Creato da mando.lino il 02/05/2011
Grammatica... una regola al giorno

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LE INTERIEZIONI

Post n°6 pubblicato il 03 Maggio 2011 da mando.lino
 
Foto di mando.lino

Quando parliamo, chi più chi meno, gesticoliamo. Le interiezioni, dette anche esclamazioni, sono quelle espressioni vivaci che noi inseriamo (in latino interìcere, “gettare in mezzo”) nelle altre parti del discorso, s’intende quando proprio ci sembra necessario. Anzi diciamo subito che, come una persona beneducata (non ben educata!) gesticola con moderazione, così anche alle esclamazioni si deve ricorrere con attenta parsimonia. Se cerchiamo nelle pagine dei buoni scrittori, vedremo che le interiezioni non abbondano.

Ogni tanto, sì, quando la narrazione è più colorita o appassionata, quando si riferiscono espressioni con la viva voce dei personaggi di una narrazione, allora quale adatta interiezione suona opportuna.

Eh! le schioppettate non si danno via come confetti…, dice Perpetua nei Promessi sposi.

Ah birboni! ah furfantoni! E’ questo il pane che date alla povera gente? Ahi! Ahimè! Ohi! Ora, ora!, sono voci del popolo durante il tumulto descritto dal Manzoni.

Sempre dal romanzo del Manzoni: Ohibò, vergogna! Oh, che imbroglio! Ah! no, Renzo, per l’amor del cielo! Ah! se potessi… Ih! buon per te, che ho le mani impicciate… Ahi! ahi! ahi!, grida il tormentato.

Esclamazioni per esprimere svariati stati d’animo, molteplici sensazioni, d’ira, di meraviglia, d’impazienza, di disgusto, di dubbio, di paura, di preghiera, eccetera.

Non sono interiezioni le cosiddette “voci onomatopeiche”, cioè quelle parole che vogliono riprodurre suoni, come versi di animali:

il “miao” del gatto, il “muu” dei bovini, il “bèee” delle pecore, il “bau bau” del cane, eccetera; o altri rumori, come il “din don” della campana, il “tic tac” dell’orologio, il “bum” di uno scoppio, eccetera. Tuttavia, per una certa affinità esteriore, spesso si considerano insieme con le interiezioni.

Interiezioni con l’acca:

Avrete visto, tra le interiezioni degli esempi ora letti, che molte avevano, o nel mezzo o nel finale, la lettera H. In questa lettera non si ha, in italiano, nessun suono proprio e, a essa, si fa ricorso più che altro come segno grafico:

Veh: altro non sarebbe che la forma verbale “vedi”, che per troncamento diventa “vè”, ma quando assume funzione esclamativa di minaccia, talvolta anche bonaria, allora vuole l’h e naturalmente si sbarazza dell’apostrofo:

Guarda, veh, di esser buono.

Toh: in origine, imperativo del verbo togliere: to’; ma con l’h è vivace esclamazione di meraviglia: Toh! Codesta poi non me l’aspettavo! Nella forma verbale to’ ha valore piuttosto di richiamo: To’, prendi questo e fila via! Anche le altre interiezioni con l’h sono adattamenti a uso esclamativo di normali parti del discorso:

oh: sfumatura più vigorosa di quel semplice “ o “ che si usa per rafforzare il vocativo;

beh: da be’, troncamento dell’avverbio “ bene “;

mah: dalla congiunzione “ ma “;

deh: forse dal latini “ deus “, dio.

Oppure si tratta di suono sorti spontaneamente per la pronuncia più marcata di una vocale isolata o in gruppo con le altre lettere:

ah, eh, ih, uh, ahi, ehi, ohi, uhi, ohè, ehm, eccetera.

Poiché nelle interiezioni: ahi, ehi, ohi, uhi, ohè, eccetera, quell’h intermedia sembra inutile, qualcuno pensa che si potrebbe anche togliere, tuttavia (non tutta via!) si è preferito lasciarla per distinguere “ ahi “ da “ ai “ preposizione articolata ed “ ehi “ da “ ei “ ( = egli), e quindi per simpatia anche nelle altre che non hanno omonimi con cui potrebbero confondersi.

