Creato da pausandro il 24/06/2007
tra la follia e la leggerezza

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« Dottore ho fatto un sogno.In soffitta. »

Nella notte...

Post n°10 pubblicato il 30 Luglio 2007 da pausandro
 

Cammino nella notte e compio un tragitto articolato e lungo.
I miei piedi vanno da soli.
In qualsiasi momento saprebbero portarmi dove sto andando.
Eppure non era il posto che ho mai chiamato "casa" se non per un breve periodo, ma dire che l'ho mai sentito "casa" sarebbe un'esagerazione.
Supero il ponte di ferro e continuo a camminare nel caldo afoso di una notte di Luglio col bene che ti voglio eccetera. Qui c'era il barcone/discoteca affondato, mi dico. Tutto affonda come il titanic, l'andreadoria, io. Passo il piazzale, passo sotto il ponte, supero il drugstore e giro a sinistra. Faccio la strada deserta, a parte qualche coppietta che sta scopando nelle macchine al riparo dai lampioni, fulminati all'occorrenza. Costeggio la ferrovia e mi immetto nella via che porta al piazzale con il nome simpatico, con la scritta sul marmo fatta a vernice rossa piazza fabio capello. Quello scudetto della Roma. Te lo ricordi? Ti venni a prendere sotto casa e dicesti a tua sorella "andiamo a festeggiare". Abbiamo fatto l'amore fino all'alba. Non ci fregava niente dello scudetto. Non ci fregava niente di chi festeggiava fuori, noi festeggiavamo il nostro scudetto. La vittoria nei confronti dell'infelicità di stare con la persona sbagliata, l'esultanza di aver trovato qualcuno che ci leggeva dentro e aveva bisogno di ciò che eravamo disposti a dare. Passo la piazza, il parrucchiere amico mio, il meccanico che apriva quando gli pareva, pareva lavorare quando io riposavo, le rare mattine che non lavoravo. Mi fermo sotto la tua finestra. La luce spenta, le piante curate e rigogliose, non sei andata in vacanza. Non ancora. Non ci sono le bottiglie a testa in giù nei vasi. Guardo la finestra della cucina e quella della sala. Con le tapparelle abbassate a metà per far passare l'aria. Devi essere in casa. Guardo il citofono c'è ancora il mio cognome sotto il tuo. Un tuffo al cuore. Perché? Non abito più qui, da un giorno all'altro hai voluto che non ci fossi più. Perché c'è ancora il mio cognome? Sento dei passi e faccio finta di passeggiare. Sento delle risate. La tua, squillante, apparentemente forzata. Non ti stai divertendo, ma desideri che la persona che hai vicino pensi il contrario. Vi fermate un attimo per aprire il portone, lui dice qualcosa e tu ridacchi. Sono abbastanza lontano perché tu possa riconoscermi, ma ti guardo, incrocio il tuo sguardo. Devi aver pensato che potrei essere io. Non entri subito, rimani a guardarmi e io non mi muovo. Faccio un cenno con la testa prima di andare via. Il cuore mi batte all'impazzata. Mi sembra di vedere un gesto con la mano. Ma potrebbe essere un'impressione. Vado via, il percorso che mi riporterà da dove sono venuto è piuttosto lungo, forse prenderò un notturno. Non ero tornato qui sotto da quando ci salutammo per l'ultima volta, quando sono venuto a prendere le mie ultime cose, che avevi chiuso in scatoloni ordinati. Non avevi dimenticato nulla. Tutto impacchettato in scatoloni con il titolo del contenuto. Libri, Cd, Dvd, lettere, documenti, pezzi di cuore, hi-fi, quadri, fotografie. Ricordo l'ultimo tentativo fatto nel domandarti se fossi sicura di ciò che avevi deciso di fare. Ricordo la risposta affermativa e la frase che non direi nemmeno al mio peggior nemico. Non ti amo più ma ti voglio un mondo di bene. Il notturno passa ed io lo prendo. Mi porterà nei pressi di dove abito ora. In un posto che non sento "casa" dal quale andrò via finché non troverò ciò che cerco e che mi sono illuso di aver trovato per qualche anno. Con te, da te, nei pressi di una piazza dedicata ad un allenatore, da alcuni tifosi in preda all'euforia, legati da un "amore" destinato a durare, gli stessi tifosi che qualche tempo dopo hanno detto che non amavano più quell'allenatore. Arrivo al capolinea, scendo insieme ai nottamboli e qualche sbronzo dai lineamenti balcanici. Una ragazza rumena, mi sorride. Rispondo al sorriso. Mi si avvicina.
