Cara Maria,
è qui che ti ho incontrata la prima volta. Su questo autobus. E' un anno esatto, oggi. O meglio è un anno esatto da che ci siamo parlati. Prendevamo quest'autobus tutte le mattine, da fermate diverse. Quando salivo io tu eri già su. Quell'inverno faceva freddo ed io non usavo la bicicletta per andare al lavoro. E poi mi avevano da poco rubato una ruota. Non ci incontravamo tutti i giorni, a volte facevo tardi o a volte facevi tardi tu. Quel giorno non scesi alla solita fermata, e rimasi seduto, vicino alla porta, dove mi mettevo spesso. Eri seduta e ti alzasti e ti avvicinasti a me. Mi chiedesti perché non fossi sceso lì come al solito. La sorpresa per quelle parole mi fece rispondere senza pensarci e senza pensarci ti dissi la verità: "non vado al lavoro oggi". "E dove vai?". "Dalla mia ex fidanzata a recuperare un libro". Mi dicesti che allora saremmo scesi insieme, perché dopo la mia fermata c'era solo il capolinea. Sorrisi in maniera un po' idiota mentre ti guardavo. Ti avevo già vista, certo. Ti avevo già guardata altre volte. Non potrei dire che fossi bella, o almeno non era la tua bellezza che mi aveva colpito. Avevo notato i tuoi occhi, certo. Verdi di un verde selvatico. E avevo già visto come si muovevano incessanti e curiosi a cercare ogni possibile varco intorno a te, sull'autobus. E la tua pelle. Di un bianco quasi esagerato, come se esteriormente fossi ancora un cucciolo di uomo. Una volta, una sola volta, mi ero seduto accanto a te sull'autobus. Non c'era altro posto, e quella mattina ero già stanco. Avevo fatto tutto il tragitto in ansia, attentissimo a non sfiorarti neanche alle frenate e alle svolte brusche dell'autista. Ed avevo evitato di guardarti in viso, quella volta. Ora mentre ti guardavo mi sembravi bella come non eri mai stata. Pensai nella mia confusione se dovevo provare a proporti un caffé. Ma forse tu avevi fretta, dovevi andare al lavoro. E poi cosa ti aveva fatto parlare? Forse solo la curiosità per chi fa qualcosa di diverso da ciò che fa tutte le mattine. "Stacco alle cinque. Passa a prendermi", dicesti appena scesi. "Ecco perché non ti ho mai vista al ritorno. Io stacco sempre alle sei". Mi spiegasti dove passare mentre non smettevo di guardarti il viso pallido e gli occhi sempre sfuggenti.
I tuoi occhi e la tua pelle li ho guardati, e li ho visti, per un altro mese. Intero. Tutti i giorni. E molte mattine, quasi tutte, abbiamo preso insieme quell'autobus che ci portava al lavoro, uscendo ancora frastornati e assonnati da immersioni profonde. Notti passate ad esplorare fondali meravigliosi e sconosciuti. E scogli a cui dedicare i nostri destini di naufraghi.
Un giorno mi hai guardato per un attimo in un modo diverso, poi hai distolto gli occhi. Non sapevo fosse l'ultima volta che mi avresti guardato. Mi hai detto solo "mi sono innamorata di te". Stavo per sorriderti, non mi ero accorto davvero fino a quel momento che ero innamorato di te da prima di conoscerti. "E non sopporto tutto questo dolore...perché tutto fa un po' male e io non ce la faccio...".
Non capii subito cosa volessi dire. Avevi iniziato a piangere e già i tuoi occhi guardavano ovunque meno che verso di me. Mi parlasti di un bastardo e di uno svitato che aveva insistito per avere un figlio da te. Dello sporco che avevi dentro -sì, dicesti proprio "sporco", ed io pensai solo ad una grossa macchia marrone che non capivo come potesse star dentro a tutto quel bianco-, di come fossi sbagliata, vigliacca, prigioniera. E di come ti fosse impossibile non tradire. E appartenerti.
Tentai goffamente di dirti che nella vita si può scegliere. Farneticai che si può imparare ad accettarsi, almeno un po', e che fare delle scelte significa crescere e imparare ad appartenersi. Forse non mi ascoltavi già più. I tuoi occhi erano già partiti per non so dove. Sentivo che ti sentivi in colpa, e questo aumentava il senso d'impotenza e la smania di voler far qualcosa. Non riuscivo a toccare le tue mani, le tue vene bluastre un po' esposte sul dorso della mano e sul polso, come avevo fatto in tante notti. Cercavo con gli occhi la macchia marrone, ma per quanto mi sforzassi vedevo solo pochi nei affiorare nel mare. Stavo per annegare quando fuggisti via. "Non ce la faccio...".
L'autobus si ferma e riparte. Tu non l'hai più preso. E anch'io non lo prendo più. Ho aggiustato la bicicletta e ho cambiato lavoro. Non ti ho trattenuta. Non l'ho mai fatto. Non ne sono mai stato capace, e forse è l'unica cosa che so fare bene.
I miei occhi marroni si muovono incessanti nell'autobus che non prendo più. A guardare quello che tu guardavi. A cercare quei varchi che tu forse vedevi, in cui tornare a respirare. In cui le macchie marroni si perdono nel bianco del tuo viso.
Inviato da: mary.shelley
il 04/11/2009 alle 16:14
Inviato da: infinito.Garbo
il 03/01/2009 alle 13:41
Inviato da: m.oebius
il 03/10/2008 alle 10:47
Inviato da: l_assedio
il 30/09/2008 alle 20:06
Inviato da: m.oebius
il 23/06/2008 alle 12:54