Quando lo conobbi Agrippino, quindici anni fa, aveva una bancarella di libri. Vendeva libri nuovi a metà prezzo, vicino alla piazza principale della città. Tra i volumi campeggiava un esplicito cartello a stampatello in lettere maiuscole "libri nuovi a metà prezzo tutti meno uno", senza virgole e con vago disinteresse per la sintassi, scritto con pennarello blu. Guardai a lungo tra quei volumi, gettando ogni tanto uno sguardo a colui che pensavo essere l'autore del cartello, nonché il proprietario della bancarella, che leggeva comodamente seduto incurante dei curiosi che si avvicinavano ai suoi libri. Ogni tanto qualcuno lo interpellava per chiedere libri dai titoli fantasiosi tipo "Come curarsi con l'insalata" o "Storia delle dottrine economiche nella Russia dell' Ottocento" o per acquistare l'ennesimo libro per bambini irrequieti e scalpitanti, e lui, senza alzarsi dalla sua pieghevole, abbassava il libro e i suoi occhiali dorati e apriva il suo viso ad un innocente sorriso spiegando che quel libro non l'aveva e magari avrebbe guardato "in magazzino" o prendendo i soldi che gli venivano porti. Aveva un viso abbronzato per la stagione, era la fine di aprile, ed i suoi lineamenti scolpiti facevano pensare ad una maschera egizia o precolombiana. Gli avrei dato poco più di quarant'anni, seppi dopo che ne aveva quasi cinquanta. Quando il movimento intorno a me si affievolì, presi il libro che avevo scelto, l'unico che mi aveva incuriosito, e glielo porsi a mia volta. "Quello è a prezzo intero", mi disse sorridendo. E non potei non notare una punta di rincrescimento nelle sue parole. "Lo avresti detto di qualunque libro avessi preso?", risposi con un sorriso forse ancor più complice del suo. "No, è che quello che hai in mano è il mio libro". Guardai istintivamente e con incredulità il libro che avevo in mano. Era un libro di poesie, piccolo e bianco, con un disegno di Dario Fo in copertina, un piccolo schizzo a china raffigurante un uomo, e la prefazione di Renato Curcio. Avevo velocemente letto qualche poesia e ne avevo tratto un senso di crudezza e di disperazione che gareggiava col mio. Cominciammo a parlare, del libro, di lui, della sua storia. Aveva poggiato il libro che stava leggendo e si era tolto gli occhiali. Si era alzato, ed avevo visto il suo corpo massiccio contorto e affaticato. Parlammo a lungo, parlammo del mondo sempre più lontano da se stesso e da una qualsiasi forma di equilibrio e di giustizia, di ogni tentativo di rinnovamento, delle religioni, dell'uomo, delle ideologie, della sua scelta della lotta armata in quelli che una cultura egemonica e riduttiva aveva definito "gli anni di piombo". Dei suoi trascorsi di ladro comune prima, di ladro d'arte poi, della galera, della politicizzazione, delle azioni armate, della violenza e delle speranze di quella e di altre generazioni, dei tentativi d'evasione spezzati da tredici pallottole nella schiena. Dei compagni e delle compagne morti, dissociati, esiliati, agonizzanti in un mondo che non li aveva mai visti e mai li avrebbe voluti vedere.
