Il sole aveva fatto arrossire il cielo, mentre continuava a scendere all'orizzonte. Sarah vagava da sola per le vie di Tunsea Town, non molto frequentate. La gente continuava a lavorare intensamente alle difese della città e chi aveva avuto il cambio, se ne andava a riposare, non certo a zonzo. Il giorno seguente infatti sarebbe stato molto duro, per alcuni sarebbe potuto essere l'ultimo. L'esercito di Feor era a forse mezza giornata di marcia.
La ragazza di Greenville aveva udito le informazioni che aveva portato quel povero ragazzo che ora giaceva morente, seppure per via indiretta. Lui e altri uomini erano partiti due giorni prima verso nord con una piccola spedizione. Il loro compito era stato di scovare l'esercito nemico in avvicinamento e quindi avvisare i paesi più vicini a loro del pericolo incombente. Se fosse stato possibile, avrebbero dovuto arruolare dei volontari e infine fare ritorno a Tunsea Town, dove avrebbero preparato assieme agli altri la resistenza contro Feor.
Purtroppo la missione fallì, perché quando scovarono e spiarono il nemico, già molto vicino a Tunsea Town, questo si accorse a sua volta di loro, grazie a sentinelle molto ben preparate. I feoriani gli furono addosso in un attimo, senza concedergli nessuna via di scampo o di resa. Di una cinquantina di uomini si salvò solo quel ragazzo, non senza riportare ferite gravi. I suoi compagni avevano lottato disperatamente per la vita, però quando era stato chiaro che sarebbero caduti tutti lì, decisero di riporre ogni sforzo per aprire una via di fuga a uno di loro. Disarcionato un cavaliere nemico, misero sul suo cavallo uno dei più giovani e svegli tra loro.
Il ragazzo disse che non avrebbe voluto lasciare i compagni, ma che almeno uno di loro avrebbe dovuto avvisare Tunsea Town dell'imminente arrivo dell'esercito nemico. Così aveva spronato il cavallo più che poteva e si concentrò solo sulla sua missione, che era valsa il sacrificio di tanti compagni, di cui alcuni erano stati suoi amici da sempre. Non si era accorto nemmeno del nuvolo di frecce che gli era piovuto addosso, mentre si allontanava a grande velocità e senza voltarsi. Alcune lo avevano colpito, l'emorragia che ne era conseguita gli sarebbe poi costata la vita. Era una magra consolazione credere che ai suoi compagni fosse toccata una sorte simile...
Sicuramente a quelle notizie Diana rimase sconvolta. Sarah non mise in dubbio che l'amica potesse conoscere qualcuno tra gli uomini di quella sfortunata spedizione, però l'aveva sentita parlare con il padre di qualcuno di nome Ryan. Le aveva detto che anche questo era partito con il gruppo e la cosa fece infuriare e disperare Diana. A quanto pareva questo Ryan le era molto caro, perché la ragazza si era poi allontanata con le lacrime agli occhi.
Ora Sarah si era messa in cerca dell'amica, tantopiù che aveva perduto di vista pure Vash. Era andato ad ascoltare le parole dell'unico superstite assieme agli altri uomini prima presenti nella palafitta, quelli che aveva poi scoperto essere i membri del consiglio degli anziani. In realtà non erano poi particolarmente vecchi, venivano eletti nei vari quartieri di Tunsea Town come loro rappresentanti e si riunivano nella più grande delle palafitte per decidere e provvedere alla città.
Dopo tutta la fatica che avevano fatto per riportare a Tunsea la sacra reliquia di Oceano, ora questa sembrava un oggetto del tutto inutile. Non c'era più il tempo per diffondere la notizia nei villaggi vicini. Quando finalmente l'intera Tunsea avrebbe saputo della ricomparsa della Perla degli Abissi, forse sarebbe stato troppo tardi.
Si imbatté nel padre di Diana, che era seduto in disparte sui gradini di una casa. Aveva la testa abassata e le mani nei capelli. Sembrava molto abbattuto. Lì attorno non c'era nessuno e pareva non aver notato nemmeno lei. Sarah si fermò a rifflettere se fosse il caso di avvicinarlo o di lasciarlo in pace.
"Non avrei dovuto lasciarlo partire." esclamò Ezel, accorgendosi di lei: "Faccio parte del consiglio degli anziani, noi dobbiamo dare per primi l'esempio alla gente di Tunsea. Siamo i primi a dover rischiare e a sacrificarsi per la causa... sarei dovuto andare di persona!"
Sarah ascoltò in silenzio lo sfogo dell'uomo, cercando le parole giuste per rincuorarlo.
"Non dica così, questa gente ha bisogno di una guida. Non può permettersi di perdere gli uomini che la motivano, che l'organizza, che le da la forza e la speranza per battersi."
