
Cinque che valgono per sette.
Tutti pronunciamo queste vocali, quando parliamo, migliaia di volte al giorno; ma forse non siamo mai interessati di sapere che movimenti fa la nostra bocca quando le pronunciamo.
Interessiamocene adesso, magari con l’aiuto di uno specchio! Mentre pronunciamo (facciamo la prova a voce alta) la vocale “a” , noi apriamo bene la bocca. Invece quando diciamo ”i” tiriamo le labbra indietro e teniamo la bocca socchiusa. Per emettere il suono “u” protendiamo le labbra avanti e la bocca si schiude appena appena. La “e” e la “o” hanno, ciascuna, due suoni differenti.
C’è un suono aperto o largo, cioè derivato da un movimento della bocca non molto dissimile da quello per la pronuncia di “a” (p. es., nelle parole: èrba, òca); e un suono chiuso o stretto che somiglia piuttosto a quelli della “i” e della “u” (p. es., nella parola: néve, amore).
Quindi i segni delle vocali sono cinque ma valgono in pratica per sette. Da questi diversi modi di pronunciare, le vocali si distinguono in : a, e, o : dure (forti) i,u : molli (deboli) Intanto si può concludere, senza inoltrarci oltre, che le vocali italiane hanno complessivamente sette pronunce diverse: a, i, u : una pronuncia e, o : due pronunce (aperta o larga e chiusa o stretta).
Quando le vocali fanno “dittongo” voi stessi vi accorgerete allorché pronunciate una parola come Laura, uomo, Europa, fiore, niente, mai, che quelle due vocali messe insieme (au di Laura, uo in uomo, eu in Europa, eccetera) si pronunciano con una solo emissione di voce.
A nessuno verrebbe in mente, se capitasse in fine di riga il nome di Laura, di scrivere La- e poi andare a capo con -ura: il nome di Laura è composto da due sillabe, non di tre.
Ebbene, quella coppia di vocali pronunciata con una sola emissione di voce si chiama appunto “ dittongo “ (parola che deriva dal greco e che significa “di due suoni”). Se vi ricordate nel paragrafo precedente, abbiamo parlato della differenza che passa tra vocali dure, dette anche “forti” ( a, e , o ), e vocali molli, dette anche “deboli” ( i, u ).
Quindi il dittongo nasce:
1) dall’incontro di una vocale “ forte “ con una “ debole “ e viceversa:
a + i (es.: amai)
a + u (es.: lauro)
e + i (es.: temei)
e + u (es.: pleurite)
o + i (es.: poi)
o + u (es.: Douro)
i + a (es.: fianco)
u + a (es.: guado)
i + e (es.: miele)
u + e (es.: questo)
i + o (es.: chioma)
u + o (es.: uovo)
2) dall’incontro di due vocali “deboli“ (cioè i con u):
i + u (es.: giù, chiuso, grembiule)
u + i (es.: cui, lui, altrui).
Quando due vocali formano “ iato “. Se invece si incontrano due vocali “ forti “, esse si pronunciano ben separate, come in:
oasi, (o-a),
aeroplano (non aereoplano!) (a-e),
poeta (o-e),
beato (e-a),
Aosta (a-o),
zoo (o-o),
aureola (e-o),
azalee (e-e).
Quando avviene questo fatto, cioè che le due vocali consecutive si pronunciano separate, invece del dittongo si ha lo “iato” parola di origine latina che significa “separazione”.
Piccolo quiz: che differenza c’è (s’intende, a proposito (non approposito!) di dittongo e di iato) tra un eroe solo e più eroi?
Presto detto: un eroe solo porta in sé lo iato (o-e), invece più eroi il dittongo (o-i). Perché? Perché nel singolare eroe, le due vocali forti (o) ed (e) non fanno dittongo ma si pronunciano separate, mentre nel plurale eroi, l’incontro tra la vocale forte (o) e la vocale debole (i) (e allora c’è dittongo). Eroe è perciò di tre sillabe (e-ro-e), eroi è di due (e-roi).
Talvolta (ma molto raramente) s’incontrano non due, ma tre vocali (per. esempio: figliuolo). Naturalmente i grammatici hanno trovato il nome anche per questo incontro a tre: “trittongo” (cioè “di tre suoni”).
Nel vocabolo "aiuola", le vocali in fila sono addirittura quattro, ma la prima "a" si pronuncia distinta, è parte di un’altra sillaba: si tratta dunque di un trittongo: iuo. Sillabiamo: a-iuo-la.
Nel concludere questo argomento sono intervenuti alcuni vocaboli a guastare la festa:
Paura, baule, faina, moina, suino, inveire, e molti altri insieme, si presentano ostentando chiaramente, quasi sfacciatamente, i due suoni delle vocali attigue che, pur essendo l’una forte e l’altra debole, non formano dittongo ma iato.
Il fatto si spiega subito. Prendiamo il primo dei vocaboli ”ribelli” (eccezione): -paura- e confrontiamolo con un altro che si scrive quasi uguale (non eguale!): -pausa-. Nel vocabolo pausa c’è il dittongo e le sillabe sono due (pau-sa); invece in paura c’è iato e le sillabe sono tre (pa-u-ra).
Ma si avverte subito la differenza: in pàusa la voce cade sulla vocale forte (a), invece in paùra cade sulla vocale debole (u), altro esempio: due parole uguali, ma con diverso accento e diversissimo significato: bàlia e balìa. Nella prima c’è dittongo, nella seconda iato.
Di qui la regola: se l’accento cade sulla vocale forte (a,e, o) c’è dittongo: pàu-sa, àu-ra, suò-no. Se invece l’accento cade sulla vocale debole (i, u) c’è iato: pì-o, ub-bìa, ba-ù-le.
Tanto per non farci mancare nulla, diciamo che nella nostra lingua in particolare, abbiamo i nostri “capricci” (eccezioni), da ricordarsi che non avviene dittongo, ma iato, anche quando due vocali attigue, pur trattandosi di un incontro tra forte e debole, appartenevano in origine a parole staccate, come ri-avere, nata dal prefisso ri- seguito dal verbo avere, e così ri-aprire, ri-evocare, ri-ottenere, eccetera, nonché sotto-indicare, fra-intendere, bi-ennio, su-esposto.