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Cliccando http://www.box404.net/nick/index.php?b  si procede ad una originalissima elaborazione del nickname ANCESTRALE di una url. "La Voce di Megaride" ha ottenuto una certificazione ancestrale  a dir poco sconcertante poichè perfettamente in linea con lo spirito della Sirena fondatrice di Napoli che, oggidì, non è più nostalgicamente avvezza alle melodie di un canto ma alla rivendicazione urlata della propria Dignità. "Furious Beauty", Bellezza Furiosa, è il senso animico de La Voce di Megaride, prorompente femminilità di una bellissima entità marina, non umana ma umanizzante, fiera e appassionata come quella divinità delle nostre origini, del nostro mondo sùdico  elementale; il nostro Deva progenitore, figlio della Verità e delle mille benedizioni del Cielo, che noi napoletani abbiamo offeso.
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Post n°752 pubblicato il 29 Luglio 2008 da vocedimegaride
 

Chiarimento per chi non usa le più elementari norme della DEMOCRAZIA

trasmesso da Mauro Caiano
Scusate la prolissità di quanto andrò a postare sul nostro blog ... ma la giusta, equa informazione mi costringe a pubblicare quanto segue:
l'altra sera, visionando il sito del Dott. Bruno Contrada al link "rassegna stampa" abbiamo trovato alcuni articoli che, secondo noi, non riportavano la realtà dei fatti ma - travaglio docet - faziosissime documentazioni sul "caso CONTRADA".
Ovviamente siamo intervenuti sul blog per dare la nostra interpretazione dei fatti ... ma il blogger - tale emiliano morrone - definitosi giornalista e regista, ha sistematicamente censurato le nostre argomentazioni in difesa del Dott. Contrada.
Il summenzionato giornalista regista e quant'altro (e vogliamo presentarvelo nella foto che pubblica sul suo blog)


da sinistra Aldo Pecora, Emiliano Morrone, Salvatore Borsellino

(ovviamente non pubblichiamo, come sarebbe nel nostro costume, per il piacere del bello ... ma solo per darVi la possibilità di conoscere nei dati somatici il nostro interlocutore, considerato che la rete abbonda di noialtri "ontroparte") .Ma tornando al motivo della mio presente intervento vorrei sottolineare la faziosità di questo giornalista regista ... che pubblica a suo piacimento quanto i canoni del suo credo politico gli impongono ... consulenze con "travaglio" - non intese letteralmente come difficoltose o problematiche - ma con il messia del giornalismo nostrano, il Travaglio portatore del verbo ... il "Travaglio Io Sono": "Uomo lavorerai con sudore; donna, partorirai con dolore!" ... Ebbene, nel rispondere ad un mio post dove dichiaravo che in opposizione alle dichiarazioni dei pentiti v'era una dichiarazione del Nostro Presidente Emerito della Repubblica Francesco Cossiga, il sig. giornalista regista emiliano morrone ha pensato bene di censurarmi e, nonostante abbia avvisato che avrei pubblicato sul nostro blog .... ha fatto orecchie da mercante ... Il blog in questione è www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=3406  .Chi volesse intervenire è pregato di documentarsi su quanto scritto nei vari editoriali e quindi esternare la propria opinione su quanto letto.
Scusate la lungaggine, non nel mio costume, ma tanto dovevo e tanto pubblico
Mauro Caiano
P.S.: ho dimenticato altra arrogante affermazione del giornalista regista rivolta a Marina: "tu non sei giornalista e non figuri negli iscritti dell'albo nazionale" ... Allora per i nostri lettori, e solo per loro affinchè non nutrano dubbi sulla nostra, pubblico scansione della tessera di Marina