Il padre di Diana alzò gli occhi verso di lei, erano tristi e arrossati.
"Tu sei una ragazza giovane, un giorno capirai... che un genitore non può sacrificare il proprio figlio a nessuna causa!" rispose e continuò: "Un padre non dovrebbe veder morire i suoi figli, è assolutamente innaturale!"
"Quindi Ryan è..."
"Sì, è l'unico fratello di Diana."
Quando spirò, il ragazzo raggiunse finalmente la pace. Aveva sofferto molto, ma era riuscito a ottenere il suo scopo: la città era stata avvisata. Vash, che era nella stanza, lo osservò con ammirazione. Era solo uno sbarbatello, più giovane di lui, ma si era comportato da vero eroe. Un uomo anziano si avvicinò al corpo senza vita, disteso sul basso letto, tipico di Tunsea, e gli accarezzò i capelli dolcemente. Gli uomini presenti all'interno della casa nascondevano a stento la commozione, dopo che avevano continuato a rincuorare e incoraggiare il ragazzo fino alla fine. Questo si era accorto di essere sul punto di morire, eppure era sereno.
Il sacerdote del culto locale terminò con le preghiere che affidavano l'anima del defunto al dio Oceano. Il rito sarebbe proseguito poi con l'affidamento del corpo stesso alle acque.
"Entro mezzogiorno di domani avremo i feoriani sotto le nostre mura. Saranno migliaia e a comandarli c'è quello che chiamano il Cavaliere Nero." affermò uno dei presenti, ripetendo ciò che già tutti avevano udito dal ragazzo: "Non abbiamo altra scelta che combattere. Vista la situazione non possiamo nemmeno confidare nella resa, sarebbero capaci di sterminarci e di non risparmiare nemmeno le donne e i bambini!"
"Sarebbe potuto andare molto peggio!" disse Vash e tutti lo guardarono stupiti.
"Come fai a dire una cosa del genere!?" lo interrogò con irritazione un'altro.
"Sembra che Feor vi stia sottovalutando, non ha inviato un grande esercito." proseguì il cacciatore: "E soprattutto non ha mandato alcun guerriero Deathforce."
"Certo, ma cinquemila uomini sono comunque troppi per noi!" gli rispose qualcuno.
Aveva ragione e Vash lo sapeva bene. Ma quella gente non si rendeva conto di quanto più terrificante era in grado di essere l'esercito imperiale. La loro situazione era la migliore che avessero potuto sperare, ma il cacciatore soltanto poteva capirlo. Doveva cercare di rinfrancare lo spirito dei difensori, soltanto se del tutto convinti sarebbero riusciti a fornire una decisa opposizione al nemico.
"I soldati feoriani sono ben preparati e in uno scontro in campo aperto sarebbe molto dura per voi." analizzò il giovane: "Ma finché potrete difendere le mura strenuamente, nemmeno loro potranno fare breccia e entrare in città."
"Chi sei tu per dire a noi come dovremmo comportarci?" lo attaccò uno dei presenti: "Non siamo dei vigliacchi! Siamo pronti ad affrontarli a viso aperto!"
"No, ascolta. Il ragazzo ha ragione." intervenne un uomo più anziano: "Fuori dalle mura non resisteremmo a lungo, andremmo incontro a un massacro!"
"Ma se ci nascondiamo dietro le mura i feoriani potrebbero usare qualcuna delle loro diavolerie per distruggerle! E a quel punto, senza essere schierati a dovere, ci farebbero a pezzi!" insistette l'altro.
"Calmati, la decisione spetta comunque a noi. Perché prima non ascoltiamo cosa ha da dire il nostro ospite?" rispose l'uomo anziano.
Non ci furono grosse obiezioni e i membri del consiglio si raccolsero attorno al cacciatore ascoltando con attenzione.
"Conosco abbastanza bene l'esercito feoriano e dalla decrizione del messaggero posso affermare che quasi certamente le truppe in avvicinamento non portano con sé armi d'assedio particolarmente insidiose." parlò Vash.
"Tu... come fai a dirlo?" lo interrogò l'uomo sospettoso: "Com'è che conosci i feoriani?"
"Lasciatelo parlare!" lo zittì il collega più vecchio: "Di questi tempi non possiamo contare su tanti aiuti. Vediamo di approfittare di chi ce ne offre un po' spontaneamente."
"Ma potrebbe essere una spia di Feor!"
"Questo potremo giudicarlo più tardi. Continua, ragazzo."
"Se volete un consiglio, fate largo uso di armi a lunga gittata come archi e frecce. Di fronte ai dardi i soldati esperti sono vulnerabili più o meno quanto le persone comuni. Il resto non è una novità: fate attenzione alle scale e a eventuali torri d'assedio. Bruciatele il prima possibile. Siate pronti a respingere i soldati che riescono a salire sulle mura, affrontatene ognuno con almeno due uomini."