Quando “ ahi “ e “ ohi “ si uniscono con il pronome personale “ me “ in unico vocabolo, c’è chi scrive “ aimè “, “ oimè “ (e anche oibò), eliminando l’h, come è normale che avvenga in “ olà “ (= oh + là), dove l’h non potrebbe restare davanti alla consonante "elle". Ci pare tuttavia una inutile complicazione; è più semplice attenersi alle forme:

ahimè, ahibò, ohimè, che sono quelle più diffuse e oramai tradizionalmente consolidate.

Osservazioni su “ Ciao! “:

Tra le interiezioni già spiegate precedentemente metteremmo anche il comunissimo "ciao!". In origine formula di saluto dialettale diffusa soltanto nell’Italia settentrionale; ma, in questo ultimo mezzo secolo essa si è imposta quasi vivace e solitamente gioiosa esclamazione in tutta Italia e, in questi ultimi tempi, persino all’estero (dove sono relativamente poche, in confronto con le anglosassoni e le francesi, le parole italiane entrate nel gergo popolare). Oggi da noi il “ciao“ è la forma di saluto più confidenziale, assai più del classico “salve” ( = sta bene, cioè “salute”), dello ”arrivederci”, e dei diffusi “buon giorno” (si scrive anche tutto unito, buongiorno o anche bongiorno), “buona sera”, “buona notte” (o buonasera e bonasera, buonanotte e bonanotte), eccetera.

Eppure in origine la strana paroletta era una deferente espressione di ossequio. "Ciao" è infatti l’italianizzazione di “ s’ciao “: trasformazione dialettale veneziana di "schiavo" (vocabolo venuto a sua volta da “ slavo “ perché i servi erano spesso reclutati tra i prigionieri di guerra slavi). Qualche secolo fa sembrava corretto porgere i propri ossequi, anche nelle comunicazioni epistolari, con l’esagerata espressione: "servo vostro", "schiavo suo".

Perciò dicendo “ ciao “, cioè propriamente “sono vostro schiavo”, si esternava con grande umiltà e deferenza il proprio ossequio. Oggi invece è diventato un saluto prettamente confidenziale.

 
 
 

L’IMPORTANZA DEGLI ACCENTI

Post n°5 pubblicato il 03 Maggio 2011 da mando.lino
 
Foto di mando.lino

Quando si segnano e quando no.

Qualunque parola noi proferiamo, la voce posa su una vocale. Questa vocale su cui posa la voce può stare in fondo al vocabolo, cioè nell’ultima sillaba (libertà, virtù, amor); può essere nella penultima sillaba, come nella maggior parte dei vocaboli italiani (cammèllo, cavàllo, fiòre, vìta); oppure nella terzultima (non terz’ultima!) (anìma, sìmbolo, òttimo), o anche più indietro (non in dietro!) (ciò avviene però raramente), nella quartultima sillaba, come nelle voci verbali “cèlebrano, significano, òccupano”, o in certe composizioni di verbo e pronome, citiamo qui come esempi di vocaboli accentati nella quartultima sillaba: domàndaglielo, partèndosene, riscaldàndoselo.

Si definiscono:

"tronchi"  quei vocaboli che hanno l’accento sulla ultima sillaba,

"piani" ----- penultima,

"sdruccioli" ----- terzultima,

"bisdruccioli" ----- quartultima.

La sillaba sulla quale posa l’accento si dice tònica, mentre quelle sulle quali l’accento non posa sono dette àtone.

Avrete notato, negli esempi, come del resto quotidianamente, quando leggete o scrivete, che il segno dell’accento, che pur sarebbe utile per non sbagliare nella pronuncia, non si sta lì sempre a scriverlo: si mette appena in certi casi.

Negli esempi, avete visto che c’era soltanto nei nomi “libertà e virtù”, cioè in due vocaboli tronchi (non in “amor”, pur essendo anch’esso un vocabolo tronco, ma qui la vocale non era l’ultima lettera: dopo l’o c’era una r).

Possiamo dunque stabilire che si segna l’accento sulla vocale di una parola tronca quando questa vocale è l’ultima lettera: libertà, virtù, mezzodì, caffè, arrivò.

Badate che l’obbligo di segnare l’accento su tutte le parole tronche non ha eccezioni. Ciò, bisogna dire soprattutto (non sopratutto!) a quei “distratti” che non mettono l’accento sulle parole tronche quando esse siano composte, e l’ultimo componente sia monosillabo che non vuole l’accento. E’ un errore da biasimare.

