
L’appartamento era spazioso e aveva una terrazza grande che dava verso il nord, si scorgeva qualche montagna lontana, Giorgio insisteva che secondo lui si vedeva anche il Montello. Io e Pietro sapevamo che era una cazzata, per di più l’orizzonte era fosco come spesso succede quando si guardano i monti dai nostri lidi. In spiaggia, dopo una partita di calcio durata sino allo sfinimento e un bel po’ di giochi acquatici fanciulleschi, ci eravamo distesi sugli asciugamani, in fila uno di fianco all’altro. Ci eravamo addormentati come dei sassi, con la pancia in su e le gambe larghe, finchè due simpatiche signorine non avevano deciso di svegliarci scaraventandoci addosso un paio di secchielli d’acqua. Eravamo troppo invitanti, avevano detto. Le avevamo salutate lasciandoci con l’impegno di vederci per un falò in spiaggia quella sera stessa. Ci sarebbe stata parecchia gente, avevano assicurato le due tipe ammiccanti.
Rientrati in appartamento, con la pelle ancora tesa per il salso marino e la sabbia appiccicata fino alle ginocchia, avevamo voluto goderci il riposo dei grandi campioni, seduti sulle sedie sdraio in terrazza con due lattine a testa in mano. Per la doccia c’era tempo.
Dopo le birre, c’era stato bisogno anche di un bel Mojito per assecondare le stramberie di Giorgio che vedeva facce note addosso a tutti i passanti e cercava di convincerci di cose insensate. Io mi ero messo a tagliuzzare la menta, Pietro stava tirando fuori il ghiaccio e le bottiglie, Giorgio era rimasto seduto assente in terrazza e aspettava. Alle nove e tre quarti, sprofondati tra la menta e l’ultimo cubetto di ghiaccio del nostro bicchiere era chiaro che non ci saremmo più mossi di lì, per nessun falò al mondo. Meglio aspettare. (Continua)
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