Parlava piano, ma con voce decisa. Come dal profondo di se stesso, da un altrove che era dentro di lui e che ora fuoriusciva per caso, per curiosità, per il senso di un incontro, per antica abitudine al pensiero. Le sue parole divennero presto un fiume. Prima un fiume carsico che serpeggiava sottile sottoterra e che poi veniva allo scoperto e s'ingrossava e s'infilava dentro di me, quasi senza passare dalle mie orecchie, entrando nella mia mente come un lungo fiume tranquillo che non trova ostacoli o se li trova li allaga, li travolge dolcemente, inarrestabile inondatore. Benché inizialmente avessi tentato di opporre le mie ragioni e le mie contestazioni al suo fluire intercalando il mio pensiero, mi ritrovai presto ad aver aperto tutte le dighe per facilitarne il passaggio, ad assorbire come un prato assetato d'acqua, a lasciar scorrere ciò che non riusciva a penetrare o io a capire. Ho spesso ritrovato in seguito qualcosa di ciò che mi aveva detto come incastrato in qualche angolo del mio cervello, riemerso dopo una lunga apnea, nuovo come una vecchia verità. Nelle sue parole non c'era indulgenza od accusa. Non distribuiva torti e ragioni, non distingueva violenza da violenza, ingiustizia da altre ingiustizie. Ad ognuno in quegli anni era toccato il suo ruolo, ognuno aveva interpretato quel ruolo come i tempi gli avevano permesso di fare, senza riuscire ad inventarne di nuovi, ognuno aveva creduto e agito e imprigionato e sparato e ammazzato per se stesso, probabilmente lontano da ogni possibilità di conoscere e di conoscersi. Senza poter davvero essere se stesso. Ed il mondo non era migliorato neanche un po'.
Ventidue anni e mezzo e la scoperta della poesia e della pittura gli avevano insegnato solo una cosa. Che quella violenza non aveva reso nessuno un uomo migliore né la società più giusta. Poi l'amore, certo. Poi aveva riscoperto l'amore. E i figli, che sarebbero diventati presto sei con la sua nuova compagna. E che avrei visto indiavolati angioletti correre incessantemente per casa e per ogni dove. Sopravvissuto a vent'anni di solitudine forse perché aveva imparato ad abbracciare la follia senza temerla.
Da quel giorno abbiamo parlato spesso, discusso a lungo, polemizzato insieme, siamo stati insieme in vacanza e abbiamo diviso giornate di stanchezza e di esaltazione. Fumato e bevuto fino all'alba davanti ad una tavola disordinata o ad una campagna silenziosa. O al mare d'inverno. Da soli o con nuovi improbabili amici.
Già allora Agrippino non credeva più in nessuna rivoluzione che non partisse dal profondo bisogno di conoscere se stessi. Morire al passato e rinascere al presente. Perché nessuna politica, nessuna religione, nessuna filosofia sono in grado di dare dignità all'uomo senza la rimozione di un atteggiamento egoico promosso da tonnellate di pregiudizi, di tabù, di morali spacciate per verità ma che costringono il mondo interiore al silenzio dell'ignoranza. E' la sola rivoluzione che abbia deciso di vivere in questa civiltà spettrale che vaga nei labirinti del proprio inconscio collettivo. E l'avrebbe fatto dannatamente, ostinatamente e silenziosamente negli anni a venire. Concedendosi solo il lusso di diventare fiume attraverso le sue poesie, i suoi quadri, le sue parole che spesso ostinatamente e silenziosamente e dannatamente regala a chi le vuol sentire e a me.
Ad Agrippino che oggi fa sessantacinque anni e li ha vissuti tutti. Che ha cercato e cerca l'infinito dentro uno spazio negato. E che vuole ancora cambiare il mondo. "Cane bastardo che va alla ricerca dell'ultimo orizzonte".
Senza remare
se spargi i tuoi pensieri
come cenere al vento
scopri la tua fiaba segreta
vivere la vita senza scopo
senza fine
non cercare meta
e se modelli il vaso che ti fascia
sarà verso felice il tuo cercare
il tempo non ha tempo
per narrarti
scivola dentro i flussi della mente
senza remare
sì senza remare
(A. C. 1986)
Inviato da: mary.shelley
il 04/11/2009 alle 16:14
Inviato da: infinito.Garbo
il 03/01/2009 alle 13:41
Inviato da: m.oebius
il 03/10/2008 alle 10:47
Inviato da: l_assedio
il 30/09/2008 alle 20:06
Inviato da: m.oebius
il 23/06/2008 alle 12:54