Creato da pausandro il 24/06/2007
tra la follia e la leggerezza

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« Spezzatino di cuore.Dottore ho fatto un sogno. »

nell'afa...

Post n°8 pubblicato il 26 Luglio 2007 da pausandro
 

E' proprio nel torpore estivo di un luglio travestito da agosto che mi ritrovo a fissare con lo sguardo una ragazza nel bus.
Uno sguardo fisso, senza esitazioni, io che per natura distolgo lo sguardo appena si incrocia con sconosciuti/e. Innaturale. La ragazza è a qualche metro da me, diciamo quattro/cinque, è con una sua amica di spalle. La guardo, perché i suoi occhi sono vispi e chiarissimi. I suoi capelli sono color miele, con tanto di lentiggini sulle guance. Non deve essere italiana, forse irlandese, russa, moldava, comunque nordica. La guardo e non mi rendo conto che ricambia lo sguardo, ma non è infastidita. Non sonoun molestatore, e fissare qualcuno troppo intensamente è da maleducati, diceva mia nonna. Dopo qualche lungo secondo distolgo lo sguardo. Quando lo rialzo, lei è ancora lì che invece mi guarda con un'espressione neutra. Il cuore mi batte all'impazzata e non so perché. Il suo sguardo mi scava e mi attira. Non so che fare. Non mi occorre prendere una decisione, perché siamo al capolinea. Si scende. Dovrò prendere un'altro mezzo e arrivare al capolinea anche di quello. "Le nostre strade si separano prima di incontrarsi" penso. Da un lato penso anche "per fortuna". La mia storia con le donne coi capelli rossi è costellata di fallimenti. Mai riuscito a baciare una donna/ragazza rossa naturale. Le tinte non valgono, ho avuto anche una donna che si tinse per piacermi di più. Non funzionò, ma è un'altra storia. Penso che mi evito un ennesimo flop, per giunta nemmeno la conoscerò. Scendiamo dal bus e sorpresa ci avviamo verso lo stesso mezzo, in attesa nel piazzale. Lei saluta la sua amica e si separano. Io entro nel bus e trovo un posto a sedere, quelli singoli con il posto di fronte speculare. Con la coda dell'occhio vedo salire anche lei. che si mette alle mie spalle. La curiosità è enorme. Vorrei girarmi, ma vorrei farlo senza dare troppo nell'occhio. Non ho scelta. devo rimanere così. Immaginarla alle mie spalle che mi guarda la schiena. Non ce la faccio più, prendo il libro che sto leggendo e mi metto con le gambe verso il centro del mezzo, appoggiando la schiena sulla parete/finestrino, un braccio sullo schienale. In questa posizione posso osservarla con la coda dell'occhio. Il suo viso angelico è stupendo. La trasparenza della sua carnagione è disarmante, gli occhi verdi ipnotici. Il cuore in gola vorrebbe uscire, con un balzo, immagino che vorrebbe farsi vedere dalla rossa in questione. Decido che devo rivolgerle la parola, trovare il modo per farlo, un modo qualsiasi. Devo sapere come si chiama. Mi impongo di rivolgerle la parola entro la prossima fermata. Sto lì e proprio mentre sto per esordire con una stupidata, lei mi chiede:
- Sai se ci mette tanto ad arrivare al capolinea?
Spiazzato, non credevo mi rivolgesse la parola.
- Scusa?- Falso vago. Ecco la prima cazzata.
- Ti ho chiesto se sai quanto ci mette questo autobus ad arrivare al capolinea.
- All'incirca tre quarti d'ora.
- Grazie.
- Non c'è di che...
Che deficiente! Sarà il caldo, penso. O il colore dei suoi capelli. Mi giro e con fare distratto:
- Abiti anche tu dalle parti del capolinea?
- No, vado a trovare il mio ragazzo. Se ce lo trovo ancora...
Ti pareva che non era fidanzata?
- In che senso? Non ti aspetta?
- No gli sto facendo una sorpresa. Lui crede che sia coi miei al mare.
- Invece gli piombi a casa senza avvertire.
- Già. Sono un po' in ansia.
- Perché?
- Ho un presentimento.
- Che non lo trovi?
- Peggio. Ma lasciamo perdere.
Le porgo la mano.
- Sandro.
- Mary, piacere.
L'impulso di annusarmi la mano è fortissimo, ma lo reprimo. Desidero approfondire la conoscenza. Ma ormai che argomentazione tiro fuori...
- Sai che mi sembra di conoscerti?
Scontato. Tattica del fallito.
- Anche a me. Somigli tantissimo ad una persona che conosco, infatti pensavo fossi tu, mentre eravamo sull'altro auto.
Ecco perché mi guardava.
- Invece, non sono io.
- No.
- Peccato. Cioè, é un peccato?
- In un certo senso si, ma forse è meglio così.
- Non capisco, scusa.
- Somigli al primo ragazzo con cui sono stata in età semi-adulta.
- Ah. Capisco. Ferita da un amore adolescenziale?
