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« che volete farci è cosiFINALMENTE L'ORA DEL SOLE »

Post N° 227

Post n°227 pubblicato il 13 Novembre 2008 da serglasser
 

Alla fine resteranno in tre. Soli con

se stessi e la propria coscienza.

Un uomo e due donne: Gabrio Barone,

Anna Leila Dellopreite e Fulvia Maggio.

A loro, il presidente e i due giudici a

latere della prima sezione penale

 del tribunale di Genova, toccherà decidere.

 Conclusa l'ultima di duecento udienze,

dopo quattro anni di processo, a sette

anni e due mesi dai fatti, stamattina i tre

magistrati, terminate le repliche rimaste in

sospeso, si chiuderanno in una stanza per

emettere la sentenza più attesa da tempo

immemore per il capoluogo ligure, una delle

 più clamorose, comunque vada, della storia

giudiziaria italiana degli ultimi anni: quella per il

 massacro alla scuola Diaz-Pascoli. Sul banco degli

 imputati 29 poliziotti, i «generali» e la «truppa»,

funzionari e agenti accusati a vario titolo di lesioni, 

falso, calunnia, arresti illegali.I tre giudici dovranno

scrivere l'ultimo capitolo della storia processuale

innescata dal G8 del 2001, il summit dei grandi

organizzato a Genova e costato devastazioni,

scontri di piazza e, soprattutto, una giovane vita,

quella di Carlo Giuliani. Spetterà a loro assolvere o

 condannare la polizia. Perché è la polizia sotto accusa,

da quella notte del 21 luglio, quando un commando di

agenti del settimo nucleo del reparto mobile di Roma,

 seguiti a ruota da colleghi di altre sezioni, fece irruzione

nel quartiere generale dei no global, la sede del Genoa

Social Forum installata nel complesso scolastico "Armando

Diaz" e "Giovanni Pascoli" di via Battisti, tra le residenze

 del levante genovese. Gli agenti entrarono abbattendo il

cancello con un blindato. Da quel preciso istante il

tempo si è come fermato. Il concetto di prova e di

colpevolezza, la fiducia nelle forze dell'ordine e nello

Stato, la stessa differenza tra buoni e cattivi, da allora

 tutto è tornato in gioco. Agli occhi di chi assisteva

aggrappato alle grate della scuola, di fronte ai celerini in

 assetto anti sommossa; a quelli di chi era all'interno,

 diviso tra le due opposte fazioni; e agli occhi di chi, a

distanza, ha seguito il processo in tutti questi anni.

In quella scuola 93 ragazzi furono sorpresi nel sonno

dopo tre giorni di manifestazioni e scontri di piazza.

Furono massacrati nei sacchi a pelo, trascinati sul

 pavimento, presi a manganellate, a calci, nella

palestra, lungo le scale, attorno all'edificio. Gli

agenti colpivano e insultavano, spaccavano ossa,

 seminando disprezzo e sangue.

Per l'accusa fu una vendetta, un modo per

 rimettere a posto le cose dopo «il fallimento

dell'ordine pubblico andato in mondovisione»

nei due giorni precedenti. Una ritorsione voluta

 e ordinata dai vertici della polizia, finiti tra gli

 imputati: Francesco Gratteri, allora dirigente del

Servizio centrale operativo oggi a capo

dell'Anticrimine; Giovanni Luperi, ex vicedirettore

dell' Ucigos attualmente ai vertici dell' Aisi

 ( l' ex Sisde) e Gilberto Caldarozzi, ex vicedirettore

 dello Sco, oggi capo del Servizio centrale operativo.

Per la difesa fu un'operazione di polizia organizzata

 per arrestare i famigerati black bloc, che avevano

messo la città a ferro e fuoco e si annidavano fra i

no global; per reagire all'aggressione a mano

armata subita da un poliziotto e prevenire

possibili nuovi scontri.

La polizia è finita sotto inchiesta perché

 nell'istituto furono pestate persone inermi.

 Ma non solo. I 93 manifestati arrestati con

 l'accusa di associazione per delinquere, furono

subito liberati con tante scuse. Contro di loro non

 c'erano prove e i verbali con i quali furono

trasferiti nella caserma di Bolzaneto risultarono

veline senza alcun peso. Le bottiglie molotov messe

 dalla questura sul tavolo d'una conferenza stampa

senza possibilità di porre domande, come un trofeo

a giustificazione e bilancio del blitz, erano arrivate

 da una aiuola di corso Italia, portate nella scuola

dall'esterno. I picconi e le altre armi improprie

erano gli attrezzi del cantiere edile aperto

nell'edificio. La coltellata che avrebbe subito

 l'agente Massimo Nucera forse non fu mai

vibrata, comunque è risultata nel corso

del processo una circostanza controversa,

così come quella del lancio di oggetti contro

 una pattuglia, il motivo scatenante l'irruzione.

Durante le indagini della procura prima e al

processo poi, è stato analizzato ogni

fotogramma delle centinaia di ore di

registrazioni filmate prodotte nei giorni

successivi. Eppure non è stato possibile

 identificare tutti gli agenti presenti nella

scuola. La polizia non ha collaborato, anzi.

 Dallo stesso svolgimento del processo

Diaz sono nate altre tre inchieste, tuttora

in corso: una contro l'ex questore di Genova

Francesco Colucci, accusato di falsa

 testimonianza, con il coinvolgimento

 per induzione allo "spergiuro" dell'ex

numero uno della polizia italiana Gianni

 De Gennaro; la seconda per la sparizione

di una delle prove chiave, le due bottiglie

molotov "smarrite" dalla questura genovese;

e una terza, in extremis, riguardante

 l'identificazione d'un poliziotto definito

"coda di cavallo" per l'acconciatura dei suoi

 capelli durante i pestaggi , riconosciuto dal

pm nel corso delle udienze tra il pubblico.

«Hanno fatto bene ad andare alla Diaz e

alla Pascoli, a perquisirle, a cercare i black

bloc, le loro armi. Se solo avessero rispettato

 la legge». Hanno chiuso la loro requisitoria

 con queste parole i due pm Enrico Zucca e

 Francesco Albini Cardona, chiedendo 109

anni di pene complessive. Ora toccherà ai

tre giudici, un uomo e due donne soli, dire

chi l'ha infranta. E nel caso punirlo come merita.


la verità è nuda,puo essere nascosta anche per vari

anni,ma sempre riappare,con le sue sfacciettature,e

ombre,per coloro che rappresentano tuttora l'autorità.

 
 
 
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