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Titta Benzi depone la toga ad 87 anni

Post n°331 pubblicato il 09 Novembre 2007 da monari

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L'avvocato Luigi "Titta" Benzi depone la toga, ad 87 anni. La notizia riguarda un po' tutta quella Rimini che conosce il valore simbolico della sua figura di amico e confidente di Federico Fellini.
Una figura storica, legata al tempo in cui a Rimini di "Federico il grande" non interessava nulla. Il tempo delle sue visite notturne alla madre ed alla sorella. E di qualche raro incontro con gli amici che magari lo sfottevano. Amici, diciamo conoscenti. Perché dei veri amici sinceri ed amati come oggi non usa più, forse l'unico esemplare cittadino è stato appunto l'avvocato, il Titta che diventa personaggio di "Amarcord", simbolo di una giovinezza e di una città.
Nato nel 1920, laureatosi nel 1942, ha cominciato a fare il legale nel 1946.
Le sue memorie felliniane sono nel volume edito da Guaraldi ed intitolato «Patachédi».

Mai allontanatosi da Rimini, se non per i viaggi professionali, Benzi è un custode
mai invadente delle memorie felliniane, delle quali spesso ha fornito
quelle «interpretazioni autentiche» che l'amicizia con Federico poteva
permettergli. Alle sue sorridenti rievocazioni hanno sempre attinto
televisioni e giornali non soltanto locali.



Nel 2002 ha ricevuto il «Sigismondo d'oro» dal Comune di Rimini. In quell'occasione pubblicai il testo che riproduco qui sotto. 

Luigi Benzi è detto «Titta», soprannome che non a caso Fellini ha attribuito al protagonista di «Amarcord», quasi ad indicare un alter ego intrigante per i biografi del regista. Rappresenta, ha detto il sindaco nell'annunciare il premio «Sigismondo», la tradizione e l'identità riminese. Ne è stato, prima che custode, un interprete «sminchionato» al pari di molti altri della sua generazione.

Rimase famoso l'episodio accaduto alle Idi di Marzo del 1939, quando il ritmo militare della sfilata fu inframmezzato da piccoli passi di danza sul motivo della «Danza delle ore» di Ponchielli, proprio sotto il palco delle autorità e davanti alla statua di Giulio Cesare, dono del duce alla città. Benzi, Guido Nozzoli ed altri riuscirono a sottrarsi all'ira di un campione italiano dei medioleggeri che era sul palco, Benito Totti. Il quale però riuscì a colpire l'ultimo della fila dei 'ballerini', Ennio Macina, figlio di un ex sindacalista che negli anni Venti aveva conosciuto il «santo manganel».

Benzi ricorda che fu suo padre ad imporgli di fare l'avvocato: «Lui era capomastro e veniva da una famiglia di muratori. Il suo legale un giorno gli presentò una nota di 134 lire, cifra considerevole per quell'epoca. Mio padre prima quasi svenne, poi contrattò fino a cento lire. L'avvocato prese le cento lire, le arrotolò, le bruciò con un fiammifero e ci si accese un sigaro dicendo: visto cosa ci faccio con le tue cento lire?».

Tullio Kezich, il biografo 'ufficiale' di Fellini, elogiò le memorie riminesi del «leggendario» Benzi, pubblicate con un titolo («Patachédi») inevitabile sino ad un'ovvietà capace di trasformarsi in lezione di vita per i non indigeni. Sino a costituire un sistema di lettura della nostra realtà, tra nostalgia e travisamento totale che agli altri piace, mentre a noi magari stufa, perché si fa soltanto spettacolo e divagazione inventando qualcosa che alla fine, per parafrasare lo slogan celebre d'un detersivo, appare «più vero del vero».

Lo spirito riminese, come dimostrano alcuni film felliniani, è questo innalzarsi sopra un piedistallo, un banchetto, una sedia, e principiare a raccontarsi. Che cosa si dica non importa. Basta parlare, e farsi ascoltare, consapevoli soltanto che, alla fine, si tratta soltanto di «patachédi» e che un applauso convinto non manca mai.


Assieme a Luigi Benzi, nel 2002 fu premiato con il Sigismondo d'oro il professor Lodovico Balducci, medico negli Usa e figlio di Carlo Alberto, che fu noto insegnante e preside nelle scuole superiori riminesi.

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