- Non proprio, anzi è stato bello, ma ero troppo piccola per capire il valore di quella storia. Eravamo troppo gelosi l'uno dell'altra. Avevo paura che qualcun'altra lo portasse via, ma non ho fatto nulla per tenerlo al mio fianco. Appena mi sono iscritta all'università ci siamo lasciati e non l'ho più visto. Pensa girava la voce che fosse morto.
- Caspita. Mi dispiace.
- La cosa assurda è che gli somiglia anche la tua voce. Se non sapessi che Mario non ha fratelli avrei potuto pensare ad un legame di sangue.
- Io ho un fratello, ma non si chiama mario e non ci somigliamo per niente.
- Tu, dove abiti?
- Vicino al capolinea, un paio di isolati. Il palazzo giallo, quello che sembra antico, ma è solo vecchio. Il tuo ragazzo invece dove abita?
- Al palazzo di fronte credo, è quello altissimo grigio. Con le finestre rosse.
- Orribile. Ops, scusa.
- Figurati, mica ci abito io. Eh eh eh.
- Hai ragione. Ma pensavo potessi offenderti...
- Figurati.
- ...
- ...
- E che fai se il tuo ragazzo non c'è?
- Veramente non ho pensato a questo frangente.
- Non lo escluderei, visto il caldo che fa, magari è in qualche piscina o al mare.
- Non è tipo da mare, almeno non senza me. E io per motivi di delicatezza della pelle sono restia a prendere molto sole.
- Vero. Infatti hai un colorito meraviglioso.
Arrossisce.
- Grazie.
- Di che? Non sarò il primo a dirtelo che la tua pelle è bellissima...
- No, che c'entra, solo che non me lo aspettavo.
Arrossisco anche io. Il cuore che mi batte sempre più forte. Faccio una fatica bestiale a tenere la conversazione. Ho l'impressione di avere l'espressione ebete mentre la guardo e tra un silenzio e una frase, siamo arrivati al capolinea. Mi dispiace molto.
- Eccoci arrivati.
- Già.
Non ci alziamo subito, voglio guardarla ancora un po'. Respirare il suo odore per quanto mi è possibile.
- Posso darti il mio biglietto da visita?
- Certo.
Le porgo il mio biglietto dopo averci scritto il numero di cellulare.
- Se il tuo ragazzo non c'è, fammi un trillo, ti faccio compagnia mentre aspetti l'auto. Oppure ti accompagno a cercarlo.
- Sei gentile. Perché lo fai?
- Lasciamo perdere.
- No dai, perché lo fai?
- Se ti dicessi che lo faccio perché mi sono innamorato di te a prima vista scapperesti a gambe levate, ma se ti dicessi qualsiasi altra cosa ti mentirei, quindi diciamo che lo faccio solo perché sono gentile.
- Sai che sei strano?
- Dici?
- Si. Sei arrossito un sacco di volte in questo traggitto, ho capito che sei piuttosto timido e riservato, poi all'improvviso ti dichiari così senza pudore, magari non ti ricordi nemmeno come  mi chiamo.
- Beh, non esageriamo il tuo nome non me lo sono dimenticato. Mary.
- In effetti sai il mio soprannome, io mi chiamo Maria Crocififissa.
- Hai ragione, ma solo in parte il tuo nome non l'avevo dimenticato, non lo sapevo proprio.
- Già. Mi sei simpatico, non do confidenza di solito.
- Grazie.
- Prego, magari ci rivediamo.
- Quando vuoi. Hai il mio numero.
- Buona serata.
- Anche a te.
Ci salutiamo con una stretta di mano. Torno a casa, apro il frigo. The freddo al limone della mia marca preferita. Un bicchiere colmo. Mi stendo sul divano e prendo il telecomando dello stereo. Accendo e parte il cd che c’era stamane. Nick Cave, canta una vecchia canzone con Polly Jane Harvey.  Stravaccato, sul divano con della buona musica e l’illusione di sentire ancora l’odore di Maria Crocifissa (che nome strano, non devono volerle molto bene i genitori). Una sensazione strana aleggia nell’aria. Chiudo gli occhi e cerco di riportare alla memoria qualche flash di ciò che ci siamo detti, qualche espressione, un sorriso, un’allusione. Mi rivivo il tragitto fino al saluto. Alla mia dichiarazione di deficienza. Mi squilla il telefono.
Numero sconosciuto.
- Pronto?
- Sandro?
- Si. Sono io.
- Hai una voce diversa al telefono.
- Mary?
- Esatto.
- Ti stavo pensando.
- Qualcosa di brutto?
- No, invidiavo il tuo ragazzo.
- Non c’è molto da invidiare.
- Perché?
- L’ho appena sorpreso con una tipa orientale.
- Magari era lì per fare dei massaggi.
- Infatti è quello che mi ha detto lui, ma che ci facevano dei preservativi usati nel cestino della sua camera?
- …
- Ci sei?
- Ehm, si. Ma tu che hai fatto?
- Gli ho tirato la cosa che avevo a portata di mano, una candela. L’ho preso in fronte e sono scappata. Anzi ora ho paura che mi venga a cercare, mi nascondi da te per qualche ora?
- Certo. Dove sei?
- Sotto la palazzina gialla.
- Sali che ti apro.

 
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