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Commenti al Post:
vocedimegaride
vocedimegaride il 29/07/08 alle 19:35 via WEB
per chiarire le idee al sig Morrone, giornalista e regista, riporto l'intervista al Dott. Contrada pubblicata su Panorama ed a firma di Gianluigi Nuzzi: “Accetterei la grazia dal presidente della Repubblica solo se non fosse chiesta dai miei familiari. La grazia è un atto politico, che leggo come riparatorio dello Stato dopo quanto accaduto”. Del supersbirro Bruno Contrada, 77 anni, non rimane nemmeno il fantasma. Meno 11 chili in poche settimane. Un fantoccio che si trascina ricurvo sui suoi segreti nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere. Un corpo prima consumato dalle accuse di 14 pentiti, poi asciugato dalle degenerazioni del diabete e dell’ischemia. Ancora, prostrato dagli scontri sferzanti degli ultimi giorni con i parenti di chi lottando contro la mafia è finito ammazzato. Parenti dai cognomi di peso, Caponnetto, Borsellino, che dopo la condanna a 10 anni della Cassazione ritagliano su Contrada la divisa infame del poliziotto svenduto a Cosa nostra. Né pena né clemenza, né grazia né indulgenza. È il partito trasversale del dolore. Di chi ha perso il proprio caro in quella guerriglia confusa degli anni Novanta tra Stato e Cosa nostra, sì, ma non solo. Totò Riina e Bernardo Provenzano protetti da pezzi delle istituzioni, scontri intestini che erodono l’antimafia, la gestione dei pentiti diviene opaca. Difficile collocare quindi Contrada con certezza. Fino a metà degli anni Settanta era un brillante poliziotto, 60 encomi ricevuti dalla Polizia e 95 dal Sisde, un centinaio gli uomini delle istituzioni che l’hanno poi difeso al processo. Poi sarebbe passato con la mafia. Senza movente accertato: sui suoi conti non è mai stato trovato denaro sospetto. Dopo i pentiti e i giudici di Palermo, ora l’accusano anche i parenti delle vittime di mafia. Tutti contro la sola ipotesi di grazia. Le dichiarazioni negative provengono da persone che non hanno alcuna conoscenza dei fatti che hanno portato alla mia vicenda giudiziaria, che ormai data a 16 anni fa. Parlo di Rita Borsellino, a maggior ragione della vedova del consigliere Antonino Caponnetto, che forse nemmeno sapeva chi era Contrada. Bisognerebbe che altri parlassero. Cioè? Non capisco perché i Borsellino ce l’abbiano con me. Chiedano ai familiari di Rocco Chinnici, mio amico, e del collega Boris Giuliano, ucciso nel 1979 dalla mafia. Lui per me non era un amico, ma un fratello. Per 16 anni abbiamo lavorato giorno e notte insieme, a gomito a gomito. Ed è proprio a Borsellino che presentai il mio rapporto indicando i nomi degli assassini. Forse questo i parenti di Borsellino non lo sanno. Paolo Borsellino lo lesse e lo fece proprio apprezzando tra l’altro il fatto che io non essendo più alla polizia giudiziaria non ero tenuto a redigerlo. I familiari di Borsellino replicano sostenendo che con il giudice non eravate amici, né lei era un suo collaboratore. Non avevamo rapporti privati d’amicizia, ma ottimi rapporti professionali quando lui era giudice istruttore a Palermo e io capo della Criminalpol. Quando il 7 febbraio 1981 gli arriva sul tavolo il mio rapporto sull’omicidio Giuliano, dispone subito 15 o 20 mandati di cattura dei 35 mafiosi che io denunciavo nell’atto e che costituivano lo zoccolo duro dei corleonesi. Tra questi ben sei appartenenti alla famiglia Marchese, ovvero padre, zii e cugini di quel Giuseppe Marchese che poi fu uno dei primi pentiti ad accusarmi. Nel mandato di cattura sempre Borsellino indica come accusa anche le minacce di morte nei miei confronti. Come al processo, anche oggi il suo caso divide. Tra i familiari, in diversi l’hanno difesa, come Michele Costa, figlio del procuratore della Repubblica ucciso a Palermo nel 1980. Mi sostiene perché sa che l’unico rapporto giudiziario sull’omicidio del padre lo svolsi io per il procuratore capo di Catania. Anche sua madre, Rita Bartoli Costa, icona dell’antimafia in Sicilia, durante il dibattimento attraversò l’aula e venne a stringermi la mano senza guardare in faccia i pm. Si è anche detto che non bisogna concedere la grazia a un condannato per mafia. C’è un principio che stabilisce che i cittadini sono tutti uguali di fronte allo Stato, non vedo perché non si possa concedere la grazia a chi è stato condannato per mafia. Io la accetterei, sempre se non fosse presentata dai miei parenti, perché avrebbe comunque un significato diverso dalla concessione di un