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“L’appartamento che non c’è”: un finale predestinato?

Post n°5 pubblicato il 18 Novembre 2007 da i_Will
 

Il preludio della conclusione definitiva della serie del Principe di Bel Air si può trovare in uno degli ultimi episodi della quarta stagione, Il misterioso acquirente, in cui la famiglia Banks aveva già fatto un pensierino a vendere la sua casa alla notizia (alla fine rivelatasi una svista marchiana, dal momento che l’oggetto del desiderio non era la villa del giudice e dei suoi congiunti, ma quella accanto alla loro) che un miliardario, che, soprattutto per l’esaltazione di Carlton, non tarda ad assumere il volto di Donald Trump, era disposto ad acquistarla per motivi affettivi. Ma “a quel tempo” (è proprio il caso di dirlo) era tutta un’altra storia: i Banks (senza escludere Geoffrey) erano ancora una casa-tribù, un gruppo familiare stanziale, che ifdentificava nella grande e gioiosa dimora di Bel Air non solo il suo habitat quotidiano, ma anche la sua vicenda di vita (era questo l’Ashley-pensiero); il quadro che si delinea alla fine della sesta stagione invece è quello di una diaspora irreversibile, a cui Phil e Vivian pensano bene di far fronte, lungi dal radicarsi nella casa che testimonia l’infanzia e l’adolescenza dei figli, spostandosi il più vicino possibile alle loro nuove destinazioni. Il coraggio di cambiare, di migrare, per proseguire nell’ambizione di una scalata sociale incessante: è questo il vero carattere della famiglia Banks (a partire dal pater familias, Phil, che ha sgobbato anni a Princeton per consentire a lui e ai suoi futuri figli di non temere discriminiazioni di pelle nella società che conta, ma , forse, solo l’invidia da parte degli altri neri meno fortunati; vedere l’episodio Fratello nero non sei mio fratello, quarta stagione), la sua ricetta anti-Robinson per restare unita, che prescinde, cioè, da un radicamento a vita in un ambiente domestico, trovando il suo vero “focolare” nella fede nel successo e nella costruzione del benessere, sentita come una vera religione familiare. Un vero Banks sa cavalcare l’onda dei cambiamenti, ed essere anche pronto a partire (e, per una coerenza del destino, sono proprio i Robinson gli acquirenti finali della magione).

E Will? Lui che è un Banks solo acquisito (e che nella vita reale ha già molto più successo e notorietà degli altri protagonisti della serie) diventa l’ultimo paladino dell’amato domicilio di Bel Air (cosa che in altri tempi avrebbe fatto Ashley: un altro, estremo riflesso della simpatica “involuzione” del sesto anno del personaggio di Will, che soltanto due stagioni prima vrebbe gioito al pensiero della monetizzazione della vendita della casa), e neppure la certezza garantitagli dallo zio di avere un appartamento (appunto sull’onda dei cambiamenti Will si era già spinto a cercare in proprio un’altra sistemazione, ma senza fortuna) lo convince a lasciarsi alle spalle la porta di casa, almeno non prima degli altri parenti (colpretesto di dover riordinare le ultime cose per il trasloco). Ciò che è veramente toccante nella scena del congedo non è la filza di saluti, enfatici seppur con classe (molto più emozionante, in questo senso, l’ultima volta della strana coppia Will-Carlton, sulle immancabili note di Tom Jones), quanto quello che non si vede: la presenza dei Robinson è già incombente, dominante, ma in quello che è ormai il vuoto della casa; Will è in attesa dell’amicone, Jazzy Jeff (che all’inizio dell’episodio ha anche trovato il tempo di farsi calciare per l’ultima volta fuori dalla porta da Phil, proprio il giorno del cinquantesimo compleanno di questi), per farsi aiutare nel trasloco.

Ma sono vuoti, come suggerisce l’atmosfera del momento, proprio perché inesistenti, se non nello spazio di finzione di una seneggiatura televisiva: solo Will Smith esiste, con la sua personalità rotonda, netta, naturalmente protagonista, capace di trasformarsi un un carattere televisivo ma di essere sempre più delsuo personaggio. Will è l’anti-Arnold (Gary Coleman, con cui si trova di fronte nel corso dell’episodio, fuori dal set si è dimostrato tutt’altro che un beniamino simpatico; Will invece è simpatico “dentro e fuori”), e l’anti-Teo (il maschio di casa Robinson, che dal divertente lavativo che era alle origini, si trasforma negli anni in un ragazzo fin troppo studioso e preciso; Will invece non cambia mai, oscillando costantemente per tutte le sei stagioni, e pendendo di volta in volta più da una parte e più da un’altra, tra la destrezza nel cavarsela e nel rendersi utile e la fannullaggine); l’anti-Teo e l’anti-Arnold non svanisce nel deserto della finzione, ma invita idealmente gli spettatori ad adorarlo, con un’uscita di scena che sa di teatrale, come un faro di passione divistica di limpida luce.

Ad un’analisi estrema si può in effetti dire che la serie del Principe di Bel Air è finita forse quando l’immagine di Will è diventata troppo esorbitante per le mura della casa di Bel Air. Ma, detto tutto questo, mi auguro col cuore che Italia 1, sin da domenica prossima, riprogrammi tutto il Principe a partire dalla prima stagione (e senza aspettare la prossima estate, o anche più oltre).

 
 
 
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