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Post N° 9

Post n°9 pubblicato il 26 Giugno 2007 da geko1963
 

 La teoria del controllo sociale

  

   Si basa su una concezione più pessimistica della natura umana, considerata moralmente debole. Dato che l’uomo è più portato a violare che a rispettare le leggi, ciò che occorre spiegare è la conformità e non la devianza. La domanda che è necessario porsi non è «perché le persone commettono un reato?», ma «perché la maggioranza delle persone non lo commette?». La risposta è che queste persone sono frenate da qualcosa. I controlli sociali che impediscono loro di commettere un reato sono di vario tipo. Vi sono quelli esterni: le varie forme di sorveglianza esercitata dagli altri per scoraggiare ed impedire i comportamenti devianti. Vi sono quelli interni diretti, che si manifestano nei sentimenti di imbarazzo, di colpa e di vergogna che prova chi trasgredisce una prescrizione sociale. Vi sono infine quelli interni indiretti: l’attaccamento psicologico ed emotivo sentito per gli altri ed il desiderio di non perdere la loro stima e il loro affetto[1].

   Travis Hirschi è il maggiore esponente di questa teoria. Secondo lo studioso, il processo di formazione della devianza è da porre in relazione, prima che con la posizione occupata dal deviante nella struttura sociale, con la “forza del legame sociale”. Un adolescente ha tanto più probabilità di percorrere una carriera deviante, quanto minore è il suo legame con il mondo degli adulti: genitori, educatori, autorità istituzionali[2].

  

 

 La teoria della subcultura

 

   Molti studiosi hanno osservato che la devianza si apprende nell’ambiente in cui si vive. Se si commette un reato è perché la persona che lo commette si è formata in un ambiente criminale, in una subcultura che ha valori e norma di riferimento diversi da quelli della cultura generale.

   Questa idea è stata introdotta per la prima volta da Clifford Shaw e Henry Mckay, due sociologi americani della “Scuola di Chicago”, fondata da Robert Park, i quali condussero uno studio sulla città di Chicago. Dividendola in cinque zone concentriche, essi calcolarono il tasso di delinquenza di ogni area e conclusero che man mano che ci si allontanava dal centro, abitato per la maggior parte da immigrati di vari gruppi etnici, il tasso diminuiva, anche se la popolazione si era rinnovata col tempo. Ciò era spiegato dal fatto che vi erano quartieri favorevoli ad alcune forme di devianza e questo patrimonio culturale veniva trasmesso ai nuovi arrivati.

   Questa teoria è stata ripresa da Edwin H. Sutherland, il quale sostiene che la devianza non è ereditaria ma viene appresa attraverso l’interazione con altre persone. Quanto più una persona frequenta ambienti in cui prevale una cultura criminale, tanto più è probabile che essa diventi deviante. Per cui, non è deviante l’individuo ma il gruppo a cui appartiene.

 

 

       La teoria dell’etichettamento

 

Tale teoria, a differenza delle altre fin qui analizzate, le quali mettevano al centro dell’attenzione il comportamento criminale, si basa sul fatto che per capire la devianza è necessario tenere conto non solo della violazione, ma anche della creazione e dell’applicazione delle norme. La devianza non è altro che il prodotto dell’interazione fra coloro che creano e fanno applicare le norme e coloro che invece le infrangono. «La criminalità, e più in generale, ogni forma di devianza divengono pertanto il prodotto di una costruzione sociale e di un processo di etichettamento»[3]. Howard Becker è uno dei maggiori sostenitori della teoria. Egli ha scritto:

 

 « i gruppi sociali creano la devianza stabilendo le regole la cui infrazione costituisce la devianza e applicando queste regole a persone particolari, che etichettano come outsider. Da questo punto di vista, la devianza non è una qualità dell’azione commessa, ma piuttosto la conseguenza dell’applicazione, da parte di altri, di regole e sanzioni al trasgressore. Il deviante è uno cui l’etichetta è stata applicata con successo; il comportamento deviante è il comportamento così etichettato dalla gente[4].

 

   Ci sono due tipi di comportamento deviante: il comportamento obbediente e il comportamento trasgressivo. Per poter definire entrambi i comportamenti è necessario distinguere il soggetto percepito come deviante e il soggetto percepito come non deviante. Quest’ultimo, in riferimento al comportamento obbediente, è il tipo conforme, cioè colui che rispetta la norma; in riferimento al comportamento trasgressivo, è invece un tipo segretamente deviante, cioè commette un atto deviante, però nessuno lo nota, né reagisce come una violazione della norma. Per quanto riguarda invece il soggetto percepito come deviante, in riferimento al comportamento obbediente, è un tipo falsamente accusato, cioè gli altri vedono la persona come se avesse commesso un’azione scorretta, mentre in realtà le cose non stanno così; in riferimento al comportamento trasgressivo, è un tipo pienamente deviante, colui che infrange effettivamente la norma e gli altri lo definiscono tale.

   Un altro sostenitore della teoria è Lemert, il quale distingue la devianza primaria dalla devianza secondaria. Per devianza primaria s’intende l’allontanamento più o meno temporaneo, più o meno importante agli occhi di chi lo attua, da valori o norme sociali e/o giuridiche, attraverso un comportamento che ha «implicazioni soltanto marginali per la struttura psichica dell’individuo […][5]; la devianza secondaria si ha, invece, quando l’atto di una persona suscita una reazione di condanna da parte degli altri, che lo considerano un deviante e questa persona riorganizza la sua identità ed i suoi comportamenti sulla base delle conseguenze prodotte dal suo atto[6]. Se la polizia lo trova in flagranza di reato, mentre sta rubando in un supermercato, l’individuo viene arrestato e processato. L’immagine degli altri che avevano di lui cambia radicalmente. La stigmatizzazione che l’ha colpito lo farà sentire sempre più isolato dal resto della società e questo lo spingerà ad avvicinarsi a gruppi che hanno subito la stessa stigmatizzazione. In questo modo proseguirà una carriera deviante.

