dottormanser
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UNA SERA AL BAR PINETA
"Un momento di riflessione", post numero 622 del blog di vidi (http://blo.libero.it/vidi), mi ha ricollegato ad un vecchio breve racconto scritto diversi anni fa. Il racconto è così così, ma era anch'esso un... momento di riflessione sulla vita che scorre. Probabilmente la storia era nata dal semplice pensiero che non c'è nulla di più terrificante che arrivare al "fatidico" giorno e dirsi: "Mamma mia, ho sprecato una vita intera!" D'altronde l'idea di "vita sprecata" è stato il leit motiv di tanti miei scritti. Uno è appunto Una sera al bar Pineta (già presente nel mio sito). Se vi va di leggerlo, BUONA LETTURA.
Il cielo è terso, privo di nuvole. Il tramonto colora la città coi suoi pastelli rossi e arancio e marroni mentre tutto emana energia fuori, già, fuori, ma fuori dove? Dentro, seduto ad un tavolo del bar Pineta, intento a giocare a scala quaranta con Fabri, il Rosso e Cambogia tutto è statico, non c’è pathos. D’altra parte come potrebbe? Lo capisco solo dopo l’ennesima birra, la sesta forse. Al di là della vetrata, sulla strada, transitano ragazzi e ragazze, uomini, vecchi, bambini, storpi ed effeminati, puttane e barboni. Mentre scendo con due tris d’assi e uno di donne – scartando un re di picche – guardo fuori e mi soffermo col pensiero su quel pulsare di cosmica vitalità; persino l’ultimo derelitto sulla faccia della terra mi appare più fortunato di me all’esterno del Pineta.
“Che cos’ho che non va?” mi domando osservando il jolly appena pescato che non mi consente, metafora della mia pedestre esistenza, di chiudere la partita una volta per tutte. Quattro carte in mano, un jolly e non riesco a vincere. Scarto un fante di cuori. Cos’ho dunque che non va? Cosa abbiamo che non funziona noi topi da bar che a quarantacinque anni ci sentiamo vecchi, apatici, stanchi come chi dalla vita ha ricevuto solo bastonate? Facciamo parte di una generazione perdente, come affermò una volta Cambogia: “La nostra ragazzi si chiama Generazione Inerzia”. Forse aveva ragione.
Mi accendo una sigaretta, come se non ci fosse già abbastanza fumo in quei due metri quadrati che occupiamo io, il Rosso, Fabri e Cambogia, tutti occupati a giocare, in silenzio, fumando una sigaretta dopo l’altra, una birra dopo l’altra, un giorno dopo l’altro. Cosa significa giocare a carte? Passarsi il tempo? Perché abbiamo sprecato tutto quel tempo fino ad oggi (e continueremo a farlo) mentre là fuori, oltre l’opaco vetro il mondo pullula di opportunità? Sì, ma le opportunità sono per chi se le crea, non per noi, uomini vinti dal tempo e dallo spazio: non abbiamo più scampo, imbelli scommettitori di spiccioli e birrette.
Beppe, il titolare, ci avverte che tra dieci minuti chiude bottega. Gli dico che abbiamo quasi finito, un’altra birra per tutti e ce ne andiamo, offro io il giro ai ragazzi. Tocca di nuovo a me pescare: un altro jolly e, incredibile, non riesco ancora a chiudere. Sono troppo sfigato! O forse non sono bravo, fatto sta che pesca il Rosso e chiude la partita. “Ho vinto!” esclama l’amico. Mi alzo vacillante, trangugio tutto d’un fiato la birra che ha appena portato Beppe e dico: “No, non hai vinto. Nessuno ha vinto. Noi, Rosso, non si vince”.
Esco dal bar Pineta avviandomi verso casa; la sera è fresca, si sta bene e si respira una brezza positiva: sembra che l’amore e la speranza, la felicità e tutto ciò che di bello c’è al mondo mi aspettino dietro l’angolo. Svolto l’angolo e ci trovo solo il desolato viale alberato che conduce all’appartamento dove abito. Tutto è un’illusione, l’alcol mi sta ingannando. Io sto invecchiando e ho paura. Dopo aver superato i venticinque anni ho avuto l’impressione che il tempo volasse via al ritmo di un anno ogni sei mesi e temo che sarà sempre più celere… mah! Forse sono solo troppo ubriaco, troppo ubriaco anche per avere dei sogni e focalizzare una vita fatta su misura per me… non chiedo tanto: una donna di poche pretese, casalinga e madre attenta, un lavoro migliore del mio attuale di magazziniere, due soldi in più, un televisore con megaschermo per riunire gli amici a casa e seguire le partite della nostra squadra del cuore senza doverci rintanare nella torma del Pineta. Infine una vecchiaia tranquilla e appagata. No, non chiedo tanto alla vita o a quel famoso dio, se esiste. O a me stesso! Boh, ora so solo che non posso tornare a casa conciato così.
Mi siedo su una panchina, aspettando che evapori un po’ la sbronza. Mi sdraio. Quando mi sveglio non c’è più nessuno in giro; è notte fonda e la prima cosa che mi passa per il cervello è che domani sarò troppo sobrio per avere dei sogni. Per quelli come me, il Rosso, Cambogia, Fabri, per noi quarantacinquenni della Generazione Inerzia è più comodo vincere una partita a carte che non scommettere contro il destino per cercare di cambiarlo; per quelli come noi non ci sono mai state prospettive perché non abbiamo saputo (o errore ancora più grave: non abbiamo voluto) giocarci i jolly che la vita, sia pure infame e stronza finché si vuole, ci ha fatto pescare per strada ogni tanto.
Mi accingo a varcare il portone del civico numero venti. E’ probabile che mia madre mi stia ancora aspettando davanti al televisore acceso (a me le carte, a lei la tv!). “Non ti preoccupare Mà, ero a giocare a scala con gli amici del Pineta” le dirò. Così se ne andrà a dormire serena e inconsapevole, come quell’uomo sprecato che è divenuto ormai suo figlio.
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