Si ricordi: anche se “tre” non vuole l’accento, lo vogliono tutti i suoi composti; perciò:

“ventitré”, trentatré, eccetera;

anche se “blu” non vuole l’accento, lo vogliono tutti i suoi composti: “rossoblù”, gialloblù, eccetera;

“re” non vuole l’accento, ma lo vuole “viceré”.

Come abbiamo visto, i vocaboli formati di una sola sillaba (cioè i “monosillabi”), come “re”, “Po”, “tu”, “ma”, “li”, non vogliono l’accento, perché tanto non si potrebbe sbagliare, essendoci una sillaba sola.

Tuttavia si ricorre al segno dell’accento quando due monosillabi che si scrivono nello stesso modo hanno significati differenti.

Per esempio:

“di” preposizione (la casa di mio zio) si scrive senza l’accento, invece quando significa giorno (restammo in casa dì e notte) si mette l’accento.

Per uso di pratica consultazione diamo qui sotto un duplice elenco di monosillabi, distinguendo quando l’accento si deve e quando non si deve assolutamente segnare.

SENZA ACCENTOCON ACCENTO

Da (preposizione); dà (voce del verbo dare); Vengo da casa. Nessuno mi dà retta.

Di (preposizione);  dì (nome giorno): Città di Roma. Attesi tutto il dì.

La (articolo); là (avverbio di luogo): Aprimmo la finestra. Aspettami là.

Li (pronome):lì (avverbio di luogo): Invano li aspettai. Giaceva lì sul tappeto.

Te (pronome): tè (nome di “bevanda”): Aspettavamo solo te. La padrona offerse il tè.

Si (pronome): sì (avverbio di affermazione): Il poveretto si uccise. Tutti risposero sì.

Ne (pronome): né (negazione): Ne vennero alcuni. Né uomini né donne.  

Che (pronome o congiunzione): ché (congiunzione: perché): Can che abbaia non morde. Si sedette, ché era stanco. So che non puoi venire. Pallida, ché era malata.

E (congiunzione): è (voce del verbo essere): Gli uni e gli altri. Il padrone è assente.

Se (congiunzione):sé (pronome): Non so se verrò. Faceva tutto da sé. Acuto e grave.

Che differenza c’è tra l’accento con la punta in basso verso sinistra (é) acuto, e quello con la punta in basso verso destra? (è), grave?

•L’accento acuto sulle vocali “e” e “o” indica il suono stretto o chiuso;

•L’accento grave sulle vocali “e” e “o” indica il suono largo o aperto: perché, viceré, succedé, trentatré.

Il suono largo, da segnare con l’accento grave, soltanto in “è” (voce del verbo essere, e quindi anche in cioè), in pochi nomi tronchi di origine straniera: tè, caffè, canapè, lacchè, narghilè; e in alcuni nomi propri come: Mosè, Giosuè, Averroè.

La “o” finale ha invece normalmente suono aperto (accento grave): ohibò, amò, falò, comò, verrò.

E’ giusto usare sempre l’accento grave per la vocale “a”, il cui suono è sempre largo: città, là, càpita.

Sulla “i” e sulla “u”, poiché il loro suono è sempre stretto, ci sembra meglio ricorrere all’accento acuto; ma nella pratica molti preferiscono l’accento grave.

Da segnalare ad esempio che “l’accetta” (cioè la scure del boscaiolo) ha suono diverso di “accetta” (voce del verbo accettare), il primo vocabolo si pronuncia “accétta” (suono chiuso), e “accètta” (suono aperto).

Lasciamo per ultimo, perché in italiano è quasi in disuso, l’accento circonflesso (^). Si usa talvolta per segnalare una contrazione di lettere, particolarmente in poesia. Tale accento è usato nella lingua francese. Un tempo si ricorreva all’accento circonflesso, da parte di taluni (non era infatti una norma tassativa), per contrassegnare il plurale dei vocaboli terminanti in –io non accentato. Ma ormai l’accento circonflesso (come anche la dieresi) non è più usato.

 
 
 

LE CONSONANTI E LE LORO INSIDIE

Post n°4 pubblicato il 02 Maggio 2011 da mando.lino
 
Foto di mando.lino

“ Suonano insieme” con le vocali.

Le altre sedici lettere dell’alfabeto italiano che non sono vocali, per essere pronunciate devono appoggiare il loro suono su una delle cinque vocali, e perciò si definiscono “consonanti” (appunto perché devono: “consonare”, “sonare insieme” con le vocali).

