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Post N° 869

Post n°869 pubblicato il 31 Ottobre 2008 da mimbulus

Compagnia del Teatro dell’Argine

ODISSEA
scritto, diretto e interpetato da Mario Perrotta

musiche originali composte ed eseguite da
Mario Arcari (clarinetto, oboe, percussioni)
Maurizio Pellizzari (chitarra, tromba)

aiuto regia Paola Roscioli




Lo spettacolo

“Questa sera mi affitto due musicisti, li porto nella piazza del paese e faccio il botto! ‘Stasera succede un casino,,,”. Così entra in scena Telemaco - figlio di un Ulisse mai tornato - e comincia il suo spettacolo d’arte varia. Non risparmia nulla, a sé stesso e agli altri: racconta, come sa e come può, la sua versione dei fatti. E ogni sentimento si fa carne viva sulla scena e diventa corpo, parole in musica, avanspettacolo, versi sciolti e danza, odissea a brandelli di un ragazzo che non sa tenere insieme i cocci di una storia - quella di suo padre - che non sta più in piedi. Per Telemaco il tempo dell’attesa è scaduto: è ora di fare spettacolo.




La mia Odissea

C’è un personaggio nell’Odissea che, da sempre, cattura la mia attenzione, un personaggio che molti non ricordano neanche: Telemaco.
Ho provato a chiedere in giro e, difatti, molti ricordano il cane di Ulisse - Argo, mi pare... - ma non il figlio. Io, invece, ne ho sempre subito il fascino, perché la sua attesa è carica di suggestioni. Telemaco non ha ricordi di Ulisse, non l’ha mai visto, non sa come è fatto, non sa il suono della sua voce: per Telemaco, Ulisse è solo un racconto della gente.
Ed è proprio questa assenza ad aprire infinite possibilità nei pensieri di Telemaco. Lui è l’unico personaggio dell’Odissea che può costruire un’immagine di Ulisse calibrata a suo piacimento. I pensieri di Telemaco, forse, sono l’unico luogo dove Ulisse può essere ancora un eroe.
Ma gli eroi durano il tempo di un romanzo e questo Telemaco lo sa...
E’ così che ho disancorato Telemaco dal tempo degli eroi e l’ho trascinato qui, nel ventunesimo secolo, avvilito da una madre reclusa in casa; assediato dalla gente del paese che, non sapendo che fare tutto il giorno al bar della piazza, mormora della sua “follia” e della sua famiglia mancata; circondato dal mare del Salento, invalicabile e affamato di vite umane. Solo così potevo immaginare un’odissea mia, contemporanea, solo portando la leggenda a noi, in questo nostro tempo così disarticolato e privo di certezze.
E dunque si mescolano nello scrittura il mito e il quotidiano, Itaca e il Salento, i versi di Omero e il dialetto leccese, legati insieme da una partitura musicale rigorosa, pensata ed eseguita dai musicisti che mi accompagnano in questo lavoro e diventano anch’essi, con i loro molteplici strumenti, voci musicali del racconto.

Mario Perrotta

 
 
 
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