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L'occhio che scrive

Post n°66 pubblicato il 16 Giugno 2018 da touchstone0
 

Prefazione di Marco Belocchi ai racconti
Auto-pseudo-bio-grafo-mania
di Lorenzo Pompeo
Edizione Ibiskos

Conosco Lorenzo Pompeo da molti anni e insieme abbiamo condiviso diverse esperienze letterarie: siamo stati tra i fondatori del LARP (Laboratorio aperto di ricerca poetica) che nei primi anni novanta visse alcune felici stagioni prima di disgregarsi in mille rivoli. Ma con Lorenzo ho mantenuto una relazione durevole, vuoi per la comune passione per la letteratura, vuoi per l'altrettanto "deleteria" passione per il teatro. Così ci siamo ritrovati a scrivere testi teatrali, talvolta un po' scombinati, talvolta con felici intuizioni, fino a condividere poi le nostre conoscenze cinematografiche e a farle confluire nella cura di rassegne di cinema contemporaneo, soprattutto dell'Europa orientale.

Già l'Est. Perché Lorenzo Pompeo, non va dimenticato, è soprattutto uno slavista, un profondo conoscitore di lingue poco frequentate in Italia quali il polacco, l'ucraino e il russo. E da queste culture, da queste parole, da questi popoli, ha introitato un gusto, e forse una visione della vita - che noi assaporiamo quasi solo attraverso i grandi narratori russi dell'ottocento - che in qualche modo, inconsciamente mi verrebbe da dire, restituisce nella sua scrittura, con quell'ironia amara, al limite del burlesco che ritroviamo nei primi racconti di Cechov o nei vagabondaggi tra le morte anime gogoliane. Quell'osservazione della realtà attraverso punti di vista diversi, ruotando lo sguardo di 90° per scoprire meccanismi apparentemente celati, ma che una visione solo appena più attenta ne rivela tutta la loro assurdità. Quasi tutti i racconti di questa raccolta hanno in comune l'atto del guardare, l'occhio ha la sua parte, l'abitudine da cinefilo consumato di soffermarsi sui dettagli dell'inquadratura, in questo caso della vita, del quotidiano, denunciarne gli ingranaggi senza avere la pretesa di risolverne le infinite contraddizioni, ma sottoponendole ad uno sguardo da entomologo.

Ma il guardare, per l'autore, presume in questo caso anche un altro atto fondamentale: essere guardati, la sensazione terribile che mentre noi siamo intenti a compiere con attenzione l'atto di osservare, c'è qualcun altro che osserva noi con la stessa curiosità e ironia un po' beffarda, come nel racconto Oggi sono nervoso. Sì, perché se il guardare nasce da un distacco ironico dalla realtà, necessario per sopravvivere nell'assurdo quotidiano, questo atteggiamento non può a sua volta non generare inquietudine, quel "nervosismo" del vivere che ci fa sentire sempre inadeguati, sempre in anticipo o in ritardo, fuori in ogni caso dal convulso, affannoso mondo contemporaneo. Ed ecco allora i brevi tratteggi di una fila alle poste, del rapporto disturbato con un aspirapolvere o con la telecrazia.

Il vero nocciolo di questa raccolta di racconti risiede però nella maniacale, e nello stesso tempo irrinunciabile, dipendenza dalla letteratura, che è poi il vero quotidiano di Lorenzo Pompeo, anche questa una relazione ossessiva, con lo scrivere, il dover scrivere, il tradurre immerso negli etimi e nei trattati in un rapporto fagocitante e assoluto (non dimentichiamo che Pompeo è anche curatore di ben due vocabolari!). Ed eccolo allora esordire, nel racconto che non a caso dà il titolo alla raccolta, con la frase sintomatica: "La letteratura è un mostro che inghiotte le teste degli scrittori", ma, aggiungo, gli scrittori non possono far a meno di essere inghiottiti e di cibarsi a loro volta di letteratura, di libri, di parole. In La confessione di un intellettuale, Pompeo esce decisamente allo scoperto e dichiara, attraverso l'io narrante del protagonista, che il suo vero male sono proprio i libri, "quell'oggetto tanto prezioso quanto inutile che orna i salotti, che riempie gli scaffali delle biblioteche e delle librerie"; un male che nasce pian piano e s'insinua subdolamente sin dalla prima gioventù per poi dilagare nel marasma letterario, dove un titolo tira l'altro, consumando la lettura come un vizio assurdo, che non ha fine perché "tu leggi un libro e poi ti accorgi che ne hanno pubblicati altri due, quattro, sedici , trentadue e così via. Loro lo sanno che non li potrai mai leggere tutti...". Il male di chi è divorato da un tal genere di febbre, di incurabile malattia è proprio questo: l'amara consapevolezza di non poter riuscire a leggere mai, a meno di non essere immortali, tutti i libri, di non approdare mai a quel gradino di Conoscenza, a quell'agognata ultima e definitiva pagina che è il traguardo del lettore accanito.
Così, conclude ironicamente Lorenzo, bisognerebbe convincere i vostri figli a smettere di leggere, a non lasciarsi travolgere da questa insana passione, ne andrebbe forse della loro possibile felicità!


 

 
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