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PENSIERI DI Vittorio Hφsle

Post n°2 pubblicato il 21 Ottobre 2006 da kallinikos

Uno dei grandi problemi rimasti irrisolti in Kant è quello che può essere definito come il problema del dualismo che caratterizza tutta la sua filosofia. Kant è convinto che ci siano varie radici del nostro sapere non riducibili ad un unico ceppo e ciò vale soprattutto per il dualismo tra ragione teoretica e ragione pratica. Kant è convinto che le proposizioni normative, le quali ci prescrivono che cosa dobbiamo fare, non seguano affatto le proposizioni descrittive, che ci dicono come il mondo è. Ma qui si pone il problema: come mai possiamo agire nel mondo empirico in maniera etica, cioè corrispondentemente non a ciò che è, ma a ciò che deve essere, e come mai viceversa il mondo empirico è permeabile ad azioni ispirate a principî normativi?

 Kant ha dedicato a questo problema l'ultima parte della terza critica, la Critica del Giudizio. Ma Kant cerca di superare questo dualismo sempre ex post, a posteriori, la sua filosofia non è infatti costruita in maniera tale da presentare fin dall'inizio una base che permetta l'eliminazione di un tale dualismo. In una recensione di Jena, Hegel scrive che è importante ritornare a quell'atteggiamento filosofico in voga nel Seicento che collocava Dio all'inizio della filosofia e non alla fine come in Kant. Dio viene, sì, reintrodotto in Kant nella seconda parte della Critica della ragion pratica e poi alla fine della Critica del Giudizio come quel principio che può garantire una possibile armonia tra ragione teoretica e ragion pratica, ma il proposito dell'idealismo tedesco fu quello di collocare questo principio ontologico anche all'inizio.



Dall'Ottocento in poi noi non analizziamo più i valori di una società come un qualcosa di assolutamente valido o che avanza perlomeno una pretesa di validità parziale, ma li consideriamo piuttosto come meri fatti, come uno zoologo analizzerebbe il comportamento di un animale senza per questo sentirsi in nessun modo legato o vincolato ad esso. Questo tipo di posizione è stato assunto in particolare nel neo-kantismo ed attraverso Max Weber è diventata la posizione dominante nel pensiero sociologico del nostro secolo.

 

Sappiamo che Spinoza ha lavorato raffinando lenti e che non ha accettato una chiamata come professore all'Università di Heidelberg, proprio perché temeva che nel mondo accademico non avrebbe avuto la libertà di sviluppare il suo pensiero, libertà che aveva vivendo modestamente con un lavoro manuale. Non soltanto rifiutò una posizione ufficiale come impiegato di uno Stato, ma fu anche una delle prime persone del mondo moderno che visse senza essere membro di una Chiesa, perché a ventiquattro anni fu scomunicato dalla sinagoga ebraica. Queste vicende mettono in luce una caratteristica essenziale della personalità di Spinoza: un anelito profondo di libertà e di indipendenza. Questo si mostra, da una parte, nel suo distacco dai legami religiosi e politici del proprio tempo e, dall'altra, nella spregiudicatezza del suo pensiero, il quale ha dato scandalo non solo presso i suoi contemporanei. Fino al tardo Settecento infatti il nome di Spinoza è stato considerato un anatema da una forte corrente di pensatori influenzati da motivi religiosi.

 

Per quanto riguarda il suo pensiero, si può dire che Spinoza sia il primo pensatore moderno che riesce a sviluppare una filosofia originale rispetto a Cartesio. Evidentemente l'impatto di Cartesio sulla filosofia moderna è stato tale che nessuno ha potuto sottrarsi alla sua influenza; quelli che lo hanno ignorato sono rimasti degli epigoni della scolastica medioevale. I molti scolari di Cartesio hanno elaborato il sistema, hanno posto alcuni problemi, che lo avevano tormentato, in maniera più precisa, ma non hanno abbandonato la struttura della filosofia cartesiana. Spinoza è il primo cartesiano che veramente riconcepisce la problematica della filosofia in maniera radicale pur partendo dai problemi che Cartesio ha posto. La prima opera che Spinoza ha pubblicato - in realtà l'unica opera che è stata pubblicata sotto il suo nome durante la sua vita - è proprio un insieme di annotazioni ai principi della filosofia di Cartesio, Renati Des Cartes principiorum philosophiae Pars I et II more geometrico demonstratae, un commento alla filosofia cartesiana.

 

Spinoza rimane fedele al programma cartesiano rispetto ad un elemento centrale: è che anche lui vuole fondare tutte le verità filosofiche sulla ragione senza richiamarsi ad alcuna autorità. Al di là di questo aspetto però, i contenuti della filosofia di Spinoza si distinguono in vari punti da quella di Cartesio. Il primo punto essenziale si vede dal titolo della sua opera principale: Ethica more geometrico demonstrata. Spinoza, al contrario di Cartesio, scrive un'etica, anche se, come vedremo, il contenuto di quest'opera non è solo la filosofia pratica e anzi il primo libro di quest'etica è una metafisica tra le più elaborate e complesse nella storia della filosofia. Lo scopo di questo libro è comunque etico: Spinoza vuole cioè spiegare come gli uomini si comportano o si devono comportare, mentre Cartesio aveva sviluppato soltanto una morale provvisoria e non era riuscito a elaborare un'etica compiuta.

 

Un'altra differenza teorica fondamentale tra Spinoza e Cartesio è la scelta spinoziana del monismo; Cartesio ha invece concepito tre sostanze: Dio, la res cogitans e la res extensa. Spinoza è convinto che può esserci soltanto un'unica sostanza e compie perciò il primo grande tentativo del mondo moderno di superare i dualismi tipici della filosofia moderna. Spinoza tenta di superare il dualismo di anima e corpo tipico di Cartesio, come poi, più tardi, Hegel e l'idealismo tedesco tenteranno di superare la separazione tra ragione teoretica e ragione pratica, tra "essere" e "dover essere", tipico della filosofia di Kant. La conseguenza di questo desiderio di unità di Spinoza è che la sua teoria del rapporto corpo-anima, nonostante sia influenzata dalla scoperta cartesiana che gli stati della coscienza non possono essere spiegati in termini materialistici, rigetta la soluzione interazionista. Quando parliamo di dualismo di corpo e anima si può intendere questo concetto in senso lato ed in senso stretto. In senso lato, naturalmente anche Spinoza è dualista, poiché rimane comunque convinto che l'anima e il corpo appartengano a due sfere diverse e che non sia possibile riferire qualità del mondo corporeo al mondo psichico e viceversa. Cartesio non era solo dualista in questo senso, ma affermava anche l'esistenza di un'interazione tra corpo e anima. Spinoza non può accettare questa idea; ritiene infatti che l'interazionismo sia falso perché non è compatibile con i principi di conservazione che la fisica post-cartesiana aveva sviluppato.

 

Secondo Spinoza infatti, proprio perché res cogitans e res extensa sono così eterogenee, non possono interagire. Già il concetto di "interazione" presuppone qualcosa di comune; possiamo dire che un corpo interagisce con un altro, ma se non c'è niente di comune tra la res cogitans e la res extensa, proprio come aveva insegnato Cartesio, non può esserci interazione tra le due. Perciò uno degli obiettivi più ardui di Spinoza è proprio il superamento dell'interazionismo e quindi la configurazione di una teoria, che deve rimanere dualista, nel senso ampio della parola, cioè insistere cioè sul fatto che res cogitans e res extensa non possano essere predicati l'una dell'altra, ma che non sia stricto sensu dualista, ovvero interazionista.

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