Creato da romi.bb il 01/04/2008

Il quaderno viola

di Penth

 

 

Post N° 10

Post n°10 pubblicato il 18 Ottobre 2008 da romi.bb
 
Tag: visioni

Torino, maggio. Mia madre ha organizzato una cena tra compagni di classe, da quando ci siamo trasferiti in questa grande casa marrone, ricca, niente è come prima. E per fortuna sono riuscita a sfuggire. E' ormai tramontato il sole, nella violet hour di Eliot, e nel cielo striature di nuvole blu preludono alla sera che sta per calare, ma all'orizzonte un lampo viola getta una luce sulle strade di questa città ancora sconosciuta, palazzi senza significato, strade larghe senza nome. Svolto per una traversa e all'improvviso mi trovo in un piazzale larghissimo, la strada è lucida di pioggia, e contro il cielo del crepuscolo si staglia imponente una costruzione di vetro e cemento, con una grande cupola in cima. Deve essere lei, deve. Imbocco l'entrata di questa grande e stupefacente scuola e subito sono nell'aula principale. In una grande stanza circolare sono sistemati dei banchi di legno scuro, pullulano di studenti equipaggiati solo di penne e fogli. E al centro c'è lui. Non so per quanto tempo ho desiderato incontrarti. Faccio un passo avanti in direzione dei gradini che probabilmente mi faranno imboccare la stanza, ma mi adagio sul primo e sollevo gli occhi al cielo, guardandolo attraverso il vetro della cupola. Ha proprio un colore straordinario. Il chiacchiericcio intanto si infittisce, gli studenti devono aver terminato la consegna e questo attira la mia attenzione. In una frazione di secondo accade. I suoi capelli brizzolati, la sua maglia nera si voltano lentamente, come un incantesimo che non mi permette di compiere nemmeno un battito di ciglia. I suoi occhi si posano sui miei, in uno sguardo che sarà durato un secondo infinito e all'improvviso i miei, di occhi, si riempiono di lacrime. Alcune sgorgano libere fino a scivolare sul pavimento. Sorrido debolmente voltando le spalle, quindi prendo il primo corridoio che mi si para dinanzi e penso il vestito del tuo libro. Tra le ricche mura ornate di dipinti e arazzi lussuosi, tra poltrone di pelle verde e psicologi in analisi, tra lampade e tavoli scuri, cerco di districarmi da questo labirinto, quando incontro una donna austera. Le chiedo di uscire e mi indica l'angolo della stanza, su cui sembra disegnato un grande fuoco. Mi avvicino e per la prima volta da quando sono qui non penso a niente. E di colpo mi ritrovo fuori.
A casa. Mi aspetta l'amore, su in camera nel mio letto azzurro, l'unico pezzo di cielo in questa casa di terra, e finalmente sono a casa. Ma una cena con i compagni di classe mi aspetta e scopro anche un vestito. Un vestito portato da un uomo dai capelli grigi. Il vestito del libro. E di nuovo gli occhi mi si velano di lacrime, beffarde.
 
Corro via. E' l'alba e c'è il mare. Non sono a Torino, certo. Qualcuno mi ripete i miei obblighi ed impegni, ma è come una zanzarina insignificante la sua voce. Ho qualcosa di diverso adesso, e poi ho il mare.
 
 
 
 
Giuro che non voglio essere come lui [Baricco] 
Voglio solo essere un suo personaggio.

 
 
 

La paura fa 90.

Post n°9 pubblicato il 07 Ottobre 2008 da romi.bb
 
Tag: visioni

Eravamo in tre: io, lilli -l'anima bimbetta-, e una macchina odontoiatrica.
Eravamo a casa della macchina; era una macchina preparata e gentile, educata, aveva tatto, ma non smetteva di chiedermi cosa fosse un flesso, cosa un punto stazionario, come si determinasse un massimo e come si trovasse un differenziale. Non la smetteva mai di ripetere queste domande, anche se erano domande gentili. Quando io e lilli entrammo nello studio, stava lucidando la sua armatura con uno straccio di daino bianco sterilizzato. E già mi rivolse la prima domanda, gentilmente e con tono condiscendente. 
- Come stiamo oggi? Pronti?
Annuii con espressione poco convinta, senza il coraggio di emettere il minimo suono e odiando il tono con cui parlava, ma lei parve non accorgersene. Mi fece accomodare sul lettino elettrico, da brava occupante-spazio, e mi disse di aprire la bocca. Inserì dei dati sulla sua tastiera e, con un lungo e complesso calcolo delle probabilità, scelse la carie numero 25, lato destro, in alto. Tiè, tiè, disse l'anima bimetta. Era stata impaziente fin dalla mattina, senza dar segno di cedimento nemmeno nel sonno. Anzi, quando finalmente ero riuscita ad assopirmi grazie alle pillole scolastiche, era entrata in camera sbattendo la porta di vetro, si era seduta sul letto e aveva cominciato a gridare non ci andare! non ci andare! non ci andare! brandendo una bacchetta da percussioni dalla punta consunta che usava per picchiare un vecchio crash ammaccato. E mi aveva svegliata.
Poi aveva tentato di spezzare il filo interdentale che cercavo di usare sebbene mi riuscisse male, imbranatamente. E ci era riuscita.
 
