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Condanna a morte ( 11 capitolo )

Post n°3421 pubblicato il 11 Febbraio 2026 da paperino61to

Riassunto: Il commissario Berardi riesce a trovare il bando della matassa e a trovare le prove di chi ha commesso l'omicidio di Garzena. Pur con molte difficoltà da parte del prefetto e di Riva comandante del fascio della città. Importante è stata la testimonianza di Stella Fusino amica della Rosoni, quest'ultima assente in studio quando Berardi è venuto ad interrogare il personale dove Garzena era uno dei due titolari. La Rosoni è fatta oggetto di violenza da parte un misterioso uomo. La donna ricoverata all'ospedale viene rapita. Il commissario riesce a scoprire il luogo del sequestro e con i suoi uomini la libera, arrestando sia il sorvegliante che il proprietario della villa. Nella perquisizione viene scoperta la pistola che ha ucciso Garzena. Berardi riesce ad avere le impronte del presunto assassino con uno stratagemma. Le impronte sono compatibili con quelle trovate sulla pistola. Il processo a Perino viene anticipato e il questore avverte Berardi il quale si precipita in tribunale portando le prove che scagionano Perino.

 

“Ho fatto vedere a queste signore la fotografia dell’uomo che era entrato per la telefonata e l’hanno riconosciuto seppure quest’ultimo abbia tentato di non far vedere il suo volto”.

Nel frattempo è arrivato Tirdi con i due arrestati, la ragazza è rimasta fuori scortata da Mammoliti. La giuria domanda chi sono quelle persone, Bonetti si alza in piedi protestando a gran voce.

“Calma Bonetti, altrimenti dobbiamo chiamare un medico se continui ad arrabbiarti in questa maniera. Queste persone sono i testimoni che inchioderanno assieme ad un’altra persona che farà la sua apparizione tra poco, il vero assassino di Garzena. Entrambi sono coinvolti nel rapimento di una ragazza, questa ragazza è l’amante dell’assassino…”.

“Fai il nome Berardi, perché fino adesso hai solo fatto scena” mi urla contro Riva.

“Abbia pazienza caro Riva. Questa donna è stata fatto oggetto più volte di violenza da parte di questa persona finendo diverse volte all’ospedale. Per paura non lo ha mai denunciato, ma in diverse occasioni ha dovuto assentarsi dal lavoro e quando era presente piangeva. Lei lavorava allo studio di Garzena, e quest’ultimo si era accorto del cambiamento della ragazza ed è intervenuto domandando cosa stesse succedendo. La donna gli racconta tutto, e Garzena decide di intervenire e con questa decisione firma la sua condanna a morte. Questa persona sicuramente, anche su suggerimento di qualcuno, ma purtroppo questa cosa la posso solo supporre, ordisce il piano di come eliminare Garzena, ad entrambi fa molto comodo la sua morte".

Altro brusio, Riva si alza in piedi e urla di cacciarmi fuori dal tribunale, ma incurante continuo a parlare, due miliziani vengono intimati di fermarsi da parte della giuria.

“Continui commissario”.

“Questi signori presenti in aula sono i carcerieri dell’ amante dell’assassino di Garzena come ho già detto: Carlo Trucchini, delinquente di poco conto e Elmo Varalda, che come immagino sappiate è l’assistente giudiziario del giudice Lenzi, nonché proprietario della villa dove abbiamo ritrovato la ragazza sequestrata”.

Lenzi si alza in piedi e mi minaccia con la mano urlando che sto mentendo, che se continuo mi farà arrestare.

“Ambedue hanno confessato il crimine, ed è interessante soprattutto la confessione di Varalda”.

Mi avvicino al bancone della giuria e consegno la copia delle confessioni firmate, poi faccio entrare Mammoliti con la ragazza.

“Signori vi presento la signorina Lidia Rosoni, l’amante e vittima del giudice Lenzi, vi prego di ascoltarla molto attentamente”.

La donna seppur spaventata e timorosa, racconta tutta la sua triste storia. Diverse volte Lenzi tenta di impedirle di parlare ma lei ha continua e alla fine prendendo coraggio lo guarda in volto e le domanda se l’avrebbe uccisa visto che sapeva benissimo che era stato lui ad uccidere Garzena. In aula cala il silenzio, tutti guardano il giudice Lenzi, il quale non apre bocca, lo sguardo è assente, si guarda intorno alla ricerca di un aiuto, di qualche persona che possa darle una mano. Riva assieme a Bonetti si alzano ed escono dall’aula. La moglie di Garzena si avvicina e mi stringe la mano ringraziandomi, non degna di un occhiata l’assassino di suo marito, domanda soltanto a Solaro che abbia una punizione congrua per ciò che ha fatto, l’uomo le promette che avrà ciò che merita. Posso immaginare quale punizione avrà. La Rosoni timidamente mi ringrazia di averla liberata da un incubo e mi abbraccia.