"Tutto ciò può anche andare, ma non siamo in grado di resistere a lungo in questo modo. Anche se riuscissimo a respingere un primo attacco, che sarebbe già molto per noi, non potremmo resistere a nuovi, ripetuti attacchi, o peggio ancora a un assedio!" lamentò qualcuno: "Noi non abbiamo alcuna esperienza bellica, se i feoriani tentano un qualche diversivo, è probabile che riescano a sopraffarci. E poi tra gli uomini si è già diffusa la paura, quando hanno sentito che al comando dell'esercito nemico c'è il Cavaliere Nero!"
"Il loro comandante è un uomo valoroso e orgoglioso, un ottimo combattente." constatò Vash: "Ma non è uno stratega particolarmente abile e comunque non ama manovre ingannevoli. Sotto la sua guida i feoriani attaccheranno di sicuro frontalmente, ma con grande energia e decisione. Siate pronti ad accusare l'impatto con l'esercito nemico, se vi farete travolgere per Tunsea Town sarà la fine."
"Ti ho trovata, finalmente!"
Diana si voltò, il viso ancora rigato dalle lacrime. A causa del buio non riuscì a vedere bene chi le avesse parlato, ma ne riconobbe la voce.
"Perché mi stavi cercando?" chiese la ragazza mora: "Sarah, domani questa città verrà attaccata, cosa ci fai ancora qui?"
L'altra si avvicinò e le si sedette accanto, sul pontile, ai bordi del mare. Ormai era scesa la notte e i moli di Tunsea erano illuminati solo da qualche torcia. Entrambe osservavano il mare, nero come la pece, sul quale si riffletteva però la luce lunare, causando uno spettacolo che sembrava magico. Attorno a loro vi era un silenzio quasi completo, a parte l'appena udibile rumore dell'acqua che sbatteva contro le pareti lignee.
"Non ti abbandonerò nel momento del bisogno, siamo o non siamo amiche?" le sussurrò Sarah.
Diana la guardò negli occhi sorpresa da quelle parole. Si chiese se fosse davvero così. Lei e la ragazza di Greenville si conoscevano da poco, ma viaggiando sempre assieme e passando gli stessi pericoli avevano condiviso alcuni momenti memorabili. Ma erano davvero amiche?
"Ti ringrazio, ma non ne vale la pena." rispose Diana: "Tu non hai motivo per rimanere, rischieresti la vita inutilmente. Questa guerra non ha niente a che fare con te, perciò domani mattina vattene con Vash verso sud. Io devo rimanere a difendere la mia città!"
"E io devo rimanere a difendere la mia amica!"
Di nuovo quella parola.
Diana ne aveva molti di amici a Tunsea: ragazzi e ragazze della sua età con i quali era cresciuta e aveva giocato sin da piccola. Bambini che a volte la prendevano in giro perché si comportava da maschiaccio, con i quali un giorno faceva a botte per poi fare pace in quello seguente. Ragazzini con i quali se ne andava a zonzo per fare i dispetti agli adulti, ma che quando venivano smascherati, puntavano il dito contro di lei per darle la colpa e così passarla liscia.
Amicizia.
Stava scoprendo un nuovo valore in questo concetto. Un vero amico era una persona sulla quale potevi contare in ogni momento, soprattutto in quelli più difficili. Diana constatò che probabilmente avrebbe fatto lo stesso per Sarah. Erano diventate amiche per la pelle.
"Mi dispiace per tuo fratello." disse Sarah: "Ma forse dovresti avere più fiducia, magari si è salvato in qualche modo. Tuo padre mi ha detto che è un ragazzo in gamba, che sa difendersi molto bene..."
Diana annuì.
"Ryan è sette anni più vecchio di me. Si occupa di armi, che le navi dei nostri mercanti importano da tutto il mondo. E' capace di usarle bene, ha imparato da solo a maneggiarne anche le più strane ed esotiche. Di professione non è propriamente un vero fabbro, in genere lui le armi si limita a ripararle o modificarle." sospirò e continuò: "Mi ha insegnato lui a difendermi."
"Gli vuoi molto bene, non è vero?" chiese Sarah.
"Non ricordo nemmeno il volto di mia madre. Se ne andò negli abissi di Oceano molti anni fa. Mio fratello e mio padre sono le persone più care che ho al mondo. Ryan è sempre stato il mio modello, il mio punto di riferimento. E' molto intraprendente, quando decide di fare qualcosa, non si tira più indietro e va fino in fondo, ci mette tutte le sue energie e la sua passione."
La ragazza mora tirò a sé le gambe che penzolavano sopra il mare e le strinse abbracciando le ginocchia.
