di maiale alla faccia del rispetto della religione ufficiale. Ma si sa la guerre c'est la guerre! Come dicevo sono arrivato a Kapit nel primo pomeriggio, rapida ricerca di un tetto per dormire e del permesso per risalire oltre il fiume inizia la fase contrattativa per uscire dal paese e andare a visitare un insediamento Iban. Alla fine riesco ad affittarmi un minibus solo per me, il tempo e' poco e non posso perderlo a cercare altro. Si parte per una longhouse a una decina di km di distanza. All'inizio le strade sono ottime ma dopo pochi kms diventano terribili. Qui siamo in periodo pre elettorale e a un certo punto della strada fa bella mostra di se un cartello con scritto prima in malay e poi in inglese: No Road No Vote. Chissa' se qualcuno al governo pensera' poi a questo posto sperduto. La longhouse e' decisamente interessante, Come dice il nome trattasi di una casa su palafitta lunghissima in cui vivono numerose famiglie, la guida mi cide 300 persone ma mi sembra un po' esagerato. Un centinaio comunque ci stanno tutte. Sulla parte anteriore c'e' lo spazio comune e in quella posteriore le stanze e le cucine private delle singole famiglie. Ci accoglie il capo della longhouse a cui diamo i regali portati e ci sediamo a bere una specie di aranciata (allungata con chissa' quale acqua) e un bicchiere di tuak (grappa di riso molto leggera). Dopo pochissimo si scatena un diluvio che cosi' intenso mai avevo visto in vita mia. Il rumore della pioggia sul tetto di lamiera e' infernale, e dire che fino a poco tempo fa i tetti erano in paglia, fresca sotto il sole e silenziosa sotto la pioggia, ma si sa e' la civilta' che avanza. Dato che non smette di piovere dopo un'oretta scendiamo le scivolose scale fino al fiume che attraversiamo su un traballante ponte sospeso e torniamo a Kapit. Soddisfatto? Bo! Vedere gli Iban, un tempo fieri guerrieri e cacciatori li seduti ad aspettare qualcuno che gli porti dei ragalini non e' un gran spettacolo. Ma a pensarci bene erano solo le donne e i bambini e il capo (che in quanto capo e' giusto che non faccia niente), gli altri a lavorare in citta' o caccia nella foresta. Il loro passato guerriero emerge comunque nei numerosi tatuaggi tribali degli anziani e nella cesta di teschi appesa in centro alla longhouse. Fino a poche generazioni fa questa era la fine riservata agli indonesiani che "osavano" uscire dal Kalamantan e si avventuravano nel Borneo. Ora le ragazze che escono dal Kalimanta fanno un'altra fine, ma questa e' un'altra storia. Selamat Malam nilu
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