“Signori, visto le prove portate dal commissario all'unanimità decretiamo che l’imputato Davide Perino venga prosciolto da ogni accusa a suo debito e che venga immediatamente scarcerato. Per quanto riguarda il giudice Lenzi il suo processo inizierà oggi pomeriggio!”.

Perino non smette di piangere e assieme a lui la fidanzata presente anche essa in aula. “Commissario non smetterò mai di ring…”.

“Perino, volevi mica che ti lasciassi portare al patibolo senza fare nulla? Poi il merito è anche di Tirdi e di tutti i colleghi che hanno sempre creduto alla tua innocenza”.

Solaro si avvicina e mi domanda se può stringermi la mano, poi chiede spiegazioni in merito alla persona che ha suggerito di eliminare Garzena.

“Purtroppo non ho prove concrete ma non credo di sbagliare che sia stato Riva, era geloso che il rivale andasse a finire a Roma al posto suo, e sicuramente Lenzi non dirà nulla in merito, ha una sua concezione sul valore della fedeltà agli amici. Inoltre ho come impressione che abbia avuto un trauma violento e che la sua mente, seppure già malata e violenta non sia più presente in lui”.

“Può darsi, ma ciò non gli salverà la vita, credo che i giurati abbiano già decretato la sua condanna a morte, il processo è solo una pura formalità. E’ stato in gamba commissario, ammetto il mio errore di giudizio sul suo collega, le prove che ha sottoposto erano convincenti”.

Non rispondo in merito al suo errore, faceva comodo anche a lui avere una persona che venisse condannata, lo richiedeva il partito, lo richiedeva il Duce e il ministero di grazia e giustizia. In fondo alle scale del tribunale vedo il mio amico della stampa.

“Allora Marco, la promessa la devi mantenere”.

“Le mantengo sempre le promesse, andiamo a pranzo ti porto da mamma Gina, ci sei mai stato?”.

Ci avviamo verso Piazza Vittorio, mentre dei fiocchi di neve iniziano a scendere, credo che entro breve il manto stradale sarà completamente imbiancato. 

                                            Fine 

 

Un grazie a tutti voi che avete seguito questa nuova indagine del commissario. I nomi dei personaggi ovviamente sono inventati, tranne due che sono realmente esistiti: Riva comandante del fascio di Torino e Solaro commissario federale e segretario provinciale del partito fascista.  

 
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Condanna a morte ( 10 capitolo )

Post n°3420 pubblicato il 10 Febbraio 2026 da paperino61to

Riassunto: Le indagini per scagionare Perino da una condanna a morte hanno portato il commissario Berardi ad una villa fuori Torino. Grazie alla testimonianza della signorina Fusino, il commissario scopre che una dipendente: Lidia Rosoni dello studio Garzena è ricoverata all'ospedale per maltrattamenti da un misterioso uomo. La Fusino ha il sospetto che l'omicidio dell'avvocato Garzena sia da attribuire a quest'uomo, infatti la sua amica si era confidata con la vittima. Berari e Tirdi si recano all'ospedale ma la ragazza è scomparsa, portata via da un uomo. Viene a sapere che la Rosoni era andata con l'amante dalle parti di Pecetto e la stessa cosa l'aveva fatto Garzena con dei suoi amici. Berardi si reca in questa zona e scopre una villa che sembra disabitata, ma viene a sapere che non è esattamente così. Prende nota del nome del titolare della villa è viene a sapere che questa persona è vicina ad un amico di Garzena. Ora si tratta di vedere se quest'ultimo è realmente implicato nell'omicidio. Ordina a Mammoliti di seguire questa persona e viene a sapere che si era recato in questa villa. Il commissario con Tirdi e i due colleghi presenti sul luogo entrano in villa. La Rosoni era prigioniera sorvegliata da un malfattore. Quest'ultima sotto pressione da Berardi convoca il titolare della villa: un certo Elmo Varalda. Costui dapprima nega il coinvolgimento nel rapimento della ragazza poi confessa. Nel frattempo la perquisizione in villa porta alla scoperto la pistola usata per uccidere Garzena. La Rosoni verrà nascosta da degli amici di Tirdi. 

 

 

Ci allontaniamo nel silenzio della notte, una sottile pioggia scende su Pecetto. Nel tragitto verso la questura, decido di fermarmi a un bar per fare una telefonata. Esco e mi rivolgo ai colleghi della camionetta:”Andiamo a Rivoli al commissariato.

