Nel corso dei Primi Vespri della festa della Madonna di Merino, celebrati nella Concattedrale di Vieste, l’arcivescovo padre Franco Moscone ha invitato la comunità a riscoprire, attraverso la figura di Maria, il valore delle relazioni autentiche, del rispetto e della costruzione di una città più unita e solidale. Un’omelia che intreccia fede, memoria e identità del territorio garganico.
OMELIA PRIMI VESPRI MADONNA DI MERINO
Innanzitutto un saluto e un ringraziamento a tutti, nelle varie espressioni della comunità e della cittadinanza, raccolta qui, nella Concattedrale basilica di Santa Maria Assunta a Vieste.
Un saluto perché il salutare è un’azione che viene dal Vangelo stesso e ha come primo soggetto Dio. L’ascoltare il testo dell’Annunciazione è essenzialmente renderci conto che Dio, il Creatore, il Padre, ha un’attenzione particolare per l’umanità intera ed è per questo che si rivolge ad una donna, ad una donna del popolo, e la saluta. E questo saluto rivolto a Maria diventa il saluto di Dio all’umanità intera e alla creazione; diventa una esaltazione della stessa umanità e delle sue capacità nel bene, pur rispettando la libertà di scelte opposte allo stesso bene.
Dio, attraverso l’arcangelo Gabriele, porta un saluto particolare a tutti noi e non è un semplice ave come la traduzione latina e che poi utilizziamo nella preghiera che ci rende più vicini a Maria: l’Ave Maria. È molto di più quel saluto, è un impegno, è un aggettivo (in greco κεχαριτωμένη) che dice la pienezza della grazia da parte di Dio. Dio saluta in Maria l’umanità intera riempiendola della sua grazia; quindi ognuno di noi deve sentirsi – in qualche modo – interessato, impegnato, chiamato in quel saluto che Dio, attraverso l’Angelo, rivolge alla Vergine Maria. E allora salutare credo sia il primo atteggiamento, la prima azione che avvicina il nostro cuore al cuore di Dio e ci rende disponibili a relazioni, come sono le relazioni che provengono da Dio: relazioni volte all’unità, alla solidarietà, alla benevolenza, alla costruzione di un ambiente di vera creazione, di forza, di vita che gorgoglia e sgorga, di pace.
È bello che la nostra, la vostra festa mariana, dedicata alla Madonna di Merino (il luogo a cui si fa riferimento come santuario dell’antica statua e icona della Madonna), che questa festa avvenga nel cuore della primavera (anche se oggi sembra una serata, una giornata leggermente uggiosa, in realtà siamo nel cuore della primavera). Siamo ormai nell’avvio abbondante del mese di maggio, la natura stessa dimostra nei fiori e nei primi frutti che si fanno vivi e presenti, anche se da maturare, dicono un futuro sicuro, una raccolta, una mietitura, un’abbondanza che si sta preparando e che sarà data da raccogliere. Ed è bello che per questa festa la chiesa e la chiesa locale abbia indicato come prima lettura un testo che proviene dal libro (forse più antico della sacra scrittura): il Cantico dei Cantici. È una grande poesia d’amore; ed è una grande poesia d’amore probabilmente nata per una coppia di sposi, ma che venne immediatamente letta e interpretata come lo sposalizio tra la divinità e l’umanità, tra Dio e il suo popolo. E quel testo che abbiamo ascoltato termina con un’affermazione che sovente si fa e continua a farsi alle donne belle, a cui si vuole bene, dicendo “hai un volto veramente grazioso e carino, pieno di bellezza”.