Se badate al movimento che avviene nella vostra bocca, vi accorgerete che mentre pronunciate le consonanti:

d, l, n, r, s, t, z la vostra lingua tocca i denti: perciò queste sette consonanti costituiscono il gruppo delle “dentali”.

Inoltre “l” e “r” sono dette anche “liquide”, perché provocano una vibrazione della voce che le fa apparire particolarmente scorrevoli;

“n” (come “m”, che troveremo nel prossimo gruppo) è altresì “nasale” perché l’emissione del suono avviene anche attraverso il naso (provare a serrare le narici mentre pronunciate qualche parola che contenga “n” o “m” e vi accorgerete subito del suono deformato);

“s” e “z” sono anche “sibilanti” perché quando le pronunciamo si avverte un leggero sibilo.

Quando pronunciamo b, p, e anche, sia pure con diverso movimento, f, m. v, ci serviamo delle labbra: queste consonanti sono perciò dette “labiali” (in latino “labia” = labbra).

Nella pronuncia della lettera “q” oppure di “c” e “g” seguite dalle vocali a, o, u (oppure da “h”, se dopo vengono “e” oppure “i”) il suono si forma in gola (latino: “guttur”): perciò queste consonanti sono dette “gutturali”.

Le stesse “c” e “g” seguite dalle vocali e oppure i (purché non ci sia in mezzo la “h”) sono chiamate “palatali” perché la lingua, mentre le pronunciamo, poggia sul palato.

Di seguito, alcuni esempi di parole in cui le consonanti “c” e “g” hanno il suono “ gutturale”:

cane, come, cuoco, chiesa, chiacchiera, gara, gola, gusto, langhe, ghiro, quattro, aquila.

Ed ecco altri esempi in cui la “c” e la “g” hanno il suono “palatale”: cena, cera, Cina, giace, luce, pace, sorge, Genova, Gino, gioconda, gioia, giostra.

La lettera “h”: un’avventizia tutto fare.

La lettera “h” nella nostra lingua ha alcune importantissime funzioni. Tutti sanno che basta inserire una “h” tra una “c” o una “g” e le vocali e, i, perché il suono della “c” e della “g” diventi “gutturale”. Esempi:

Giotto: suono palatale.

Ghiotto: gutturale.

Duci: palatale.

Duchi: gutturale:

Getto: palatale.

Ghetto: gutturale.    

Sin qui è difficile sbagliare: soltanto un ignorante scriverebbe “chane” o “ghatto”. Ma in italiano la “h” è usata, per una convenzione di grammatici, anche per distinguere nettamente l’uno dall’altro, certi vocaboli che altrimenti figurerebbero scritti allo stesso modo, perché identica è la loro pronuncia. Esempi:

Sono andato a Roma;

Ah, che bella notizia!

Mia moglie ha scritto.

Avrete notato nelle tre frasi che, mentre una semplice “a”, è una preposizione, quando invece è seguita da una “h”, diventa esclamazione (ah!). Se la “h” è posta prima, è voce del verbo avere.

Lo stesso accade per la vocale “o”.

Esempi:

Domani o dopo verrò a trovarti;

Oh, che sorpresa!

Non ho invitato nessuno.

“O” è semplice congiunzione; “oh” con la “h” posposta “ ho“ con la “h” anteposta è verbo.

La “h” si usa anche in altre interiezioni o esclamazioni che dir si voglia:

uh! ih! eh! mah! ahi! ohi! ahimè! ohibò!

Tuttavia nella nostra lingua questa lettera non ha nessun suono: ho, hai, ha, si pronunciano come se fossero o, ai, a (invece in talune lingue straniere, e anche in un certo periodo della bi millenaria vita del latino, serve, o servì, per segnalare un suono aspirato).

Piccolo diverbio che si trascina da tempo memorabile: si parlava già nel settecento della mite “h” di latina memoria (eredità delle forme latine del verbo “habere”, “avere”, che nella coniugazione dell’indicativo presente faceva hàbeo, “ho”; hàbes, “hai”; hàbet, “ha”; hàbent, “hanno”).

Vi erano dissidenti e fautori delle forme accentate ò, ài, à, ànno: bastava questo accento, dissero, a rimediare ogni cosa; la “h” non serve. Ed ancora oggi la disputa non è ancora spenta, ma dobbiamo riconoscere che essa pende a favore dei sostenitori (pensate un po’, dati i nostri tempi sovvertitori d’ogni anticaglia!) della mite “h” di latina memoria.