I due arrestati verranno presi in consegna e messi in cella dai nostri colleghi”. Tirdi mi domanda se è il caso di portarli a Rivoli.

“Credo di si, potrebbero esserci delle talpe in questura o qualcuno che tenga d’occhio chi entra e chi esce. Mi fido di Giarpi, è un ottimo elemento. Dopo che hai portato la ragazza dai tuoi amici vai subito alla scientifica e fai rilevare le impronte sulla pistola”.

Avverto il questore degli avvenimenti, un sorriso compare sul suo volto.

“L’unica cosa ora è avere un’impronta da comparare con quella che si troverà sulla pistola sperando che l’assassino non abbia usato il guanto”.

“Lo escludo altrimenti non l’avrebbe nascosta. Questo errore le costerà caro! Io andrò alla sua abitazione e vedrò di prendere qualche suo oggetto”.

“E’ un rischio lo sa?”.

“Non ho molte alternative”.

La fortuna è dalla mia parte, l’uomo non c’è e neanche la moglie. Mi apre la domestica, la quale non mi aveva visto il giorno in cui sono venuto con Tirdi, ed io mi invento una piccola bugia oltre che fornirgli un nome falso. Mi fa accomodare nella sala poi mi domanda scusa ma deve finire le pulizie. Aspetto che si allontana poi entro nello studio, vedo delle penne sul tavolo e ne prendo una, noto anche un bicchiere sul tavolo accanto, ha ancora qualche goccia di liquore, ne sento l’odore. Dopo dieci minuti avverto la domestica che non posso più aspettare:” Vorrà dire che gli farò una sorpresa un’altra volta...mi raccomando signora non dica nulla della mia visita”.

“Stia tranquillo non dirò nulla, anche io adoro fare le sorprese”.

Mi spiace prendere in giro una brava donna ma non potevo fare diversamente. Mi reco alla scientifica e consegno gli oggetti presi.

“Commissario ti dedichi anche al furto ora?”.

“Non fare lo spiritoso, sulla pistola hai trovato delle impronte?”.

“Si! Chiare e limpide, e vorresti che controlli se sono uguale a quelle sugli oggetti?”.

“Esatto! Io aspetto nel corridoio, non credo che ci voglia molto”.

“No, una mezz’oretta al massimo”.

Cammino nervosamente, prendo l’ennesimo caffè ma dopo pochi sorsi butto via il bicchiere, mille pensieri passano per la testa.

“Entra pure ti consegno il referto”.

Le impronte sono simili, ho trovato l’assassino! Abbraccio il collega il quale sorride, anche lui sa che Perino è scagionato dall’accusa di omicidio. Torno di corsa in questura e vado dal questore, il quale dopo aver letto il referto della balistica, mi domanda come intendo regolarmi con il processo.

“So che inizia dopo domani, mi ha chiamato il prefetto. Ha fatto delle domande su di lei e sullo svolgimento delle indagini ma sono stato evasivo, mi ha dato l’impressione che era gongolante”.

“Con le prove che abbiamo non potranno fare altro che scarcerare Perino”.

“Come si comporterà con Solaro e Riva?”.

“Il primo detesta il secondo, e prove del coinvolgimento di Riva nell’omicidio non ne ho, anche se ipotizzo che una parolina su come eliminare Garzena l’abbia messa”.

“Faccia attenzione Berardi lo sa anche lei che è gente che non scherza. Sentirà la vedova per dargli la notizia?”.

“No! Non vorrei che facesse qualche sciocchezza, immagino che sarà in aula, solo in quel momento scoprirà chi le ha ucciso il marito”.

Torno a casa da Maria, sono stanco ma la vicenda non è ancora finita, ora viene la parte difficile, riuscire ad incastrare il vero assassino. Vero che le prove sono schiaccianti, ma costui è un pezzo importante nel partito in città e ha diversi appoggi a Roma, anche se credo che come sempre quando la nave affonda i topi scappano. Verso metà mattinata il questore mi avverte che il processo a Perino è iniziato prima del previsto.

“Mi ha chiamato Solaro, è iniziato da meno di un’ora”.

Mi esce un’imprecazione e chiamo Tirdi: “Corri a Rivoli a prendere gli arrestati e manda Mammoliti dai tuoi amici, deve venire in tribunale con la ragazza, io corro immediatamente in tribunale”.

Tiro fuori dal cassetto della scrivania le prove che abbiamo, le metto in una borsa e corro fuori dalla questura. In capo a una decina di minuti sono in tribunale, l’agente che guidava sale con me. Due miliziani sono davanti alla porta,cercano di bloccarmi.

