
Io, Pietro e Giorgio, non siamo amici da sempre e forse, da qualche minuto non lo siamo più, e ancora non lo sappiamo. Le nostre vite si sono incrociate quasi per caso, nel momento in cui, per un attimo, hanno avuto un denominatore comune, ora, chissà.
Non so dire come siamo passati da quella terrazza di un appartamento di Duna Verde alla grotta che ci ha ingoiati, risputandoci fuori ciascuno per conto suo. Ma pare che le cose siano andate proprio così, senza una spiegazione logica.
Eravamo partiti un venerdì pomeriggio di luglio con l’obiettivo di trascorrere un week end tranquillo e dimenticare. La Punto era carica di sigarette, chitarre, pomodori e pesche che la mamma di Giorgio ci aveva preparato in gran quantità. Neanche fossimo partiti per il giro del mondo. Eravamo salpati da Biadene, per ultimo avevamo caricato Pietro che sta proprio sotto la diciannove.
A Signoressa era già stata l’ora della prima sosta, al bar dei camionisti, caffè, cicca e poi via verso il mare. Non so come, Pietro era riuscito ad impossessarsi delle chiavi dell’appartamento di suo zio, un prete in pensione, che però, per quella domenica, era impegnato altrove. Avevamo una cinquantina di cd incastrati nella cassetta dei viveri, tra i pacchi di pasta e le lattine di birra. Ma era stato chiaro da subito che ne avremmo ascoltati tre o quattro: i Marlene Kuntz, gli Estra, gli immortali Pink Floyd e forse i Coldplay. Ciascuno di noi aveva i suoi groppi in gola, tutti per colpa di donne. Ci eravamo tacitamente promessi che non ne avremmo parlato, anche se, la musica che suonava dall’autoradio prima, e avrebbe dato voce allo stereo poi, diceva più delle nostre parole. (continua)
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