
Quando si segnano e quando no.
Qualunque parola noi proferiamo, la voce posa su una vocale. Questa vocale su cui posa la voce può stare in fondo al vocabolo, cioè nell’ultima sillaba (libertà, virtù, amor); può essere nella penultima sillaba, come nella maggior parte dei vocaboli italiani (cammèllo, cavàllo, fiòre, vìta); oppure nella terzultima (non terz’ultima!) (anìma, sìmbolo, òttimo), o anche più indietro (non in dietro!) (ciò avviene però raramente), nella quartultima sillaba, come nelle voci verbali “cèlebrano, significano, òccupano”, o in certe composizioni di verbo e pronome, citiamo qui come esempi di vocaboli accentati nella quartultima sillaba: domàndaglielo, partèndosene, riscaldàndoselo.
Si definiscono:
"tronchi" quei vocaboli che hanno l’accento sulla ultima sillaba,
"piani" ----- penultima,
"sdruccioli" ----- terzultima,
"bisdruccioli" ----- quartultima.
La sillaba sulla quale posa l’accento si dice tònica, mentre quelle sulle quali l’accento non posa sono dette àtone.
Avrete notato, negli esempi, come del resto quotidianamente, quando leggete o scrivete, che il segno dell’accento, che pur sarebbe utile per non sbagliare nella pronuncia, non si sta lì sempre a scriverlo: si mette appena in certi casi.
Negli esempi, avete visto che c’era soltanto nei nomi “libertà e virtù”, cioè in due vocaboli tronchi (non in “amor”, pur essendo anch’esso un vocabolo tronco, ma qui la vocale non era l’ultima lettera: dopo l’o c’era una r).
Possiamo dunque stabilire che si segna l’accento sulla vocale di una parola tronca quando questa vocale è l’ultima lettera: libertà, virtù, mezzodì, caffè, arrivò.
Badate che l’obbligo di segnare l’accento su tutte le parole tronche non ha eccezioni. Ciò, bisogna dire soprattutto (non sopratutto!) a quei “distratti” che non mettono l’accento sulle parole tronche quando esse siano composte, e l’ultimo componente sia monosillabo che non vuole l’accento. E’ un errore da biasimare.
Si ricordi: anche se “tre” non vuole l’accento, lo vogliono tutti i suoi composti; perciò:
“ventitré”, trentatré, eccetera;
anche se “blu” non vuole l’accento, lo vogliono tutti i suoi composti: “rossoblù”, gialloblù, eccetera;
“re” non vuole l’accento, ma lo vuole “viceré”.
Come abbiamo visto, i vocaboli formati di una sola sillaba (cioè i “monosillabi”), come “re”, “Po”, “tu”, “ma”, “li”, non vogliono l’accento, perché tanto non si potrebbe sbagliare, essendoci una sillaba sola.
Tuttavia si ricorre al segno dell’accento quando due monosillabi che si scrivono nello stesso modo hanno significati differenti.
Per esempio:
“di” preposizione (la casa di mio zio) si scrive senza l’accento, invece quando significa giorno (restammo in casa dì e notte) si mette l’accento.
Per uso di pratica consultazione diamo qui sotto un duplice elenco di monosillabi, distinguendo quando l’accento si deve e quando non si deve assolutamente segnare.
SENZA ACCENTOCON ACCENTO
Da (preposizione); dà (voce del verbo dare); Vengo da casa. Nessuno mi dà retta.
Di (preposizione); dì (nome giorno): Città di Roma. Attesi tutto il dì.
La (articolo); là (avverbio di luogo): Aprimmo la finestra. Aspettami là.
Li (pronome):lì (avverbio di luogo): Invano li aspettai. Giaceva lì sul tappeto.
Te (pronome): tè (nome di “bevanda”): Aspettavamo solo te. La padrona offerse il tè.
Si (pronome): sì (avverbio di affermazione): Il poveretto si uccise. Tutti risposero sì.
Ne (pronome): né (negazione): Ne vennero alcuni. Né uomini né donne.
Che (pronome o congiunzione): ché (congiunzione: perché): Can che abbaia non morde. Si sedette, ché era stanco. So che non puoi venire. Pallida, ché era malata.
E (congiunzione): è (voce del verbo essere): Gli uni e gli altri. Il padrone è assente.
Se (congiunzione):sé (pronome): Non so se verrò. Faceva tutto da sé. Acuto e grave.
Che differenza c’è tra l’accento con la punta in basso verso sinistra (é) acuto, e quello con la punta in basso verso destra? (è), grave?
•L’accento acuto sulle vocali “e” e “o” indica il suono stretto o chiuso;
•L’accento grave sulle vocali “e” e “o” indica il suono largo o aperto: perché, viceré, succedé, trentatré.
Il suono largo, da segnare con l’accento grave, soltanto in “è” (voce del verbo essere, e quindi anche in cioè), in pochi nomi tronchi di origine straniera: tè, caffè, canapè, lacchè, narghilè; e in alcuni nomi propri come: Mosè, Giosuè, Averroè.
La “o” finale ha invece normalmente suono aperto (accento grave): ohibò, amò, falò, comò, verrò.
E’ giusto usare sempre l’accento grave per la vocale “a”, il cui suono è sempre largo: città, là, càpita.
Sulla “i” e sulla “u”, poiché il loro suono è sempre stretto, ci sembra meglio ricorrere all’accento acuto; ma nella pratica molti preferiscono l’accento grave.
Da segnalare ad esempio che “l’accetta” (cioè la scure del boscaiolo) ha suono diverso di “accetta” (voce del verbo accettare), il primo vocabolo si pronuncia “accétta” (suono chiuso), e “accètta” (suono aperto).
Lasciamo per ultimo, perché in italiano è quasi in disuso, l’accento circonflesso (^). Si usa talvolta per segnalare una contrazione di lettere, particolarmente in poesia. Tale accento è usato nella lingua francese. Un tempo si ricorreva all’accento circonflesso, da parte di taluni (non era infatti una norma tassativa), per contrassegnare il plurale dei vocaboli terminanti in –io non accentato. Ma ormai l’accento circonflesso (come anche la dieresi) non è più usato.