“In nome del popolo italiano e dei poteri conferitemi dal Duce io condanno Davide Perino alla pena capit...ma cosa sta succedendo? Chi è che grida?”.

Con l’aiuto del collega riesco ad entrare, un brusio si alza dai banchi, la giuria composta dal Presidente (generale delle Forze Armate) che coadiuva Lezzi , cinque giudici (ufficiali delle Forze Armate, della Milizia, della Gendarmeria, magistrati civili e militari), e un relatore senza voto. Il giudice Lenzi mi guarda con aria mista tra la sorpresa e l’odio. Prendo la parola domandando scusa alla giuria.

“So che la mia entrata in aula è poco ortodossa, ma sono stato costretto per impedirvi di condannare un innocente”.

“Lei farnetica Berardi, oramai la sentenza è stata data”.

Solaro si alza e dice chiaramente che nessuna sentenza è stata ancora effettuata e di lasciami parlare.

“La ringrazio. Partiamo dalle incongruenze di questo caso: il mio collega viene arrestato e accusato di omicidio. I miliziani lo arrestano nonostante sia stato tramortito e soprattutto non venga ritrovata nessuna arma vicino a lui. Questo lo so di sicuro”.

“Falso”” esclama Bonetti.

“Tu dici? Non ne sarei sicuro, quale arma sarebbe stata usata per commettere l’omicidio?”.

Interviene l’avvocato dell’accusa facendomi vedere una pistola, una Luger.

“Bene, una Luger, immagino che lei abbia anche il referto della balistica?”.

“Si, eccolo nero su bianco commissario”.

Lo prendo e lo leggo attentamente, poi esclamo:”Ben fatto, peccato solo che sia un falso! Eccolo il vero rapporto!” e lo consegno alla giuria dicendo di leggerlo molto attentamente.

“A mia prova ecco anche la pistola ritrovata, compatibile con il proiettile che ha ucciso Garzena: una calibro 22! Avvocato e lei, caro Lenzi, come avete fatto a non notare che il foro del proiettile sul corpo della vittima non è compatibile con quello della Luger? Strano vero...verrebbe da pensare che a tutti i costi volevate condannare Perino e anche lei avvocato della difesa, avrebbe dovuto richiedere delle spiegazioni in merito, ma caso strano non l’ha fatto”.

Un mormorio si alza nell’aula, Lenzi mi indica di non oltraggiare la sua persona e quello dell’avvocato della difesa.

“Inoltre ho anche le prove della scientifica dove senza ombra di dubbio indicano di come le impronte siano compatibili sia sulla pistola che sugli oggetti da me trovati in casa dell’indiziato e indicano chiaramente chi sia l’assassino”.

Il volto di Lenzi è una maschera, alza la voce gridando che sto falsificando le prove per salvare il collega. Riva dice senza mezzi termini di sbattermi fuori dall’aula e di requisire il materiale portato. Interviene la giuria cercando di portare la calma.

“Lasciate parlare il commissario”.

“Grazie signori. Il colpo esploso dalla calibro 22 è stato effettuato con il silenziatore, ecco il motivo perché nessuno, ripeto, nessuno che abitava a ridosso della piazza ha sentito un colpo, manco le cassiere che lavoravano al Teatro Alfieri che quella sera era aperto. Le signore hanno detto una cosa interessante: che una persona è entrata per fare una telefonata ed è subito uscita. Pochi istanti dopo arrivava la milizia ad arrestare Perino. Strana coincidenza non trovate? Inoltre la telefonata è stata fatta non a un taxì come aveva detto la persona alle cassiere ma alla sede della milizia in centro”.

Altro brusio, concitare di voci che si sovrappongono, deve intervenire Solaro per riportare la calma.

(Continua)

 
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Condanna a morte ( 9 capitolo )

Post n°3419 pubblicato il 09 Febbraio 2026 da paperino61to

Riassunto: Il commissario Berardi tramite una dipendente dello studio di avvocati dove Garzena era uno dei due soci, viene a sapere che la ragazza assente è fatta oggetto di violenza da parte di un uomo misterioso e che in quel momento si trova ricoverata all'ospedale. La ragazza, purtroppo non conosce il nome e tanto meno ha mai visto questa persona, la Fusino questo è il nome della ragazza crede che l'assassino di Garzena sia questo misterioso uomo. La vittima aveva visto Lidia Rosoni piangere e quest'ultima si era confidata. Berardi e Tirdi vanno all'ospedale per interrogarla ma la ragazza è scomparsa. Il commissario risente la Fusino e gli domanda se c'era un posto dove la sua amica andasse con l'amante, lei gli risponde dalle parti di Pecetto. Sente anche la moglie di Garzena e racconta gli ultimi avvenimenti, la donna risponde che il marito una volta le disse che andava con degli amici dalle parti di Pecetto, frazione Rosero. Berardi e Tirdi decidono di andare a vedere.