Ecco nelle processioni, nei canti, anche credo quello in dialetto, che io non riesco a capire molto bene ma che si fanno per la processione verso il santuario di Merino, fondamentalmente si continuano a ripetere – rivolti a Maria – delle affermazioni di quel tipo. La si sente veramente come una di noi, come una in mezzo a noi, come donna del nostro popolo ma che ha raggiunto la bellezza, non solo fisica (tutta l’arte la rende sempre una bella donna: pensiamo alla pietà di Michelangelo e all’inno che abbiamo detto prima nei vespri, che riprende la frase di Dante “figlia del tuo Figlio”); una bellezza straordinaria che non invecchia mai. Ecco, questo lo vediamo e lo sentiamo in Maria, ma la dobbiamo sentire non come una distante ma come nostra, come parte del nostro popolo, come donna tra la nostra gente, della nostra gente e diventa un moto e un motivo per rispettare l’intera femminilità e tutte quante le donne, e dire no ai comportamenti contro le donne. Rispettare e onorare Maria è prendere anche posizione corretta nelle nostre relazioni.
Allora credo che questi testi, che sono affidati alla solennità della Madonna di Merino, ci ricordino elementi della nostra vita quotidiana ma fondamentali perché la nostra vita sia veramente piena, piena di quella grazia e di quella gioia che Dio augura all’umanità intera e ad ogni persona. E allora chiediamo a Maria, Vergine di Merino, che ci aiuti a relazioni salutari tra di noi, a saperci salutare riconoscendoci parte della stessa natura culturale, territoriale, cittadina, parte integrante di questa Chiesa che vede in Maria un modello perfetto e straordinario di donna e di umanità. Che Lei ci aiuti a relazionarci nel modo giusto, che Lei ci aiuti a costruire tra di noi una città autentica, un territorio trasfigurato, che rispetta la bellezza e la missione stessa di questo meraviglioso territorio garganico; ci aiuti ad essere un popolo coeso che cerca la giustizia, che la costruisce e che ribadisce le relazioni positive tra tutti, senza farci tra di noi “homo homini lupus”, ma piuttosto quella tenerezza degli agnelli che dicono la bellezza e la bontà di Dio. E Maria, che ha vissuto tutto questo, ci renda capaci di rispondere il nostro sì.
Abbiamo tanti esempi da seguire. Allora chiudo ricordando l’esempio – forse più bello – della nostra città per quanto riguarda il cammino di fede e di sviluppo del cristianesimo, che è la figura del giovane sacerdote, e servo di Dio, don Antonio Spalatro, di cui festeggiamo quest’anno i cento anni dalla nascita proprio qui e a pochi metri in linea d’aria dalla cattedrale. A parte il periodo, non così lungo, degli studi (prima di liceali e poi teologici) ha espresso tutta la sua vita da bambino a sacerdote qui, in questa città, negli anni del dopoguerra negli anni in cui incominciava – grazie a Dio – a germogliare quella primavera, che dopo la seconda guerra mondiale ha reso la nostra patria e Vieste una città di primavera capace di produrre meravigliosi frutti di vita e di sviluppo, di cultura e di sana economia, a cui dobbiamo sentirci sempre legati perché è quella che salva il cammino e il percorso della città e della chiesa. Ecco gli anni di don Spalatro come prete (i pochi, cinque qui a Vieste) erano esattamente gli anni in cui dopo il tremendo conflitto mondiale incominciava a fiorire una nuova possibilità di vita, di cultura e di socialità, di economia. Si vedevano – già allora – i frutti, che poi noi oggi godiamo.
Ecco è possibile legarci a Maria, sentirla nostra madre e donna perfetta del nostro popolo; e scoprire che – se viviamo così, se ci leghiamo così – anche noi, come don Antonio, possiamo diventare semi che in questa terra danno tutto e sanno anche morire, ma per portare abbondanti frutti e frutti che daranno un futuro anche alle persone che oggi non conosciamo ancora, ma che sono già presenti nello sviluppo della nostra fede e della nostra storia: della fede e della storia della città di Vieste.
È questo il mio augurio e il mio saluto per questa meravigliosa festa della Madonna di Merino.
foto: l. ciuffreda
il sipontino
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