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fili (parole scartate)

Post n°563 pubblicato il 19 Ottobre 2006 da sopalmar
Foto di sopalmar

Questo giaccone un po’ logoro è il mio amuleto. E’ stato compagno dei miei inverni per quattro anni, dal 1992 al 1996. Fa decisamente più impressione dire “dal 1992 al 1996” che “ per quattro anni”. Fa più impressione perché viene da pensare 1992, 1993, 1994, 1995, 1996 e non, semplicemente 1 2 3 4 anni. Un tempo che si dilata, che si riempie di ricordi, e di pensieri. Gli inverni, le rare nevicate che imbiancano i tetti di Venezia, i pomeriggi passati a preparare le interrogazioni ascoltando la musica a volume bassissimo, sennò sembra che non stai studiando seriamente, e quando scatta l’ora della pausa prima di cena, ti infili il giaccone e sgusci fuori di casa a goderti il tuo diritto all’aria, aria che in questa città è assolutamente speciale, azzurra, piena dei sogni di tutti i viaggiatori che ha incantato e che tu respiri ogni giorno. Ma farà bene un’aria così? Comunque, il giaccone. Non saprei dire se è un bel giaccone. Però - può piacere, direi che può piacere. A me piace. Ha la forma di un giaccone, dato che  è – un giaccone. Però è la stoffa – le stoffe – tanti quadrati di stoffe diverse, non perfettamente quadrati, poi – cuciti assieme a formare un giaccone. I punti sono così piccoli e precisi che quasi non li distingui. Sembra un po’ la “coperta della nonna” – mia nonna non l’aveva, però, una coperta così – quella che quando la vai a trovare, da piccolo, tutto intirizzito, magari, perché fa un freddo che ti si gela il moccio del naso, la nonna te la avvolge tutta addosso e poi ti fa sedere sulla sua poltrona  e ti prepara la cioccolata calda. Anche se mia nonna una coperta così non l’ha mai avuta. Però aveva una poltrona “da nonna”. Non mi preparava la cioccolata calda, però, ma i panini con il sugo dello spezzatino. Per il resto era una nonna “di origine controllata”, davvero.
Il giaccone me lo aveva regalato un amico speciale, S., prima di partire per l'America del sud. Non ho ancora capito perché, ma insisteva, io in fondo l’ho messo sì e no quattro volte, prendilo tu – e così l’ho preso e non me lo sono più tolto, neppure quando mi hanno chiamato per dirmi che era rimasto ucciso in un incidente aereo. D’estate sì, però d’inverno sempre ogni giorno, anche una sera di “M., mi raccomando, vestiti col tailleur rosso bordeaux e truccati un po’ che sembri una profuga” con mia madre alla Fenice a vedere la Turandot. Bella serata, la musica, le voci, gli accordi dell’orchestra prima dell’inizio, l’atmosfera piena di aspettativa, le luci dorate, tutto dorato, le voci d’oro, la foglia d’oro sugli stucchi, le tendine dei palchi, gli orecchini e i bracciali d’oro delle signore, il gran lampadario che si spegne pian piano, i bisbigli sempre più bisbigli, gli occhi che brillano nel buio...

 

Il giaccone S. me lo aveva regalato qualche mese prima di partire per il Sud America. Stavamo parlando della pioggia. Ricordo.

“Guarda, fuori sta piovendo”
”No, non sta piovendo”
“Ma sì, non riesci a vedere? Non guardare il muro bianco, ma la persiana chiusa. Non le vedi le gocce di pioggia?”
“No, è solo un effetto ottico, M. Non si sente nessun rumore di pioggia”
“Allora quelli che vedo sono – fili”
“ Fili?”
“Sì, i fili che congiungono cielo e terra. Sono dappertutto, non è facile vederli, bisogna stare molto attenti, concentrarsi, sono dappertutto. Quando camminiamo non ce ne accorgiamo, sono così sottili e fragili. Ma noi ci passiamo attraverso senza spezzarli, li muoviamo e creiamo della musica. Ognuno in modo differente. E sai come si chiama questa musica?”
“ No, ma sono sicuro che me lo dirai tu”
“ Si chiama fascino”.
Mi aveva guardata senza dire una parola, a lungo, però non guardava me, guardava attraverso di me, dietro di me, al di là di me, non me, ma – oltre. E poi mi aveva regalato il giaccone. Forse mi amava. Forse io lo amavo.

 

 
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