 

“Tirdi, fai una ricerca su questo nome, vediamo cosa salta fuori”. Dall’indagine su questa persona Tirdi esclama con un:”Allora è lui l’assassino…”.

“Non è detto, purtroppo fino a quando non troviamo la ragazza e soprattutto l’arma non possiamo provare la sua colpevolezza”.

Mi viene in mente un piano molto ardito, ovvero entrare nella villa.

“Se la ragazza è stata portata là, la troviamo di sicuro”.

Chiamo Mammoliti e gli consegno un foglio con segnato sopra un nome.

“Devi seguire questa persona, l’importante è che non ti fai scoprire rischieresti grosso ma soprattutto rischierebbe Perino. Prenditi un collega con te e appena sai qualcosa mi chiami immediatamente”.

Verso sera una chiamata arriva in ufficio, è Mammoliti.

“Commissario, la persona che mi ha detto di seguire, si è recato in una villa appena fuori Pecetto, si è fermata un paio di ore poi è ripartita. Sull’auto c’erano tre persone, una però è rimasta in villa. Che dobbiamo fare? Torniamo in questura?”.

“No! Rimanete lì e non fatevi scorgere, noi arriviamo”.

Quasi giunti a destinazione chiedo a Tirdi di spegnere i fanali in prossimità delle due ville.

“Parcheggia in quello spiazzo, cerchiamo di non fare rumore”.

Mammoliti ci vede e ci viene incontro.

“Zili è rimasto nascosto in quel fossato davanti alla villa”.

“Bravo collega, ora dobbiamo trovare il modo per entrare”.

“Prima del suo arrivo commissario ho fatto il giro della villa, il muro di cinta di dietro è più basso e si può scavalcare senza troppi problemi”.

“Sei sicuro di non esser stato visto?”.

“Sicurissimo commissario!”.

“Bene, fammi vedere il muro, poi vai dal collega e aspettate di essere chiamati”.

In effetti il muro non è alto, lo scavalchiamo e ci rechiamo all’ingresso. La porta è chiusa, Tirdi mi suggerisce di provare con quella che da sul retro. Stiamo per girare l’angolo quando una debole luce si riflette nel buio della notte, è quella di una sigaretta. La persona rientra dentro e dopo qualche minuto ci avviamo anche noi. Per fortuna la porta non è stata chiusa. Senza fare rumore entriamo, pistola in mano. Il crepitio della legna che brucia arriva dalla sala. Un uomo è seduto sulla poltrona, accanto a lui sul tavolino un bicchiere e una bottiglia di vino. Da sopra sento un lamento, è la voce di una donna.

“Piantala! Non rompermi le scatole se non vuoi che salga!” urla l’uomo.

La voce ora non è più un lamento, la sento benissimo, lo prega di farla uscire.

“Ti avevo avvertito, ora salgo e ti darò una lezione che ricorderai per sempre!”.

L’uomo si alza senza accorgersi della nostra presenza.

“Credo che ti convenga rimanere dove sei!”.

“Ma ...chi siete? Che volete?”.

“Sono la fatina del bosco, ora lo ripeto siediti e stai tranquillo, se obbedisci bene altrimenti ti sparo!”.

“Tirdi ammanettalo, e guarda se ha una pistola con sè”.

La pistola è nella tasca del cappotto.

“Bene caro amico, ora vado al piano di sopra e se scopro la donna che cerco tu sei in un mare di guai. Tirdi chiama i nostri colleghi”.

Salgo al piano di sopra, la porta è chiusa. La donna urla di non farle del male.

“Ti prego...aiutami...ti prego…”.

Sfondo la porta la donna è seduta sul pavimento spaventata, piange e trema.

“La signorina Lidia Rosoni immagino?”.

Lei mi guarda stupita e domanda con voce flebile chi sono.

“Commissario Berardi, siamo venuti a liberarla, non abbia timore, ecco il mio tesserino della polizia.

L’aiuto ad alzarsi, si abbraccia forte a me singhiozzando.

“Mi aiuti commissario, mi aiuti la prego...quell’uomo è un mostro…”.

“Adesso scendiamo, non abbia paura della persona che la sorvegliava, ci sono i miei colleghi che badano a lui. Con calma mi racconterà tutto”.

La donna dopo essersi ripresa è un fiume in piena, racconta per filo e per segno la sua relazione malata con il suo amante. Ne fa il nome e cognome e soprattutto quando ha saputo che Garzena era stato ucciso ha capito subito chi fosse il suo assassino.