E adesso questo. Era terrorizzata, lei. Ed era anche molto furba. Mentre la macchina odontoiatrica allungava i suoi tentacoli metallici nella mia bocca alla ricerca del marcio, di ciò che non va bene ed è da sostituire, naturalmente chiedendomi notizie di flessi ascendenti e discendenti e derivate seconde, lei pian piano, senza che nessuno la sentisse, mi tolse la scarpa destra; sfilò il calzino e cominciò a strofinare la punta della sua treccia sulla pianta del piede, causandomi un solletico fortissimo. La macchina intanto mi teneva immobile e si avvicinava con una siringa gialla anestetizzante; non potevo resistere ancora: all'angolo dell'occhio destro si formò una lacrima che, traditrice, sgorgò attraversando il viso, poi l'orecchio, infine rotolando sul metallo lucido della macchina.
L'apocalisse: fumo dalle narici, incredulità, stupore, volti e sconvolti, sguardi, domande triplicate, responsi medici.
 
Piedi freddi caldo e allucinazioni stanza rimpicciolisce rosso violento colori grigio brividi di freddo caldo allucinante mio dio sto sudando questo maglione a collo alto lo devo buttare porca misera ora bestemmio non mi deve vedere così non deve sennò mi rompe freddo brividi caldo cazzo maledetta medicina caldo mi gira la testa
 
 
Buio.
 
 
Sindrome vagotonica, niente di grave. La voce metallica. Preludio della crisi epilettica, ma niente di grave. Il suo super io sta bene. Mettere le mani in bocca alle persone è un po' violarle, la crisi vagotonica lo sa bene. E-E-E-E la bimbetta scappa.
E in effetti non avvertii nient'altro che la sua assenza. L'anima bimbetta se ne era andata, credo avesse imboccato il corridoio tinto di arancione, salutato il segretario con i capelli a spina e l'orecchino al naso per poi far scattare la porta e finalmente uscire in strada a respirare.
Mentre io vedevo buio contornato da x e y, mentre la macchina condiscendente e gentile fissava un appuntamento per la settimana prossima.
 
 
 
 
Dannazione.

 
 
 

Paolo e Francesca

Post n°7 pubblicato il 01 Ottobre 2008 da romi.bb
 
Tag: visioni

Un divano.
- Perchè non ci sei quando ho bisogno di te?
 - Perchè, quando hai bisogno di me? Quando ne avevi?
- Quando ieri volevo sfogarmi, quando dopodomani sarà il nostro giorno. E' una scusa per stare insieme. E invece c'è la preparazione.
- Non l'ho organizzata io. Sabato parto per i test d'ingresso. Ci possiamo vedere dopo. Non è la fine del mondo, no? Sì, forse.
- ...
- ...
- Sono assurda. Ma allora perchè non ci riusciamo?
Pensa.
Indolenza. ?.
- ...
- ... ho paura.
- di cosa?
- ...
Cerca di ricacciare indietro due lacrime. Ma sono ribelli e rotolano giù ugualmente, bagnando Paolo. Lui passa il dito sulla guancia e se lo porta alle labbra.
- ...
- ... di non riuscire senza te. E non dovrei. Perchè so stare da sola senza sentirmi sola, perchè l'ho imparato e sono indipendente. Sono forte. E' colpa tua in fondo. Non lo so se ho qualcosa in più o in meno, adesso. Ma non ho più certezze. Ho una paura fottutissima. Se te ne vai.
- ...
Viso a viso, viso nel collo. Nasconditi.
- ... e mi sento colpevole quando desidero che tu non riesca, che non entri, perchè questo è quello che vuoi, è quello che sarai tra qualche anno. Ma non ci posso pensare. No. No. No...
- Non sto studiando un cazzo, lo sai? Non so nemmeno che cosa è il salto in alto.
Si gira violentemente dall'altra parte.
Un abbraccio. Forte.
Francesca smette di piangere, sente il suo petto sussultare sommessamente in singhiozzi impercettibili.
Uno sguardo. Che non molla la presa.
Certi momenti non si vorrebbe mai smettere di avere
diciotto anni.