beneficio. L’accetterei come esito di una valutazione di dovuto atto riparatorio a fronte di una grave ingiustizia subita. Io voglio una riparazione da parte dello Stato perché non ho commesso nemmeno gli estremi integranti la violazione del Codice della strada. Insomma, innocente su tutta la linea. Io non mi considero innocente perché lego sempre questa parola ai bambini o gli do un significato religioso. Io sono “non colpevole” oppure estraneo ai fatti che mi sono addebitati. Innocente è mio nipote e omonimo Bruno Contrada. Ha 2 anni: dal nonno in eredità riceverà un cognome ripulito dalle accuse più assurde. Eppure, un esercito di pentiti l’accusa di aver passato notizie essenziali ai mafiosi. Per anni. Li avvisava di blitz, perquisizioni e indagini, facendo sfuggire latitanti come Totò Riina. Le accuse dei pentiti sono come palle di neve. Nascono piccole e a valle diventano valanghe, intere montagne. Così un pentito tira l’altro per la cosiddetta convergenza del molteplice, dove la stessa balla se è detta da due pentiti diventa verità. Quando entri in questo meccanismo sei finito. Il primo ad accusarmi è Gaspare Mutolo. Apparteneva alla cosca Partanna Mondello di Rosario Riccobono, che ho perseguito più di ogni altro gruppo. Tommaso Buscetta sosteneva che era lei a passare le soffiate al boss Riccobono… Fra tutti i mafiosi che io ho trattato questa è la cosca che ho combattuto con maggior tenacia. Ho considerato sempre i mafiosi degli avversari, non dei nemici. Ma con la cosca di Riccobono era diverso. Avevano ammazzato un mio giovane collega napoletano, ucciso come un cane durante un servizio antiestorsioni. Era guerra. Ho portato in Corte d’assise Riccobono e Gaspare Mutolo con indagini svolte personalmente. Per poi vederli assolti dall’accusa di associazione mafiosa il 23 aprile 1977 per decisione di un giudice che ritroverò poi a condannarmi sostenendo che ero amico di Riccobono. La verità è un’altra: Contrada era il nemico giurato di Riccobono. Mutolo mi odiava, convinto che avessi dato ordine ai miei uomini di sparargli a vista come poi in effetti, per motivi di servizio, accadde in ben tre occasioni. Odio, nient’altro, ha prodotto il caso Contrada, con gente che si è persino uccisa. Cioè? Oltre me Mutolo ha accusato il pm Domenico Signorino, che condusse le indagini su di lui e che poi si è suicidato. Poi, proprio perché era necessaria la convergenza del molteplice, spunta Pino Marchese. Per capire chi è Marchese basti sapere che ha ammazzato un compagno di cella all’Ucciardone, a colpi di bistecchiera in testa. Marchese è quello che parla della mia presunta soffiata a Riina. Ma cambia versione: prima dice che Riina aveva lasciato il suo nascondiglio, la villa di Borgo Molara, perché temeva agguati nella guerra di mafia, poi cambia versione e dice che fui io ad avvisare. Secondo lei perché cambia versione? C’era un suggeritore. E chi era? Marchese era gestito dalla Dia. È un’accusa grave, Contrada. La mia storia è tutta così. Prendete un altro pentito, Francesco Marino Mannoia. Nell’aprile del 1993 parte lo staff della Dda di Palermo, Gian Carlo Caselli e altri pm, alla volta di New York per interrogare Mannoia sull’omicidio di Salvo Lima. Gli chiedono se ha qualcosa da dire su “Contrada, capo della polizia giudiziaria di Palermo”. Mannoia risponde che sa soltanto che Contrada era un funzionario di polizia e che non ha altro da aggiungere. Poco dopo Mannoia venne interrogato anche sulle stragi. Sì, da Giovanni Tinebra e i suoi pm che raggiungono gli Usa per sentire l’oracolo di Delfi. Poi gli chiedono di Contrada ma Mannoia dice che non gli risulta che avessi rapporti con loro. Bisogna aspettare il gennaio 1994 quando, poco prima del decreto di rinvio a giudizio, Mannoia decide di confermare le accuse degli altri pentiti, in concomitanza con il pagamento dello stipendio. Ma se si è pentito nel 1988, come mai mi accusa solo nel 1994? E quando gli vengono rivolte domande specifiche sul mio conto, perché tace? Come poteva dimenticarsi che il capo della polizia giudiziaria, non proprio l’ultimo poliziotto di Palermo, è colluso con Cosa nostra? Sa come spiegò la cosa in aula? “Non parlai a Caselli perché ero stanco e li mandai a fare in c…”. Questi sono i pentiti. Spesso portatori di menzogne. Spesso manovrati. Lei accusa la Dia perché furono proprio gli uomini di Gianni De Gennaro a raccogliere le prove contro di lei? No, dico solo che la Dia era agli inizi della sua formazione andando a sovrapporsi con il Sisde dove lavoravo
 