“Non potevo denunciarlo, mi ha minacciato di uccidere anche me. Per farmelo capire meglio mi ha picchiato, poi mi ha portato all’ospedale dove ho dovuto raccontare che ero caduta in casa. Lui era a debita distanza per controllare che non raccontassi la verità. Poi l’altro ieri l’ho visto nella camera dove ero ricoverata e mi ha obbligato a vestirmi e seguirlo, avevo paura, che potevo fare? Una volta usciti mi ha portato qui, con lui c’era un’altra persona, non so chi fosse”.

“Ora tutto è finito signorina”.

Poi mi rivolgo al sorvegliante della donna ed esclamo che lo arresto per sequestro di persona, violenza e omicidio nella persona di Garzena. L’uomo balbetta che non c’entra nulla, che ha ricevuto un ordine:”Dovevo solo sorvegliarla, io non ho fatto altro, lo giuro”.

“Hai solo una scelta per cavartela...fai il nome di chi ti ha ingaggiato e fallo venire qui”.

“Se non lo facessi?”.

“Basta che faccia correre la voce che hai violentato la donna, e il suo amante credimi, non te lo perdonerebbe e saresti un uomo morto, quindi che decidi?”.

L’uomo acconsente di telefonare: “Sarà qui a breve”.

Mezz’ora dopo la chiamata sentiamo il rombo di un motore che si ferma davanti alla villa, il cancello si apre e vediamo un uomo entrare.

“Vai ad aprire la porta, ma guai a te se ti metti a urlare”.

“Che diavolo succede qui? Parla, non ho tempo da perdere! Perchè mi hai fatto venire?”.

“Il signor Varalda suppongo. Prego si segga, le aspetta una lunga chiacchierata”.

L’uomo mi guarda torvo e domanda chi siamo.

“Forse non ha capito che le domande le faccio io e non lei!”.

Osserva la donna ma non dice nulla, domando alla Rosoni se è lui l’uomo che assieme al suo amante l’hanno portata qui. La risposta è affermativa.

“Bene caro Varalda, lei è nei guai. La incrimino per sequestro, per violenza fisica e per l’omicidio di…”.

“Lei è un pazzo! Come si permette? Io sono un onesto cittadino!”.

“Non usi la parola onesto con me, lei è un assassino!”.

“Non ho ucciso nessuno, mi porti le prove di quello che dice. Poi lei chi è? Non mi ha ancora detto il suo nome, ne a quale corpo appartiene”.

“Commissario Berardi...le basta?”.

L’uomo sbianca ma non dice nulla.

“Vuole le prove? Mammoliti portami quello che hai trovato”.

Dentro un panno legato con una corda c’è una pistola, una calibro 22 con silenziatore.

“Scommetto che questa è l’arma che ha ucciso Garzena, come vede questa è una prova”.

“Non ho ucciso nessuno, il mio amico mi farà assolvere”.

“Lei crede? Anche noi siamo bravi a fabbricare delle prove e scommetto che troveremo le sue impronte sulla pistola. Inoltre sono sicuro che non ha neanche un alibi nel giorno dell’omicidio di Garzena, lei pensa davvero che il suo amico non la scarichi? Pensa che si farebbe coinvolgere per salvarla? Inoltre la signorina l’accuserà di tutto quello che ha subito”.

“Ma io non ho fatto nulla, non credo a quello che dice”.

“Come vuole, Tirdi fai venire una camionetta, li portiamo in questura, con questi capi d’accusa, la sua sentenza è segnata!”.

“No! Sono innocente, non potete farlo...se parlo ne terrete conto?”.

“Farò il possibile, lo prometto”. Tirdi prende nota di tutto quello che Varalda racconta. Il puzzle è completo, un piano architettato perfettamente anche con l’aiuto di Riva seppur indirettamente.

“ Una volta scritta a macchina la sua confessione la firmerà, e questo vale anche per la persona ingaggiata da lei. Ora torniamo in questura, alla ragazza bisogna trovarle un nascondiglio”.

“Ho degli amici che mi devono un favore, posso chiedere a loro”. “Perfetto, deve stare al sicuro fino al giorno del processo e non credo che tarderà, questione di un paio di giorni al massimo”.

(Continua)

 
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Serata Slade

Post n°3418 pubblicato il 07 Febbraio 2026 da paperino61to

Buon sabato a tutti dal vostro dj preferito, oggi facciamo un salto negli anni 70' con uno dei gruppi più importanti del glam rock, gli Slade e come sempre buon ascolto.

