
Alla fine resteranno in tre. Soli con
se stessi e la propria coscienza.
Un uomo e due donne: Gabrio Barone,
Anna Leila Dellopreite e Fulvia Maggio.
A loro, il presidente e i due giudici a
latere della prima sezione penale
del tribunale di Genova, toccherà decidere.
Conclusa l'ultima di duecento udienze,
dopo quattro anni di processo, a sette
anni e due mesi dai fatti, stamattina i tre
magistrati, terminate le repliche rimaste in
sospeso, si chiuderanno in una stanza per
emettere la sentenza più attesa da tempo
immemore per il capoluogo ligure, una delle
più clamorose, comunque vada, della storia
giudiziaria italiana degli ultimi anni: quella per il
massacro alla scuola Diaz-Pascoli. Sul banco degli
imputati 29 poliziotti, i «generali» e la «truppa»,
funzionari e agenti accusati a vario titolo di lesioni,
falso, calunnia, arresti illegali.I tre giudici dovranno
scrivere l'ultimo capitolo della storia processuale
innescata dal G8 del 2001, il summit dei grandi
organizzato a Genova e costato devastazioni,
scontri di piazza e, soprattutto, una giovane vita,
quella di Carlo Giuliani. Spetterà a loro assolvere o
condannare la polizia. Perché è la polizia sotto accusa,
da quella notte del 21 luglio, quando un commando di
agenti del settimo nucleo del reparto mobile di Roma,
seguiti a ruota da colleghi di altre sezioni, fece irruzione
nel quartiere generale dei no global, la sede del Genoa
Social Forum installata nel complesso scolastico "Armando
Diaz" e "Giovanni Pascoli" di via Battisti, tra le residenze
del levante genovese. Gli agenti entrarono abbattendo il
cancello con un blindato. Da quel preciso istante il
tempo si è come fermato. Il concetto di prova e di
colpevolezza, la fiducia nelle forze dell'ordine e nello
Stato, la stessa differenza tra buoni e cattivi, da allora
tutto è tornato in gioco. Agli occhi di chi assisteva
aggrappato alle grate della scuola, di fronte ai celerini in
assetto anti sommossa; a quelli di chi era all'interno,
diviso tra le due opposte fazioni; e agli occhi di chi, a
distanza, ha seguito il processo in tutti questi anni.
In quella scuola 93 ragazzi furono sorpresi nel sonno
dopo tre giorni di manifestazioni e scontri di piazza.
Furono massacrati nei sacchi a pelo, trascinati sul
pavimento, presi a manganellate, a calci, nella
palestra, lungo le scale, attorno all'edificio. Gli
agenti colpivano e insultavano, spaccavano ossa,
seminando disprezzo e sangue.
Per l'accusa fu una vendetta, un modo per
rimettere a posto le cose dopo «il fallimento
dell'ordine pubblico andato in mondovisione»
nei due giorni precedenti. Una ritorsione voluta
e ordinata dai vertici della polizia, finiti tra gli
imputati: Francesco Gratteri, allora dirigente del
Servizio centrale operativo oggi a capo
dell'Anticrimine; Giovanni Luperi, ex vicedirettore
dell' Ucigos attualmente ai vertici dell' Aisi
( l' ex Sisde) e Gilberto Caldarozzi, ex vicedirettore
dello Sco, oggi capo del Servizio centrale operativo.
Per la difesa fu un'operazione di polizia organizzata
per arrestare i famigerati black bloc, che avevano
messo la città a ferro e fuoco e si annidavano fra i
no global; per reagire all'aggressione a mano
armata subita da un poliziotto e prevenire
possibili nuovi scontri.
La polizia è finita sotto inchiesta perché
nell'istituto furono pestate persone inermi.
Ma non solo. I 93 manifestati arrestati con
l'accusa di associazione per delinquere, furono
subito liberati con tante scuse. Contro di loro non
c'erano prove e i verbali con i quali furono
trasferiti nella caserma di Bolzaneto risultarono
veline senza alcun peso. Le bottiglie molotov messe
dalla questura sul tavolo d'una conferenza stampa
senza possibilità di porre domande, come un trofeo
a giustificazione e bilancio del blitz, erano arrivate
da una aiuola di corso Italia, portate nella scuola
dall'esterno. I picconi e le altre armi improprie
erano gli attrezzi del cantiere edile aperto
nell'edificio. La coltellata che avrebbe subito
l'agente Massimo Nucera forse non fu mai
vibrata, comunque è risultata nel corso
del processo una circostanza controversa,
così come quella del lancio di oggetti contro
una pattuglia, il motivo scatenante l'irruzione.
Durante le indagini della procura prima e al
processo poi, è stato analizzato ogni
fotogramma delle centinaia di ore di
registrazioni filmate prodotte nei giorni
successivi. Eppure non è stato possibile
identificare tutti gli agenti presenti nella
scuola. La polizia non ha collaborato, anzi.
Dallo stesso svolgimento del processo
Diaz sono nate altre tre inchieste, tuttora
in corso: una contro l'ex questore di Genova
Francesco Colucci, accusato di falsa
testimonianza, con il coinvolgimento
per induzione allo "spergiuro" dell'ex
numero uno della polizia italiana Gianni
De Gennaro; la seconda per la sparizione
di una delle prove chiave, le due bottiglie
molotov "smarrite" dalla questura genovese;
e una terza, in extremis, riguardante
l'identificazione d'un poliziotto definito
"coda di cavallo" per l'acconciatura dei suoi
capelli durante i pestaggi , riconosciuto dal
pm nel corso delle udienze tra il pubblico.
«Hanno fatto bene ad andare alla Diaz e
alla Pascoli, a perquisirle, a cercare i black
bloc, le loro armi. Se solo avessero rispettato
la legge». Hanno chiuso la loro requisitoria
con queste parole i due pm Enrico Zucca e
Francesco Albini Cardona, chiedendo 109
anni di pene complessive. Ora toccherà ai
tre giudici, un uomo e due donne soli, dire
chi l'ha infranta. E nel caso punirlo come merita.

la verità è nuda,puo essere nascosta anche per vari
anni,ma sempre riappare,con le sue sfacciettature,e
ombre,per coloro che rappresentano tuttora l'autorità.
Inviato da: serglasser
il 22/02/2011 alle 18:06
Inviato da: barcalio
il 22/02/2011 alle 07:37
Inviato da: serglasser
il 21/02/2011 alle 16:58
Inviato da: pgmma
il 21/02/2011 alle 11:32
Inviato da: serglasser
il 25/12/2010 alle 05:51