 ON AIR: Tears dry on their own - Amy Winehouse

 
 
 

Learning to fly

Post n°6 pubblicato il 21 Aprile 2008 da romi.bb

 
.. Perchè a volte c'è bisogno di isolarsi con i propri pensieri, tacere tutto il frastuono
- silenzio -
e finalmente pensare.
Senza condizioni, liberamente.
Ne ebbi l'occasione proprio in quel momento, dopo il furioso litigio con i miei. Non che le cose debbano necessariamente andare a rotoli, ma semplicemente il corto circuito avvisa che è arrivato il momento di dare un calcio a tutto quel CAOS. Un luogo dove tutto sia come da bambini, esatto, compiuto. Che aderisca perfettamente a quello che vuoi. Dove poter rimettere ordine alle cose.
 
Mi venne l'idea geniale, guardando lo zaino buttato sotto la scrivania. Avevano detto che ero indipendente. Ahiahia. Sbagliato a dirmelo. Presi lo zaino e lo riempii dei primi vestiti trovati sul letto, svuotai il salvadanaio ed uscii. Sembrava proprio che stessi andando a studiare, magari da Ale.
Invece presi l'8 e scesi alla stazione. Davanti a me un pannello di possibilità: le scartai tutte finchè scorrendo con le dita non arrivai a lei, ROMA. Prezzo abbordabile, non me lo feci ripetere due volte. Così due ore dopo ero in treno, in un vagone caldo e soprattutto sola con i miei progetti, in compagnia di due ragazzi, forse universitari. Parlare sembrava seta, senza costrizioni, senza preoccupazioni, senza preoccuparsene. Così facile e diretto come non era stato mai. Cosa fai nella vita, studi? ah sì, odio anche io la fisica, che esame sarebbe?! no, non ci sono mai stata, non da sola almeno, ah conosci tutti quei posti, no a Taranto le cose sono cambiate diciamo a metà, com'è essere coinvolti in qualcosa di grande? hai partecipato alla protesta? vergogna, no davvero scherzo però. Ha un che di precario ed affascinante condividere i propri pensieri sapendo che non rivedrai l'altro mai più. 
 
Scesi alla stazione Termini, mi diressi verso l'uscita della metropolitana, travolta da un fiume di volti, anime, scopi, direzioni, indifferenti. Esistenze casualmente accomunate, strette aggrappate allo stesso palo eppure così distanti, inarrivabili. Non credo potrei nascere in un mondo del genere. E già pensavo a come adattarmi. Almeno fino a quando... a quando? 
Mio cugino aveva casa lì, e nonostante il mio caratteraccio e l'estraneità di essere parenti, avevamo continuato a sentirci. Lo chiamai e mi disse di incontrarci in centro. Quel pomeriggio passeggiare, ed ore seduti in un caffè. Quando uscimmo era buio, camminavamo verso casa sua. Non mi aveva detto una cosa importante.
 
Sul lungotevere non c'era molta gente. Qualche coppia, cani a spasso, pochi solitari. In lontananza una figura familiare. Una donna con i capelli lisci, corti, si avvicinava. Cominciai a temere sul serio, conoscevo bene quella signora. Occhiali, cappotto, borsa. Ahia.
- Ciao, zia.
Bastardo. Cugino bastardo.
- Non dovresti stare qui. Lo sai vero?
Sempre così nella famiglia: poche parole, molta eloquenza.
Cosa ci faceva lì? non lo so. Ma mi riaccompagnò alla stazione, mi rimise sul treno e se ne andò.
 
Fine misera per il mio -breve- american dream.
 
 
City_Escape_by_Rozefire
 
 
ON AIR: Learn to fly - Foo Fighters

 
 
 

En el muelle de Tarantos

Post n°5 pubblicato il 05 Aprile 2008 da romi.bb
 

 
 
 
- Perchè su quello scoglio c'è quel pesce, nonno?
- Non è un pesce, è una sirena. La vedi?
- E perchè c'è la sirena?
- Perchè serve per ricordare ai pescatori la propria sposa, e la città.
- E perchè ha un velo sui capelli?
- Perchè è una sposa.
- E perchè..?
 
