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Post N° 214

Post n°214 pubblicato il 27 Marzo 2007 da Sembrava_Impossibile

IO E L'UNIVERSITA' - parte terza

Le vere lacrime, in realtà, iniziano dopo la laurea, quando si esce da quella campana di vetro, di nome Università, che spesso ha solo il compito di prolungare l’adolescenza: quindici mesi di ricerca del lavoro in cui ho mandato curricula pure sulla luna hanno, alla fine, dato frutti. Oggi, statistiche alla mano, solo un laureato su due lavora ad un anno dalla laurea. Quanto basta per capire che tutta questa esigenza di laureati in realtà il mercato del lavoro non ce l’ha. Si salvano solo le lauree tecniche (ingegnerie varie), informatiche, qualche branca della medicina purchè la laurea sia conseguita in università a numero chiuso, e le lauree in università come Cattolica, Bocconi e LUISS (ovviamente non alla portata di tutti) per l’opportunità di frequentare corsi come se si fosse a scuola e per il contatto diretto con il mondo del lavoro. Qualche chance in più ce l’hanno le lauree di qualunque tipo, purchè conseguite con il massimo dei voti e in tempi estremamente rapidi: una laurea con lode a 23-24 anni è  ancora appetibile per il mercato del lavoro.

Per tutti gli altri c’è da remare e sperare, le maglie per legittime prospettive professionali diventano sempre più strette: chi vuol fare l’avvocato deve fare i due anni di pratica (=lavorare gratis) presso uno studio, il commercialista ne ha ben tre, con la conseguenza che decidono di dedicarsi alla libera professione solo i figli di avvocati di notai e di commercialisti, gli unici ad avere la garanzia di un lavoro assicurato.

Si sono anche inventati i Master di primo e secondo livello, sostanzialmente inutili, che mascherano, sotto le mentite spoglie di formazione specialistica (ma a questo non doveva pensarci l’università?), una megatangente da diecimila euro (ancora più esclusiva) per consentire ai laureati di accedere al mondo del lavoro mediante stage presso multinazionali. All’estero i master vengono pagate dalle imprese, come formazione ulteriore, per il personale con maggiore potenzialità.

Cambiando ambito, l’aspirante insegnante ora deve sciropparsi altri due anni di SIS per ottenere l’abilitazione all’insegnamento. Tutti gli altri devono barcamenarsi tra contratti a termine, a progetto, nella migliore delle ipotesi; nella peggiore non ha mercato perchè non ha esperienza, facendo finire il giovane disoccupato in un circolo vizioso da cui fa fatica ad uscire. Il laureato inizia a lavorare molto tardi, anche dopo i 30 anni, quando per il mercato del lavoro un trentenne è già vecchio. Senza santi in paradiso le prospettive sono sconfortanti.

Nel privato per certi versi la situazione è ancora più deprimente: quando si ha la fortuna di riuscire a strappare un contratto di lavoro, la retribuzione rispetto a un diplomato è praticamente la stessa. Nella mia prima esperienza lavorativa fui assunto insieme ad una collega di 21 anni, figlia del direttore amministrativo, guadagnando la bellezza di 45 mila lire in più. Perché poi, al privato, frega davvero poco del titolo di studio, spesso il laureato è visto come potenziale piantagrane in termini di crescita professionale e retributiva. Quando mi misi in proprio per fare consulenza alle imprese, sentivo dirmi dagli imprenditori locali, con titoli di studio che raramente arrivavano alla scuola dell’obbligo “Voi giovani volete fare tutti i manager, non c’è più nessuno che vuole lavorare davvero”, sottintendendo che per fare soldi non c’era bisogno di titoli accademici: e avevano ragione, loro ne erano la dimostrazione.

In imprese più strutturate, i ruoli direttivi sono ricoperti da persone di fiducia, possibilmente parenti, indipendentemente dal titolo: il nostro attuale direttore commerciale è il figlio del boss e ricopre questa carica da quando aveva 25 anni. E’ l’Italia dei “figli di”, quelli che hanno la strada spianata: e la nostra società, lontana da ogni principio meritocratico, continua ad essere sostanzialmente bloccata.

Alla fine a me è andata di lusso: ho fatto delle scelte professionali che mi hanno portato a giocarmi delle buone carte, e di rivendere la mia professionalità in maniera decorosa: alla fine faccio un lavoro che mi piace ed è discretamente retribuito, ma prima ho dovuto riciclarmi in materie tecniche e informatiche. La cosa più sconvolgente è che nessuna delle materie oggetto di studio mi sono tornate utili per il mio attuale lavoro: alla fine, al di là del titolo, la mia laurea è stata del tutto inutile. Da un punto di vista economico il gap di sette anni di retribuzione più le spese universitarie (un capitale di circa 100 mila euro) rispetto a chi ha fatto la scelta di lavorare sin dai 20 anni non verrà mai colmato. Per fortuna i soldi non fanno la felicità. Ma la mia fortuna è stata un’altra: ho cambiato lavoro un numero di volte sufficiente a farmi capire che non è il lavoro a dare il senso alla mia vita: questo è bastato a farmi vivere con più equilibrio, serenità e giusto distacco la mia attività lavorativa quotidiana.

Lo studio, di per sé importante, in futuro per i giovani tenderà ad essere sempre più un elemento di realizzazione personale e sempre meno uno strumento di realizzazione professionale. Per i giovani la strada migliore, laddove ci sia la possibilità materiale, è quella di intraprendere una propria attività: sempre meglio che tirare a campare nelle incertezze del precariato: se proprio si deve rischiare, meglio rischiare per sè. Se poi si impara un mestiere, meglio: meccanici, idraulici, manovali, imbianchini sono figure richiestissime tanto da diventare i nuovi ricchi.

Perché con la pancia piena, poi, è più facile anche coltivare i propri sogni e, soprattutto, realizzarli.

 
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