Creato da Raf_ADMOpiemonte il 13/06/2007

Non siamo isole

Storia di un seme che morendo fa nascere un grande albero

 

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Vivere dopo un tumore

Post n°21 pubblicato il 29 Gennaio 2010 da Raf_ADMOpiemonte
 

Risale al 2006 il mio primo incontro con Loredana Ranni. Fa sempre un certo effetto incontrare di persona l'autrice di un libro, quando questo ti lascia un segno, ti permette di capire, ti riapre stanze dell'anima. Loredana sa scrivere anche perché è il suo mestiere, ma quando si parla di un'esperienza personale non è così scontato, saper scrivere, perché significa comunque doversi mettere a nudo.

In quell'anno il suo libro "Io, viva di tumore" era appena stato pubblicato e ebbi l'occasione di presentarlo per ADMO all'interno dell'iniziativa "Fogli d'autunno".

 Ho pensato di riprendere alcuni appunti che scrissi per quella serata. Spunti scaturiti dalla lettura, riflessioni personali e brevi assaggi:

 

Questa non sarà una presentazione in cui i protagonisti sono al di qua del tavolo e il pubblico ascolta e tace. Questo vuol essere un incontro, una condivisione delle esperienze drammatiche vissute da una donna, Loredana Ranni e da una famiglia come tante, la famiglia di Rossano Bella. In comune queste due storie non hanno l’epilogo, ma un filo conduttore, la lotta per sopravvivere e l’amore gratuito verso un prossimo che attraverso queste esperienze può trarre forza per continuare a lottare.

Questo libro, Io viva di tumore,  nasce da una promessa fatta da Loredana ad una compagna di stanza, di portare il suo racconto a tutti i malati e alle loro famiglie.

E’ difficile per chiunque parlare di leucemia, e chiamarla tumore forse fa ancora più male. Ma questo è la leucemia: un tumore del sangue che colpisce in modo subdolo senza che se ne conosca l’origine. E’ difficile parlarne sia per chi lo ha vissuto, combattuto, sconfitto, sia per chi ne è stato sconfitto. Quello però che è accaduto a queste persone, è stato che hanno avuto la forza di guardare in faccia la loro vita e la morte e prendere in mano il coraggio di voler andare avanti. Ma questo, nessuno lo può fare su due piedi. Tutti quando si trovano di fronte ad una diagnosi infausta provano lo stesso sentimento: paura.

 Loredana: qualche sintomo all’apparenza non preoccupante, gli accertamenti medici che stringono il cerchio, i dubbi, la paura, la corsa della mente verso il traguardo più terribile. Il simbolo matematico di uguaglianza tra i termini tumore e morte viene spontaneo porcelo, ma questo libro offre una chiave di lettura, senza voler proporre “insegnamenti o dimostrazioni per alcuno” (a pag. 10). Di certo quella di tumore è una diagnosi che cambia il modo di affrontare la vita, da subito:".... Mi ero letteralmente  tuffata nello studio della dottoressa e consegnando le lastre del radiologo, con le lacrime agli occhi le avevo detto di aver paura, tanta paura.<< Loredana, si metta in testa che esistono noduli benigni>>. Tutto il mio corpo scattò. Benigno è un aggettivo che, assieme a maligno viene attribuito al tumore. E’ come pensavo, quindi. Ho il cancro.” (a pag. 16).

Sin dalle prime pagine si capisce c’è un grande lavoro interiore. Questa donna riesce a presentare al lettore la sua vicenda, assolutamente drammatica nel suo svilupparsi rapido e implacabile, a tratti con una delicatezza che rende il peso degli eventi più lieve da sopportare, a tratti con una semplicità che mostra la cruda realtà. E la dolcezza con cui descrive gli stati d’animo dei familiari, con cui racconta le lacrime, i “bicchieri di lacrime” versati come unica via per esprimersi.

"Arrivò però la mia prima passeggiata a turbare il clima nel quale mi ero fatta una ragione di dover temporaneamente vivere. Il rischio di paralisi era stato scongiurato ma la lunga inattività aveva reso le mie gambe debolissime e incapaci di rimanere in posizione eretta. [...] L'infermiera mi costrinse ad arrivare fino al bagno per potermi lavare con il suo aiuto. Non pensò che io non potessi avere l'esatta cognizione del mio stato fisico, non essendomi mai vista e neppure sfiorata la testa. [...] Il trovarmi davanti allo specchio, dunque, scatenò la mia comprensibile reazione. I capelli erano stati completamente rasati. Una necessità della degenza in quel reparto sterile, avevano spiegato i medici a mia madre, che si era ostinata a chiedere di non tagliarli perché sapeva quanto io ci tenessi, una necessità che sarebbe comunque diventata un'inevitabile conseguenza della chemioterapia ad alti dosaggi alla quale sarei stata successivamente sottoposta. Il mio viso appariva incredibilmente gonfio e, l'occhio sinistro, era ridotto a una stretta fessura. Mi strappai il camice di dosso. Avevo grossi cerotti  ovunque, da alcuni dei quali uscivano sottili cannule. [...] Lanciai un grido muto, e togliendo la mano dal lavabo, mi lasciai cadere, iniziando un pianto altrettanto muto raggomitolata lì, sul pavimento. L'infermiera mi abbracciò e cominciò ad accarezzarmi la testa, tenendo il mio viso accanto al suo. L'affetto di quei minuti tuttavia, ho potuto comprenderlo molto tempo dopo." ( pagg. 32-33)

Il racconto di Loredana si snoda su diversi aspetti: il rapporto con la fede, i legami affettivi e umani che vengono stravolti, le cicatrici che rimangono. Conclude con un raggio di luce che penetra nel profondo del cuore del lettore. Diceva John Lennon "La vita e' qualcosa che passa mentre sei occupato a fare qualche cos'altro...". Quello che personalmente ho sempre sentito venendo a contatto con questi racconti, e prima ancora vivendo a fianco di Rossano la sua vicenda, è proprio racchiuso in quella frase. E finché non si passa vicino al “bordo estremo” della vita, spesso non si capisce come essa sia realmente un regalo. E aggiunge Loredana un commento semplice ma bellissimo: “I regali bisogna sempre e comunque scartarli con il sorriso sulle labbra”.

 
 
 
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