Fotografie-0038
 
Sapevo che sarebbe andato avanti all'infinito, perciò iniziai a raccontare.
Quaranta anni fa, la nostra città era ancora di pescatori. Molto più di adesso. Questa gente dedicava la propria vita al mare; ogni singolo istante. Ed era felice. Sole, acqua blu limpido, il legno rosso delle barche e blu delle paranze, l'odore forte di pesce nel caldo, l'alba e la notte. Intessevano reti pesanti, vivevano in case piccole, amavano le loro mogli e non sapevano parlare l'italiano. Però tutto sommato sapevano ancora amare. Era ancora il tempo in cui marito e moglie non decidevano chi sposare, eppure l'amore esisteva, e in una misura che oggi non conosce quasi nessuno. Così si incontrarono Enia ed Umberto. Ogni mattina lei percorreva la stessa strada, dal balcone affacciato al molo in cui si svegliava tra lenzuola bianche e pelle dorata all'arancia, fino al chiostro del convento, dove le suore aspettavano ansiose. Lui lavorava con il padre, aveva diciott'anni, tesseva e tesseva, e qualche volta usciva in mare. Tesseva sotto la sua finestra sul molo. Non si erano mai parlati; mai a parole, almeno. Ma il saluto del mattino era una festa dell'anima: i loro occhi corvini si incontravano, solo per un lunghissimo interminabile istante, che sarebbe durato tutta la giornata. In quel secondo del tempo comune si parlavano ore, ridevano, piangevano, si ubriacavano con un sol sorso di vino rosso, facevano l'amore. Sulle assi del molo, sotto la lamiera del mercato, tra le lenzuola di lei all'arancia, nella barca rossa ormeggiata, casa ormai di gatti orfani, nel cielo, nell'aria, tra i suoi capelli, nel blu del mare.
 
Un giorno si sposarono. Per un caso fortuito ogni cosa era al suo posto: promessi dai genitori, buoni partiti, buone famiglie. Un accordo vantaggioso.
E fu, in segreto per tutti, un matrimonio felice: erano sconosciuti a sè stessi, quando unendosi ancora ignari ritrovarono la propria strada, riappropriandosi di quella felicità insensata. Umberto sarebbe diventato pescatore, Enia sposa, e tutti avrebbero vissuto felici e contenti.
Una notte morente Umberto prese le nasse, le reti, aggregò gli uomini e si preparò ad uscire in mare. Era da poco finita la tempesta, che adesso annunciava i suoi postumi. Scrutò il cielo, poi tornò sui suoi passi. Enia giaceva ancora nella veste bianca, in una luce cinerea e cristallina. Stette a guardare il suo respiro lento, accarezzandole i capelli in onde sparse sul cuscino. Prese il suo volto tra le mani e la baciò, svegliandola in un sorriso ancora intriso di sogno.
- Torno
disse, come sempre.
- Aspetterò
rispose, come sempre.
 
Trascorsero due giorni. Il mare aveva calmato la sua furia. Ma Umberto sembrava non aver capito il suo messaggio torna a casa.
Attese, seduta sul molo. Indossava lo stesso abito, perchè tornando lui non avrebbe avuto dubbi, e sorridendo avrebbe pensato eccomi. E' tutto qui .
Tre giorni,
Due settinane,
Quattro mesi.
Il vento le scompigliava i capelli, lacerava il vestito. Ma lei attendeva. Sola. Da riempire i pensieri, da bere il mare.
Un anno
Tre anni
Altro tempo, altro. Sono qui, con te . Il mare sempre negli occhi, come nei giorni di sole e di pioggia, che ti entra nelle ossa. Nei giorni di mercato, nelle domeniche di messa. I piedi sul legno, la testa nell'aria, Umberto nell'anima.
 
"molti pomeriggi si annidarono nei suoi capelli e nelle sue labbra
i granchi le mordevano le sue vesti, la sua tristezza e la sua illusione ma il tempo volò e i suoi occhi si rimepirono di albe "

Un giorno cercarono di portarla in manicomio, ma lei rimase impassibile, con i piedi sul molo e le braccia nel vento. Disse: - No. Torna. Aspetterò.
Occhi negli occhi. Sola. En el muelle de Tarantos.
 

Ma.

Un giorno non la videro più, Enia. Un pescatore pazzo disse che l'aveva vista piangere quando l'ultimo sole era tramontato. Ma nessuno gli credette. Aveva rotto la promessa.

My_Dying_Bride_by_Jamey3 

Nessuno gli credeva. Ma il pescatore pazzo disse che era tornata con lui.

 


ON AIR: En el muelle de san blas - Manà

 
 
 
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