Solo qualche scrittore oggi usa le forme accentate. Che dobbiamo concludere? Che entrambe le forme sono accettabili: io ho, tu hai, egli ha, essi hanno; ma anche: io ò, tu ài, e così via. Questione di gusti.

sono per la “h”; non per simpatia, ma per inveterata abitudine.

Le insidie della “q”. La bisbetica “q”.

Quante volte persone poco ferrate nell’ortografia, scrivono “acuila” o “acquila” invece di aquila (in contrasto con acqua, che non s’accontenta di restare nella sua antica e più semplice forma latina “aqua”).

Poi c’è l’aggettivo “proficuo” che si scrive con la “c” mentre per iniquo (che pure si pronuncia allo stesso modo) guai a scrivere “inicuo”! Non parliamo delle varie nacque, piacque, tacque, che si pronunciano “naccue”, “piaccue”, “taccue”, ma ohibò, siccome c’è quella “u” guastafeste (non guasta feste!), la seconda “c” deve per forza diventare q (anche in acquisito e acquistare, acquiescenza, nocque, giacque, eccetera).

Ma state attenti a non fare lo stesso per taccuino, perché qui, anche se c’è la “u”, bisogna tenere buone le due “c”.

Un vocabolo ribelle, soqquadro, vuole le due “q”, rifiutando la compagnia della “c”.

Infine ci sono il cuore, il cuoco e altri ancora che non hanno il diritto di incominciare con la “q” come i loro fratelli di pronuncia (però non sono neanche parenti) della famiglia del quoto, del quoziente e della quota (compreso il tanto diffuso quotidiano).

Chi ha studiato il latino sa che hanno la “q”, in italiano, quei vocaboli che l’avevano in latino (come liquore dal latino liquor, iniquo da iniquus, quale da qualis, mentre cuore deriva da cor, scuola da schola, proficuo da proficuus, percuotere da percutere); ma chi sfortunatamente ignora la lingua madre deve compensare quella sua ignoranza con l’attenta osservazione della corretta grafia dei vocaboli e, nel dubbio, ricorrere a un buon dizionario. Come si vede anche questo esempio, il tanto bistrattato latino a qualcosa di pratico può ancora servire.

Un’altra causa di piccoli infortuni è l’incontro tra una delle due consonanti più tipicamente labiali, cioè la “b” e la “p”, con la nasale “n”. Se unite il nome Gian e il nome Piero in un nome unico, ne risulta Giampiero e non “Gianpiero”, mentre si dice tranquillamente Gianfranco, giancarlo, Gianluigi; non diciamo “Gianpaolo né “Gianbattista”, ma sempre Giampaolo e Giambattista.

Per la medesima ragione sarebbe errato scrivere: conbattere invece di combattere inburrareinvece diimburrare inbevereinvece diimbevere inportareinvece diimportare inpugnare invece di impugnare.

Dunque, praticamente: “n”diventa “m” quando è seguita da “b” o “p”.

Il contrario avviene quando dal nome “tram” si formano i derivati di tranviere, tranvai, tranviario; e anche tranvia, sebbene le società che gestiscono i pochi superstiti servizi tranviari a volte preferiscano, e malamente, la forma tramvia, più simile alla voce inglese “tramway”. Sono ammessi triumviro e quadrumviro, perché parole di origine dotta.

 
 
 

TUTTO SULLE CINQUE VOCALI

Post n°3 pubblicato il 02 Maggio 2011 da mando.lino
 
Foto di mando.lino

Cinque che valgono per sette.

 Tutti pronunciamo queste vocali, quando parliamo, migliaia di volte al giorno; ma forse non siamo mai interessati di sapere che movimenti fa la nostra bocca quando le pronunciamo.

Interessiamocene adesso, magari con l’aiuto di uno specchio! Mentre pronunciamo (facciamo la prova a voce alta) la vocale “a” , noi apriamo bene la bocca. Invece quando diciamo ”i” tiriamo le labbra indietro e teniamo la bocca socchiusa. Per emettere il suono “u” protendiamo le labbra avanti e la bocca si schiude appena appena. La “e” e la “o” hanno, ciascuna, due suoni differenti.

C’è un suono aperto o largo, cioè derivato da un movimento della bocca non molto dissimile da quello per la pronuncia di “a” (p. es., nelle parole: èrba, òca); e un suono chiuso o stretto che somiglia piuttosto a quelli della “i” e della “u” (p. es., nella parola: néve, amore).