 

      

 

 

 

       

 

 

 

      

 

 

 

      

 

 

 

   

 

 

 

 

 

 
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Condanna a morte ( 8 capitolo )

Post n°3417 pubblicato il 06 Febbraio 2026 da paperino61to

Riassunto: L'indagine per salvare Perino dalla pena capitale è molto difficile e complicata. Il commissario intuisce che di sono persone che coprono il vero assassino dell'avvocato Garzena. Inoltre le prove trovate dai miliziani agli ordini di Bonetti e Riva sono assolutamente false. Perino è il capro espiatorio perfetto, visto che si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. In un colloquio con una dipendente: Stella Fusino dello studio di Garzena viene a sapere che Lidia Rosoni collega della Fusino e amica è fatta oggetto di violenze da parte di un misterioso uomo. Secondo la Fusino l'omicidio di Garzena potrebbe essere collegato alla sua amica e che quest'ultima abbia capito chi sia stato a commetterlo.

“Farò un salto all’ospedale e chiederò di mandarmi immediatamente un collega, stia tranquilla signorina. Mi tolga una curiosità, visto il luogo insolito della nostra chiacchierata, lei abita in questo stabile?”.

“No, però ho una zia che ci abita, per questo sono riuscita ad entrare e lasciare aperto il portone. La prego commissario salvi, la mia amica da quel maledetto”.

Esco con circospezione dal portone e mi avvio verso via Cernaia, dopo qualche minuto Tirdi è al mio fianco, le riferisco il dialogo e poi domando se ha notato qualcosa di strano, la risposta è negativa.

“Quindi commissario, la donna potrebbe fare il nome del presunto assassino?”.

“Si, il problema è che se ha paura non lo direbbe manco sotto tortura”.

Svoltiamo in via Cibrario, arriva un tram e saliamo a bordo. Ordino a Tirdi che quando siamo dentro l’ospedale di chiamare la questura e farsi mandare un agente di corsa. Al bancone dell’ingresso domando della Rosoni, l’impiegata scorre l’agenda e mi dice che è al secondo piano stanza 11. Mi avvio verso la stanza e noto che vi è una certa agitazione, un medico parla ad alta voce con un paio di infermieri presenti.

“Come è possibile che la paziente non ci sia? Dove è andata? Per dio cercatela!”.

“Buongiorno dottore, sono un commissario di polizia, che succede?”.

“La paziente è sparita, e dato che si reggeva a malapena in piedi, vuol dire che qualcuno è venuta a prenderla...dannazione!”.

“Parla della Rosoni immagino”.

“Si! Ma perché le interessa?”.

“Dovevo rivolgerle alcune domande in merito ad un’indagine. Se qualcuno l’avesse rapita può essere uscita solo dall’entrata principale…”.

“Non è detto, ci sono un paio di uscite oltre quella, ma bisogna passare dal cortile, una di queste è una portina che da su via San Donato”.

“Immagino sia chiusa”.

“Dovrebbe, ma stanno facendo dei lavori nel padiglione a fianco, quindi potrebbe essere che i lavoratori non chiudano la portina”.

Attraversiamo il cortile e la vediamo aperta, alcuni operai stanno entrando. Domando se hanno visto qualcuno uscire, uno di loro mi risponde che ha visto un tizio spingere una carrozzella. La via è deserta, a parte qualche passante. Una panetteria è aperta, provo a chiedere se per caso avessero visto passare una carrozzina.

“No signore, l’unica cosa che ho notato è stata un’auto che viaggiava velocemente. Glielo so dire, perché una mia cliente mi ha detto che ha rischiato di essere presa sotto”.

“Le ha detto in quale direzione è andata?”.

“Verso piazza Statuto”.

Torniamo in ufficio con le pive nel sacco come si suole dire e con la preoccupazione che la Rosoni sia stata rapita proprio per non denunciare quell’uomo. Ma questa persona è implicata veramente con l’omicidio di Garzena? Da quello che mi ha raccontato l’amica della Rosoni direi di si, se è vero che la vittima è intervenuta a favore della ragazza, l’ipotesi è molto plausibile. Vado dal questore per aggiornarlo della situazione, la speranza di salvare Perino è sempre più labile. Torno dalla vedova di Garzena, e domando se era a conoscenza di cosa stava capitando alla Rosoni.

“Mio marito mi aveva accennato qualcosa, ma non più di tanto. Lo vedevo preoccupato, si era preso a cuore quella ragazza, se non lo conoscevo bene avrei pensato che fosse stata la sua amante. Perchè me lo domanda?”.

“Ho come l’impressione che la causa della morte di suo marito sia legata a questa donna”.

Lei mi guarda perplessa e domanda cosa intendo dire.

“Che suo marito sia intervenuto per salvarla da un uomo violento, un uomo che suo marito evidentemente conosceva”.

“Quindi lei ipotizza che quest’uomo Livio lo conosceva?”.