- Ciao Sandro.
- Ciao Silvia.
- Che brutta cera c'hai stasera.
- Lo so. Ho passato un brutto quarto d'ora.
- Che vuol dire?
- Niente, non ti preoccupare, vuol dire che non sto al meglio.
- Ti vieni a fare una birra?
- Magari Silvia.
- Offri tu?
- Si, grazie.
Il camioncino del paninaro delle prostitute e dei rispettivi clienti, dista poche centinaia di metri. Arriviamo e ci prendiamo due Ceres.
- Allora? perché non mi parli di questo brutto quarto di ora?
- Che vuoi che ti dica Si'?
- Quello che ti rode dentro.
- Chi te lo fa fare?
- La Ceres che mi hai offerto.
- Una parcella a buon mercato.
- Se parli troppo poi te ne chiedo un'altra.
- Affare fatto. Tu che ci fai in giro a quest'ora?
- Oggi non ho lavorato e non riuscivo a dormire. Non cambiare discorso. Sputa la rana.
- Il rospo.
- Il rospo, la rana, che importa fanno schifo tutti e due no?
- Hai ragione Silvia, dove la prendi tutta sta saggezza?
- Dalla Ceres.
- A me nemmeno piace.
- Dalla a me allora, tu prenditi quello che vuoi.
- Il rospo è la mia ex-moglie.
- Ci pensi ancora?
- Si. No. Boh. Non lo so più. Solo che stanotte ho camminato fino a trovarmi sotto casa sua e l'ho vista con un altro.
- Ci sei stato male?
- Altroché.
- Ma anche tu hai avuto altre.
- Infatti non ci sono stato male perché sta con un altro. Ci sto male perché ancora non ha tolto il mio nome dal citofono.
- Che cazzo c'entra. Sandro, non fare il bambino. Magari non lo sa fare e non trova chi lo fa per lei?
- Già. Non ci avevo pensato.
- Non ci pensare più.
- Ottima soluzione. Solo che è più facile a dirsi che a farsi.
- Io una soluzione ce l'avrei.
- Quale?
- Prendiamo un altro paio di birrette e mi accompagni a casa, mi rimbocchi le coperte dopo che ti ho strapazzato un po'. Vedrai che se non te ne torni a casa con altro per la testa.
- Silvia, non l'abbiamo mai fatto.
- Appunto, non sai cosa ti stai perdendo.
- Non scherzare, sai che non potrei.
- Non potresti cosa?
- Approfittare di te.
- Perché approfittare?
- Perché sono fatto così.
- Allora mettiamola così: chi mi ha aiutata con l'affitto due mesi fa quando avevo il gesso e non potevo lavorare?
- Io.
- Chi mi portava il brodo di pollo quando avevo la bronchite?
- Io.
- Chi mi ha scopata per ore fino a farmi svenire con la pisda lessa?
- Io?
- No, appunto. Da quando sto in questo cazzo di paese, non ho trovato uno straccio di uomo degno di questo nome.
- Per quello ti rifai col signor Ceres?
- Esatto, se non trovo uno all'altezza, la sbronza mi permette di addormentarmi e non ci penso.
- Perché pensi che io possa essere all'altezza della situazione?
- Non lo so. Diciamo che è una cosa che mi sento. Forse mi sbaglio. Forse no. Sandro non ti sto chiedendo di sposarmi, sono già sposata.
- Si con un vecchietto di ottantadue anni che ora sta in un ospizio e ti ha sposata per procura.
- Non fare il precisino. Allora che fai vieni da me?
- Ti accompagno, ma non credo che mi farò strapazzare da una donna mezza ubriaca, per quanto bella tu possa essere, vorrei che almeno domani ti ricordassi cosa hai fatto con me. E se i tuoi ricordi si fermano alla terza birra, allora ti rimbocco le coperte.
- Vediamo? Dai che di birre ne ho già bevute sette e mi sento più lucida di te che te ne sei bevuta mezza...

 
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