"Quindi se aveva deciso di andare, non avresti potuto dissuaderlo nemmeno se tu fossi stata presente." intervenne una voce alle loro spalle.
Le ragazze si voltarono d'istinto, quasi spaventate dall'arrivo improvviso e inaspettato di Vash. Era in grado di avvicinarsi senza fare alcun rumore. Il cacciatore se ne stava comodamente appoggiato a un pilastro dell'abitazione vicina, come se fosse lì da un po'.
"Quel che è fatto, è fatto. E' inutile continuare a pensarci sopra." affermò il ragazzo e si avvicinò: "E poi non è detto che sia morto. Potrebbe anche essere finito prigioniero."
Vash lo disse per rinfrancare Diana, ma questa volta ebbe il buon senso di tenere la parte peggiore del discorso per sé. Infatti a differenza delle ragazze, sapeva benissimo che i prigionieri di guerra non venivano trattati particolarmente bene. Anzi, molti dei prigionieri di Feor invocavano piuttosto la morte. Chi finiva nelle loro carceri, poco a poco perdeva la speranza di poter essere un giorno nuovamente libero. Qualcuno le paragonava all'inferno, ma la verità era che nessuno ne usciva vivo, se non lo desideravano i feoriani. In un certo senso, se Diana amava davvero suo fratello, avrebbe dovuto sperare che fosse morto.
"Ora è meglio se ve ne andate a dormire. Domani sarà un lungo giorno per Tunsea Town." disse il cacciatore.
"Vuoi rimanere a combattere?" chiese Diana.
Forse era una pazzia. Probabilmente in pochi avrebbero scommesso sulla vittoria dei difensori, nessuno poi su una loro prolungata resistenza a Feor. Il giorno seguente sarebbe rimasto nei ricordi come un grande massacro o come un'eroica difesa? E alla fine tutto ciò lo riguardava? Ci aveva pensato a lungo, aveva valutato tutte le possibilità. Ed era giunto alla conclusione che c'era un modo per vincere. Una scarsa probabilità di fermare l'avanzata nemica o perlomeno di rinviarla. Però l'unico in grado di compiere un'impresa simile presente in quella città era proprio lui. E avrebbe avuto bisogno di un manipolo di uomini in gamba.
"Diana, dimmi." esclamò Vash: "Pur di salvare la tua città, saresti pronta ad affrontare una missione che ha poche probabilità di riuscita e molte di risultare suicida?"
Vivere e morire.
Non c'è modo migliore per comprendere il valore dell'esistenza.
Ma lui era davvero vivo? E' proprio di una creatura vivente togliere la vita ad altre?
<<Se è questo che vuole mio padre da me, non può che essere la cosa giusta da fare!>>
Inutile chiedersi cosa sia giusto o ingiusto, l'unica cosa da considerare era il volere del padre.
Giorno dopo giorno imparava cose nuove, tutto gli pareva sempre più chiaro. Le parole, che per qualche oscura ragione già conosceva, assumevano un nuovo valore appena poteva attribuire loro una forma concreta.
Non si chiedeva nemmeno più il motivo per il quale sapeva già alcune nozioni fin dalla nascita. Era nato con le capacità di comprendere e comunicare, respirare e camminare, mangiare e bere... ma aveva pure tutta una serie di abilità e conoscenze che tanto elementari non erano; ideali per chi come lui doveva eseguire compiti come togliere la vita. Una "macchina di morte", questa era la definizione esatta per descriverlo.
Eppure non aveva le risposte a tutto.
Ciò che lo tormentava maggiormente era lui stesso. Era davvero una creatura simile a suo padre, un "essere umano"? Certo non osava paragonarsi al suo creatore da suo pari, ma allora quali erano le differenze?
Il padre non amava dargli risposte, ma solo ordini.
"Tu sei il primo prototipo riuscito con successo nel progetto più importante della mia carriera, anche se dovrò ancora capire fino a che punto è stato un trionfo. Il progetto K.E.I.T.H. è il capolavoro di una vita dedicata alla scienza; a ricerche e studi. Sei stato partorito dal mio genio e presto nasceranno altri come te. D'ora in poi il tuo nome in codice sarà proprio Keith I."
"Padre... cosa sono io?" domandò quel primo giorno: "Sono come te?"
"Cosa?! Assolutamente no!" gli rispose: "Ricorda sempre che io ti ho creato. Per te sono "dio"! Tu sei una creatura inferiore, ma sei anche mio figlio, il mio vanto. Finché sarai all'altezza delle mie aspettative, ti permetterò di esistere. Ma non ti è permesso fare domande, quello che devi sapere lo decido io!"
Si rattristò per aver deluso suo padre.
Inviato da: LaTorreDiGuardia
il 03/08/2008 alle 22:53
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il 21/05/2008 alle 23:20
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