Quindi i segni delle vocali sono cinque ma valgono in pratica per sette. Da questi diversi modi di pronunciare, le vocali si distinguono in : a, e, o : dure (forti) i,u : molli (deboli) Intanto si può concludere, senza inoltrarci oltre, che le vocali italiane hanno complessivamente sette pronunce diverse: a, i, u : una pronuncia e, o : due pronunce (aperta o larga e chiusa o stretta).

Quando le vocali fanno “dittongo” voi stessi vi accorgerete allorché pronunciate una parola come Laura, uomo, Europa, fiore, niente, mai, che quelle due vocali messe insieme (au di Laura, uo in uomo, eu in Europa, eccetera) si pronunciano con una solo emissione di voce.

A nessuno verrebbe in mente, se capitasse in fine di riga il nome di Laura, di scrivere La- e poi andare a capo con -ura: il nome di Laura è composto da due sillabe, non di tre.

Ebbene, quella coppia di vocali pronunciata con una sola emissione di voce si chiama appunto “ dittongo “ (parola che deriva dal greco e che significa “di due suoni”). Se vi ricordate nel paragrafo precedente, abbiamo parlato della differenza che passa tra vocali dure, dette anche “forti” ( a, e , o ), e vocali molli, dette anche “deboli” ( i, u ).

Quindi il dittongo nasce:

1) dall’incontro di una vocale “ forte “ con una “ debole “ e viceversa:

a + i (es.: amai)

a + u (es.: lauro)

e + i (es.: temei)

e + u (es.: pleurite)

o + i (es.: poi)

o + u (es.: Douro)

i + a (es.: fianco)

u + a (es.: guado)

i + e (es.: miele)

u + e (es.: questo)

i + o (es.: chioma)

u + o (es.: uovo)

2) dall’incontro di due vocali “deboli“ (cioè i con u):

i + u (es.: giù, chiuso, grembiule)

u + i (es.: cui, lui, altrui).  

Quando due vocali formano “ iato “.  Se invece si incontrano due vocali “ forti “, esse si pronunciano ben separate, come in:

oasi, (o-a),

aeroplano (non aereoplano!) (a-e),

poeta (o-e),

beato (e-a),

Aosta (a-o),

zoo (o-o),

aureola (e-o),

azalee (e-e).

Quando avviene questo fatto, cioè che le due vocali consecutive si pronunciano separate, invece del dittongo si ha lo “iato” parola di origine latina che significa “separazione”.

Piccolo quiz: che differenza c’è (s’intende, a proposito (non approposito!) di dittongo e di iato) tra un eroe solo e più eroi?

Presto detto: un eroe solo porta in sé lo iato (o-e), invece più eroi il dittongo (o-i). Perché? Perché nel singolare eroe, le due vocali forti (o) ed (e) non fanno dittongo ma si pronunciano separate, mentre nel plurale eroi, l’incontro tra la vocale forte (o) e la vocale debole (i) (e allora c’è dittongo). Eroe è perciò di tre sillabe (e-ro-e), eroi è di due (e-roi).

Talvolta (ma molto raramente) s’incontrano non due, ma tre vocali (per. esempio: figliuolo). Naturalmente i grammatici hanno trovato il nome anche per questo incontro a tre: “trittongo” (cioè “di tre suoni”).

Nel vocabolo "aiuola", le vocali in fila sono addirittura quattro, ma la prima "a" si pronuncia distinta, è parte di un’altra sillaba: si tratta dunque di un trittongo: iuo. Sillabiamo: a-iuo-la.

Nel concludere questo argomento sono intervenuti alcuni vocaboli a guastare la festa:

Paura, baule, faina, moina, suino, inveire, e molti altri insieme, si presentano ostentando chiaramente, quasi sfacciatamente, i due suoni delle vocali attigue che, pur essendo l’una forte e l’altra debole, non formano dittongo ma iato.

Il fatto si spiega subito. Prendiamo il primo dei vocaboli ”ribelli” (eccezione): -paura- e confrontiamolo con un altro che si scrive quasi uguale (non eguale!): -pausa-. Nel vocabolo pausa c’è il dittongo e le sillabe sono due (pau-sa); invece in paura c’è iato e le sillabe sono tre (pa-u-ra).