 

 La teoria della scelta razionale

 

   I sostenitori della teoria della scelta razionale considerano i reato come il risultato non di influenze esterne, ma di un’azione intenzionale adottata attivamente dagli individui. La convinzione è che l’individuo è un essere razionale, che agisce valutando costi e benefici ed è capace di scegliere liberamente se violare o meno una norma. Inoltre, secondo questa teoria, coloro che si dedicano ad un’attività illecita non sono sostanzialmente diversi dagli altri ed i motivi che li spingono verso la strada del crimine piuttosto che quella della legalità, sono gli stessi di quelli degli altri: la ricerca del guadagno, del potere, del prestigio, del piacere, ecc.

   Molte di queste idee sono state sostenute, alla fine del Settecento, da Cesare Beccaria in Italia e da J. Bentham in Inghilterra. Tuttavia sono state riprese e rielaborate nell’ultimo ventennio da alcuni sociologi.

   Nel contesto di questa teoria il Rational Offender richiama l’homo oeconomicus, in quanto anch’egli è libero e indipendente da condizionamenti sociali esteriori. L’individuo caratterizzato da una mentalità criminale (the Reasoning Criminal) è quello che calcola la possibilità di avere vantaggi con l’infrazione della legge[7].



[1] Bagnasco A., Barbagli M., Cavalli A., (2000), Corso di sociologia, pag. 208, Il Mulino, Bologna.

[2] Hirschi T., (1969), Causes of Delinquency, in Berzano L., Prina F., (1995), Sociologia della devianza, pag. 24, Carocci Faber, Roma.

[3] Vidoni Guidoni O., (2004), La Criminalità, pag. 17, Carocci Editore, Roma.

[4] Becker H., (1987), Outsiders. Saggi di sociologia della devianza, pag. 22, Edizioni Gruppo Abele, Torino.

[5] Berzano L., Prina F., (1995), Sociologia della devianza, pag. 122, Carocci Faber, Roma.

[6] Bagnasco A., Barbagli M., Cavalli A., Corso di sociologia, pag. 211, Il Mulino, Bologna.

[7] Berzano L., Prina F., (1995), Sociologia della devianza, pag. 23, Carocci Faber, Roma.

 
 
 
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IL MITO

 

HASTA SIEMPRE COMANDANTE GUEVARA

Il potere ha sempre paura delle idee e per arginare la lotta degli sfruttati comanda la mano di sudditi in divisa e la penna di cervelli sudditi. Assassinando vigliaccamente il Che lo hanno reso immortale, nel cuore e nella testa degli uomini liberi. Negli atti quotidiani di chi si ribella alle ingiustizie. Nei sogni dei giovani di ieri, di oggi, di domani!     

 

ART.1 L. 26 LUG 1975, N. 354

Il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto della dignità della persona.

Il trattamento è improntato ad assoluta imparzialità, senza discriminazioni in ordine a nazionalità, razza e condizioni economiche e sociali, a opinioni politiche e a credenze religiose.

Negli istituti devono essere mantenuti l'ordine e la disciplina. Non possono essere adottate restrizioni non giustificabili con le esigenze predette o, nei confronti degli imputati, non indispensabili a fini giudiziari.

I detenuti e gli internati sono chiamati o indicati con il loro nome.

Il trattamento degli imputati deve essere rigorosamente informato al principio che essi non sono copnsiderati copevoli sino alla condanna definitiva.

Nei confronti dei condannati e degli internati deve essere attuato un trattamento rieducativo che tenda, anche attraverso i contatti con l'ambiente esterno, al reiserimento sociale degli stessi. Il trattamento è attuato secondo un criterio di individualizzazione in rapporto alle specifiche condizioni dei soggetti. 

ART. 27 COSTITUZIONE

La responsabilità penale è personale.

L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.

Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.

Non è ammessa la pena di morte, se non nei casi previsti dalla legge (La pena di morte non è più prevista dal codice penale ed è stata sostituita con la pena dell'ergastolo)

 

TESTI CONSIGLIATI

Sociologia della devianza, L. Berzano e F. Prina, 1995, Carocci Editore.
Asylums. Le istituzioni totali: i meccanismi dell'esclusione e della violenza,
E. Goffman, Edizioni di Comunità, 2001, Torino.
Condizioni di successo delle cerimonie di degradazione
, H. Garfinkel.
Perchè il carcere?,
T. Mathiesen, Edizioni Gruppo Abele, 1996, Torino.
Il sistema sociale,
T. Parsons, Edizioni di comunità, 1965, Milano.
Outsiders. saggi di sociologia della devianza,
Edizioni Gruppo Abele, 1987,
Torino. La criminalità, O. Vidoni Guidoni, Carocci editore, 2004, Roma.
La società dei detenuti, Studio su un carcere di massima sicurezza,
G.M. Sykes, 1958. Carcere e società liberale, E. Santoro, Giappichelli editore, 1997, Torino.

 

 

 

 


 

 

 

 

 
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