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Post N° 213

Post n°213 pubblicato il 21 Marzo 2007 da Sembrava_Impossibile
Foto di Sembrava_Impossibile

IO E L’UNIVERSITA’ – Parte Seconda

L’anno dopo la mia laurea, anticipando la riforma del 99, l’università ha deciso di ridurre drasticamente il numero di studenti fuori corso nel modo più semplice: modificando i corsi di laurea, cambiando i piani di studio e riducendo le annualità per una laurea quadriennale da 31 a 24. E’ come se nella stessa gara di maratona, alcuni concorrenti dovessero fare i tradizionali 42 km e alcuni 35 km. Chi arriva primo? Ovviamente il numero dei laureati negli anni successivi è salito alle stelle, soprattutto è arrivata la laurea di chi non ci sperava più tanto era indietro con gli esami. E’ stato premiato chi ha fatto meno strada rispetto a chi, pur tappandosi il naso, ne aveva fatta di più, svalutando la laurea di chi il mazzo se lo è fatto davvero.

Ma la più grande buffonata è stata la riforma universitaria del 1999. L’obiettivo era di immettere nel mercato del lavoro giovani laureati, di 22-23 anni, come accade da sempre nel resto d’Europa (e non gente di 28-30 anni dopo anni di fuori corso), ridurre il numero dei fuori corso, creando il sistema delle lauree brevi e delle lauree specialistiche, ponendo dei limiti di finanziamento statale agli istituti con elevato numero di fuori corso.

Questo ha portato alla proliferazione di corsi di laurea tanto numerosi quanto inutili, alla moltiplicazione delle cattedre dove i “baroni” (il vero male delle università italiane) hanno continuato a piazzare con concorsi taroccati i loro adepti (leggi “leccaculo”) a scapito dei meritevoli costretti, a volte, ad emigrare all'estero se intenzionati alla carriera universitaria. L’ignoranza globale dello studente universitario medio è stata la stessa; in più si è instaurato il sistema dei crediti formativi, che consente, in linea di massima, a chi ottiene uno stage di poche settimane presso l’azienda dell’amico passando il tempo a fare fotocopie, di evitare di studiare per gli esami, o per una parte del programma.

Le università dal canto loro, per evitare tagli ai finanziamenti pubblici, hanno come obiettivo quello di ridurre al minimo i fuori corso. L’input è promuovere, sempre e comunque: un paio di amici dottorandi, nauseati di fronte al professore titolare di cattedra che reputava idonei studenti che loro giustamente bocciavano in quanto ignoranti nella materia oggetto dell’esame e nella sintassi italiana, hanno abbandonato la carriera universitaria.

Si assiste in questi anni a un fenomeno molto strano: nelle banche, nella pubblica amministrazione, sono tantissimi coloro che a 40 anni e oltre si iscrivono all’università per ottenere quella laurea che manca al loro curriculum di impiegati, ragionieri, geometri, ecc. L’altro giorno in banca l’impiegata alla cassa mi ha confessato che sette colleghi si sono iscritti alla facoltà di Economia. D’altra parte, in un sistema in cui una laurea non si nega a nessuno, perché rinunciare alla possibilità di farsi belli con un titolo accademico (svenduto), e approfittare di possibilità di carriera o concorsi interni (nel caso della Pubblica Amministrazione)?

Le università continuano a sfornare laureati ancora più ignoranti di prima, senza insegnar loro ciò che effettivamente serve nel mondo del lavoro: il saper fare. D’altra parte da docenti di economia aziendale che non hanno mai vissuto nella realtà concreta di un’azienda, trovandosi a insegnare aria fritta, non possono uscire che giovani cornuti e mazziati.

(segue)

In foto, uno dei momenti più belli del mio corso di laurea: il comizio durante l'aperitvo dopo la discussione della tesi

 
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