Ma si avverte subito la differenza: in pàusa la voce cade sulla vocale forte (a), invece in paùra cade sulla vocale debole (u), altro esempio: due parole uguali, ma con diverso accento e diversissimo significato: bàlia e balìa. Nella prima c’è dittongo, nella seconda iato.

Di qui la regola: se l’accento cade sulla vocale forte (a,e, o) c’è dittongo: pàu-sa, àu-ra, suò-no. Se invece l’accento cade sulla vocale debole (i, u) c’è iato: pì-o, ub-bìa, ba-ù-le.

Tanto per non farci mancare nulla, diciamo che nella nostra lingua in particolare, abbiamo i nostri “capricci” (eccezioni), da ricordarsi che non avviene dittongo, ma iato, anche quando due vocali attigue, pur trattandosi di un incontro tra forte e debole, appartenevano in origine a parole staccate, come ri-avere, nata dal prefisso ri- seguito dal verbo avere, e così ri-aprire, ri-evocare, ri-ottenere, eccetera, nonché sotto-indicare, fra-intendere, bi-ennio, su-esposto.

 
 
 

MAIUSCOLE E MINUSCOLE (seconda parte)

Post n°2 pubblicato il 02 Maggio 2011 da mando.lino
 
Foto di mando.lino

Appuntamento in “piazza Navona” o in “Piazza Navona”?

Finché l’appuntamento è dato a voce (o per telefono, che è pur sempre a voce) non c’è imbarazzo; ma per iscritto salta fuori un piccolo dubbio: p minuscola per quella bella piazza romana, o P maiuscola? Il dubbio sarebbe uguale anche se l’appuntamento fosse in via Margutta (o Via Margutta?) o all’anfiteatro Flavio (minuscola o maiuscola, quella iniziale?) Se si trattasse di Foro Italico, nessun dubbio: anche se “fòro” è il nome classico di “piazza” che si chiama Italico, ma di determinata località definita Foro Italico: dunque sempre maiuscola l’iniziale.

Invece per piazza Navona si può ragionare diversamente: c’è una piazza a Roma che si chiama Navona, quindi il nome comune piazza può restare con l’iniziale minuscola, lasciando soltanto al nome proprio Navona; lo stesso ragionamento vale per via Margutta. A Milano si scriverà: piazza della Scala, meglio che Piazza della Scala; corso di Porta Romana ( e Porta Romana meglio che porta Romana, considerandosi i due vocaboli insieme per definizione in quel monumento).

Seguendo il nostro ragionamento, si scriverà palazzo Barberini, ma invece Palazzo Reale perché in quest’ultima denominazione nome e aggettivo sono indispensabili (non è il palazzo che si chiama Reale, ma l’edificio che si definisce Palazzo Reale).

Ritornando ai “dubbi romani” , tra anfiteatro Flavio e Anfiteatro Flavio sia meglio Anfiteatro Flavio, mentre, sebbene si tratti del medesimo monumento, si scriverà senza esitazione Colosseo, con l’iniziale maiuscola, perché il nome Colosseo può stare da sé (il Colosseo, cioè l’anfiteatro detto “Colosseo”), ma l’aggettivo Flavio no.

Anche nella geografia vale il medesimo ragionamento. Scriveremo fiume Po, cioè quel fiume che si chiama Po – si può anche dire semplicemente: il Po – diversamente da Fiume Azzurro, perché quel determinato fiume della Cina non si chiama Azzurro, bensì Fiume Azzurro: non potremmo dire: Navigammo sull’Azzurro. E similmente il monte San Gottardo, il monte Sempione, il vulcano Etna, il colle di Superga; ma invece: Monte Bianco, Monte Nero,Col Moschin, eccetera. Mentre va bene scrivere: Lago Maggiore (non è un lago che si chiama semplicemente Maggiore; si può dire: Andare in barca sul Trasimeno, ma non già: Andare in barca sul Maggiore). Lo stesso Lago Maggiore è detto Verbano; in tale caso scriveremo: il lago Verbano.

Insomma: l’aggettivo non basta a creare, da solo, la definizione di un luogo, tranne quando, per molto uso, diventa sostantivo, e allora è come se fosse un nome.

Per esempio: l’Atlantico, il Pacifico, il Mediterraneo, perché possono semplicemente sostituire: l’oceano Atlantico, l’oceano Pacifico, il mare Mediterraneo.

 
 
 
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