“Discutemmo fino a tardi sulla possibilità di avere anche noi un itinerario di viaggi tracciato sul nostro sistema nervoso centrale: sarebbe l’unica spiegazione alla nostra folle irrequietezza” (Bruce CHATWIN)
Sto di nuovo per partire.
E di nuovo avverto l’urgenza di scrivere senza sapere esattamente cosa scrivere.
E’ un qualcosa di innato in me il comunicare.
Forse perché lo scritto senza un interlocutore in carne e ossa aiuta a essere più se stessi, forse perché dà la possibilità di correzione, forse perché è un metodo un tantino vigliacco di esprimere opinioni.
Non lo so,comunque sono qui a scrivere anziché a preparare il viaggio.
Non ricordo più chi, comunque lessi che il modo migliore per partire per un viaggio è preparare in ogni dettaglio l’itinerario e poi partire gettando via la guida e tutti i programmi fatti. Forse era Portelli (anzi il Prof. Portelli) a proposito di un suo viaggio negli Usa.
Non è importante chi era, ma è quantomai singolare che io ho fatto più o meno la stessa cosa. Non esattamente uguale, perché io, che professore non sono, il viaggio non l’ho preparato per niente. Vado in Madagascar senza sapere cosa fare o dove andare.
Arriverò domenica sera a Antananarivo verso le 22,00 senza uno straccio di prenotazione alberghiera, cosa che tra l’altro non ho mai avuto. Neanche l’anno scorso a Bishkek in Kirgizistan dove alle quattro di notte mio ero trasformato in facile preda dei taxisti bastardi russo-kirgizi.
Stavolta però ho una scusa.
Era previsto che la destinazione del viaggio fosse la Mongolia.
Poi la mancanza di posti sull’aereo ma ha fatto ripiegare sul Madagascar.
Non che avessi preparato in ogni dettaglio il viaggio in Mongolia, anzi.
Ma questo non interessa a questo punto della storia.
Si parla di Madagascar e non di Mongolia.
Anzi forse interessa sul serio.
Da un po’ di anni non avverto più la necessità di studiare un viaggio.
Non lo sento più, non ho più la curiosità e la smania di vedere un posto nuovo.
Qualcuno potrà insultarmi ma sta diventando routine, cazzo.
E’ il viaggio che mi “tocca” fare tutti gli anni, una tacca in più sul passaporto, qualche chilo di diapositive che neanche io ho più voglia di vedere o di sistemare.
E’ cosi, purtroppo.
Però la voglia di partire rimasta immutata. Forse ha ragione Chatwin, è un qualcosa legato al mio sistema nervoso centrale.
La voglia di conoscere, di andare lontano, di fuggire, di sperimentare, di condividere, di integrarmi, di sentirmi uno con gli altri, di assaggiare, di respirare, di confondermi con la moltitudine, di perdermi nell’immenso, di fingere di non voler ritornare. La voglia di stare bene con me stesso, dimentico della mia triste realtà.
Si, un senso lo trovo ancora nel partire.
Più che un senso una necessità.
Anche se non so cosa andrò a fare esattamente.
Anche se non ho un itinerario,
Anzi, forse perché non ho un itinerario. Né ci tengo ad averlo. Né voglio averlo.
Sono lì per andare avanti.
Giorno per giorno. Con il terrore di essere (cosa che purtroppo sono) un turista che mente a se stesso professandosi viaggiatore.
“Il mio disagio era molto aumentato: lo interpretai come il tourist angst, il tormentoso sospetto di essere, dopo tutto, un turista come gli altri” (Stefano Malatesta)
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il 15/07/2010 alle 16:16
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il 12/07/2010 alle 19:12
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il 09/07/2010 alle 21:20