“Credo di si, se suo marito voleva parlargli è perché sicuramente sapeva chi era”.

“Mio dio, uno dei nostri amici!”.

Rifletto su questa affermazione e rispondo che sia molto probabile, il punto è quale degli amici di Garzena sia l’assassino. Torno in questura e con Tirdi cerchiamo di capire dove possa essere stata portata la ragazza. Mando un collega all’indirizzo della Rosoni ma come immaginavo torna dicendo che l’alloggio è vuoto, nessuno ha notato il suo ritorno dall’ospedale.

“Fai un’indagine su ognuno degli amici di Garzena per vedere se hanno qualche immobile oltre quello dove abitano, io sento la Fusino”.

Telefono allo studio di avvocati dove la ragazza lavora e mi faccio passare per un cliente.

“Dovrei parlarle signorina, è urgente, si conosco il posto, tra mezz’ora va benissimo”.

Ci vediamo in un bar vicino a via Della Consolata non lontano dall’obelisco.

“Perdoni se l’ho fatta chiamare, si tratta della sua amica”.

“E’….è….” non riesce a finire la frase che le lacrime iniziano a scendere.

“No, tranquilla signorina, è viva almeno per il momento. Però è stata presa da una persona e portata via a forza dall’ospedale”.

Mi guarda sorpresa e domanda come possa essere successo.

“Il medico che l’aveva in cura se ne è accorto quando è andato a fare il suo consueto giro nei reparti. Nessuno ha visto questa persona uscire, ha preso la sua amica, messa su una carrozzella e sono usciti da via san Donato, salendo a bordo di un’auto”.

“Povera Lidia, in mano a quel pazzo. Sono sicura che è stato lui! Ma perché l’avrà rapita?”.

“Il motivo è semplice e duplice: assicurarsi il suo silenzio per il processo che si terrà contro il mio collega e far capire alla sua amica che è di sua proprietà e che non ci sarà più nessun Garzena a difenderla”.

“Secondo lei rischia la vita?”.

“Potrebbe essere, se l’assassino capisce che la Rosoni rappresenta un pericolo per lui, credo che non esiterebbe ad ucciderla”. “Cosa posso fare per aiutarla commissario? Me lo dica per favore!”.

“La sua amica non le ha mai parlato di qualche posto dove andava con questa persona? Non credo che andassero nella residenza dell’uomo”.

“Una volta mi accennò che era andata dalle parti di Pecetto, e io scherzosamente gli avevo chiesto se era andata a raccogliere le ciliege”.

“Non sa quanto tempo si sia fermata in quel posto?”.

“Sicuramente un fine settimana...no credo che sia stato di più. Ricordo che avevo chiesto un paio di giorni di permesso, ma poi ho rinunciato per lasciarli a lei”.

“Grazie signorina, se le viene in mente altro mi contatti”.

Tornato in ufficio decido di risentire la moglie di Garzena, mi accenna che suo marito una volta le disse che sarebbe andato a pranzo assieme a Ribotti e Lenzi dalle parti di Pecetto:”Mi sembra che era una frazione...Roseto...Rosero...qualcosa del genere”.

La strada per arrivare a Pecetto è disastrata, la pioggia ha fatto franare del terreno dalla collina vicina. La frazione Rosero è a pochi chilometri dal paesino, un paio di ville sono sparse lungo la strada e molti distante tra loro.

“Luogo isolato ideale per tenere sequestrata una persona”.

“Concordo in pieno, sorpassa le ville poi fermati, torniamo indietro a piedi”.

Solo una delle due è abitata, il proprietario ci domanda cosa cerchiamo.

“Stiamo svolgendo una perlustrazione, ci è stato detto al comando che si aggira da queste parti una banda di eversivi molto pericolosa, lei ne sa qualcosa?”.

L’uomo ci guarda spaventato poi risponde di no, non ha mai visto nessuno, a parte qualche contadino con il suo carretto.

“Cosa sa dirmi della villa prima della sua? E’ abitata?”

“Non ho idea di chi sia il proprietario, ne io ne la mia famiglia abbiamo mai visto nessuno, anche se ogni tanto vediamo la luce accesa provenire dall’interno”.

“In questi giorni ha sentito dei rumori provenire dall’interno?”.

“No, però l’altro giorno mia moglie mi ha detto di aver visto entrare dal cancello un’auto e dopo un paio di ore dopo ripartire a gran velocità”.

“La ringraziamo signore, ci è stato molto utile!”.

Ci avviamo alla villa, non vediamo movimento al suo interno. Prendo nota del cognome sul cancello. Le imposte sono chiuse, sul terreno si vedono segni di ruote recenti.

(Continua)

 
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