Sto camminando. Mi sento fresca, libera.
Grandezza intorno a me: campi sterminati, primaverili, caldi. Il sole schiaccia i colori e i profumi, fa strizzare gli occhi.
Ho scelto questo posto perchè è lontano da ogni cammino, perchè è silente e mi fa sentire circondata dall'orizzonte come dentro a un abbraccio.
Ho scelto questo posto. I binari tagliano il campo, spezzano la grandezza, lo trafiggono da parte a parte, e vanno oltre, vanno verso il loro orizzonte. Uno swing nei pensieri, parole francesi. Ho voglia di danzare.
Ho scelto questo posto. L'addio brucerà la pelle e sarà doloroso come solo un addio può essere.
Mia amata,
complice divina,
bocca profumata e lieve,
parlami,
dimmi dei tuoi pensieri tremanti,
conosco ogni movenza dei tuoi silenzi,
non ti temo.
Dove tu mi porti non c'è tremore, ti accompagno, ho scelto questo posto per te.
Danzo, per l'ultima volta. L'addio mi trema già nel petto, e già le nuove possibilità del dopo mi fanno forte e sfrontata. Perchè rimanere nel posto in cui m'hanno messa, nella pelle in cui m'hanno messa? Perchè non tentare l'incanto di una rivoluzione, così completa e sprezzante da non saper più riconoscere, poi, i confini del sono?
Ho scelto. Ho scelto questo posto. Ho scelto questi binari, il diretto delle tredici e zeroquattro. Il silenzio è così leggero che già sento tremare l'aria in lontananza.
Mi sdraio. Le mie gambe sono perpendicolari ai binari.
Ho cosparso il mio corpo di fiori, di terra e di erboso silenzio, così da non destare il sonno accidioso di chi conduce la mia rivoluzione.
Tredici e zeroquattro. L'aria trema, sento vibrare la terra sotto di me, i binari, il frastuono del treno mi sta sconquassando. Mi aggrappo con le fragili dita alla carne.
E' un attimo. Il treno passa, le mie gambe sono tranciate di netto. In principio nessun dolore. Poi il male comincia a scendere, dalla testa, scende, attraversa il collo, la schiena, attraversa i fianchi come anfore ripiene, raggiunge le cosce mozze e sanguinanti, e da lì il male esce, attraverso i condotti sanguigni che vomitano pece carminia, attraverso la pelle lacerata, da lì il male esce, l'immobilità, la paura, il silenzio.
Mi sollevo. Non ho più le gambe. Il treno non solo le ha mozzate, ma le ha ridotte in brandelli.
Per un poco, soltanto per un poco sto così. Respiro. Il sole sul viso.
Ho scelto.
Ho scelto di rinunciare alle gambe, per cominciare a volare.

Foto: Kamil Vojnar
The body Breaks - Devendra Banhart
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