Utente non iscritto alla Community di Libero
Anonimo il 29/07/08 alle 21:25 via WEB
Forse voi la conoscete già, comunque ve la copio Straccio dell unica intervista rilasciata da Giacomo Riina: Come mi disse il padre dei Padrini ,Don Giacomo Riina, nell’unica intervista della sua vita, con lugubre lucidità : “ LaMafia? Se esistesse-e di questo nulla saccio- se danno miliardi e libertà ai pentiti invece di farci la spremuta.. e mettono in galera il dott.Contrada che ci ha stracciato la minchia come nessun’altro per trent’anni…ha di sicuro vinto !” E poi con quel tipico filosofeggiare che per i capi corleonesi è una sorta di lupara verbale:”E d’altronde dottore…cori forti consuma la cattiva sorti”. (Chi è coraggioso stanca la fortuna.)… E credetemi chi per anni ha lottato contro la mafia rifiutando la scorta per non coinvolgere poliziotti innocenti è un coraggioso, e Contrada lo è stato… Maria Venera
 
Utente non iscritto alla Community di Libero
Anonimo il 29/07/08 alle 22:30 via WEB
"Chi muore mondo lascia, chi vive se la spassa". Dedicato alle illustrissime vedove parlamentari Carmine
 
Utente non iscritto alla Community di Libero
Anonimo il 29/07/08 alle 22:46 via WEB
Sono sempre più convinta che occorrerebbe abolire l'Ordine dei Giornalisti! Taluni pischelli credono che la tesserina equivalga ad uno status symbol, all'identificativo di appartenenza ad una "casta", al patentino nobiliare... Un paese così piccolo pullula di giornalai all'inverosimile...ci vorrebbero i test psicoattitudinali anche per costoro, oltrechè per i medici, gli insegnanti e i magistrati....gran collezionisti di tessere!!! marina salvadore
 
kuskus0
kuskus0 il 30/07/08 alle 06:50 via WEB
PICCOLI GIORNALISTI...CRESCONO (e stiamo freschi!) Caro Mauro,io avevo postato su quella specie di blog acrimonioso, la risposta in merito all'appartenenza di Marina all'ODG di Milano, ma naturalmente l'hanno censurata! L'ho ripostata quindi sul mio blog. E' spaventoso davvero sapere quello che certi "imbonitori" di masse inculcano in certe menti fragili ed acritiche. Si, concordo per i test psico-attitudinali... Rilevo una precisa socio-patologia in certa stampa di oggi, che pretende e suppone di fare "informazione", non solo abdicando alle comuni regole della democrazia ma calpestando la deontologia, il buon senso, l'educazione. La diffamazione di Marina è stata grave, tanto quanto le offese rivolte a Bruno Contrada. Quando non si hanno argomenti validi...si denigra. Se poi l'avversario dialettico ha i presupposti per aver ragione...lo si censura. Mi sembra che l'Ordine dei giornalisti in questa questione come in altre, dovrebbe intervenire...ma più che un ordine...credo dobbiamo parlare ormai di DISORDINE dei Giornalisti. Così come non basta la laurea e i titoli in medicina per essere medico, altrettanto dico dei giornalisti. Per Marina, la documentazione dell'appartenenza all'Ordine è superflua. Lei è una VERA giornalista, a tutti gli effetti e gode di grande rispetto e stima. Sarà forse questo che irrita certi lobotomizzati in giro per la rete. Agnesina Pozzi
 
Gli Ospiti sono gli utenti non iscritti alla Community di Libero.
 
 
 

PREMIO MASANIELLO 2009
Napoletani Protagonisti 
a Marina Salvadore

Motivazione: “Pregate Dio di trovarvi dove si vince, perché chi si trova dove si perde è imputato di infinite cose di cui è inculpabilissimo”… La storia nascosta, ignorata, adulterata, passata sotto silenzio. Quella storia, narrata con competenza, efficienza, la trovate su “La Voce di Megaride” di Marina Salvadore… Marina Salvadore: una voce contro, contro i deboli di pensiero, i mistificatori, i defecatori. Una voce contro l’assenza di valori, la decomposizione, la dissoluzione, la sudditanza, il servilismo. Una voce a favore della Napoli che vale.”…

 

PREMIO INARS CIOCIARIA 2006

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A www.vocedimegaride.it è stato conferito il prestigioso riconoscimento INARS 2006:
a) per la Comunicazione in tema di meridionalismo, a Marina Salvadore;
b) per il documentario "Napoli Capitale" , a Mauro Caiano
immagine                                                   www.inarsciociaria.it 

 

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E' dedicato agli amici del nostro foglio meridionalista questo video, tratto da QUARK - RAI 1, condotto da Piero ed Alberto Angela, che documenta le origini della Nostra Città ed il nome del nostro blog.

 

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RITENZIONE IDRICA? - Nella pentola più grande di cui disponete, riempita d'acqua fredda, ponete due grosse cipolle spaccate in quattro ed un bel tralcio d'edera. Ponete sul fuoco e lasciate bollire per 20 minuti. Lasciate intiepidire e riversate l'acqua in un catino capiente per procedere - a piacere - ad un maniluvio o ad un pediluvio per circa 10 minuti. Chi è ipotesa provveda alla sera, prima di coricarsi, al "bagno"; chi soffre di ipertensione potrà trovare ulteriore beneficio nel sottoporsi alla cura, al mattino. E' un rimedio davvero efficace!


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