Il Cavaliere Nero era noto e temuto in ogni angolo del continente. La sua fama risaltò particolarmente durante la guerra di Waldberg e le successive rappresaglie sui ribelli e sulla gente che li appoggiava. Quegli eventi l'avevano reso agli occhi di Feor un uomo affidabile e concreto, mentre a quelli dei suoi vicini sembrava un terribile mostro. Si raccontava che avesse ordinato atroci stragi tra la popolazione inerme, che avesse perseguitato i fuggitivi senza alcuna pietà, che non si facesse impietosire da nessuno, nemmeno dai più deboli e indifesi.
Dopo la fine della guerra, tuttosommato molto breve, ben presto dovette fare i conti con i ribelli, uomini e donne di Walberg che non accettavano il dominio feoriano e che erano stati provocati proprio dalle malefatte dei soldati dell'Impero. Agivano all'ombra delle foreste attorno alla loro città d'origine e Feor non riusciva a scovare il loro rifugio. Attaccavano inaspettattamente piccole divisioni dell'esercito feoriano, spesso i convogli con le provviste destinate all'esercito nemico, e cercavano di danneggiare le loro armi più temibili. Feor infatti approfittò della guerra di Waldberg per provare e perfezionare nouve armi potenti e devastanti, frutti di ricerche segrete.
Gli scontri scaturirono una guerriglia che si protrasse a lungo, finché il Cavaliere Nero decise di usare le maniere forti per trovare il nascondiglio dei ribelli...
Vash sapeva che le cose non stavano esattamente così. Blake era sicuramente un uomo rude e pratico, ma non era un assassino. Innanzitutto era un guerriero di una certa esperienza, forgiato da molte battaglie. Da anni uomo fedele all'Impero, aveva servito già il predecessore dell'attuale imperatore. Effettivamente era uno dei pochi ufficiali feoriani riconfermati da quest'ultimo, il che dimostrava la suà validità.
Il vero pregio di Blake era di obbedire senza esitazioni a ogni ordine del suo superiore. Proprio per questo i crimini di guerra di cui si era macchiato non erano esattamente farina del suo sacco... ma fuori dall'esercito feoriano erano davvero in pochi a conoscere la verità. Eppure era trascorso solo un anno dall'annientamento delle forze ribelli.
Verso mezzogiorno le truppe di Feor apparvero a nord. In prima fila avanzavano i cavalieri, di cui uno spiccava vistosamente. Era coperto completamente da una possente armatura dal colore dell'ossidiana, spessa e pesante. L'elmo dalle due lunghe corna non permetteva di vederne il volto e dava un aspetto terrificante al suo proprietario. Il suo cavallo era una bestia enorme dal pelo nerissimo. Aveva zoccoli più grossi di una testa umana, la folta criniera e la lunga coda svelavano rifflessi rossicci alla forte luce solare di Tunsea. Era decisamente il cavallo più grande che qualsiasi tunseiano avesse mai visto. Pur non conoscendolo, nessuno tra i difensori aveva dubbi sull'identità dell'imponente cavaliere.
A seguire la cavalleria c'era naturalmente la fanteria: prima quella leggera, che rappresentava la maggioranza e la spina dorsale dell'esercito feoriano, composta da soldati con scudo rotondo e spada; quindi quella pesante, con uomini armati di lunghe picche, scudi ovali e armature più ampie e pesanti. Chiudevano la colonna i balestrieri, assieme ai carri per i viveri, per i feriti e per le armi d'assedio.
Al cenno del Cavaliere Nero l'esercito nemico si fermò a distanza di sicurezza e iniziò a disporsi con calma. Era organizzati molto bene.
"Dannati bifolchi!" imprecò Blake: "E così sono solo dei patetici vigliacchi, eh?!"
"Signore, era prevedibile che avrebbero evitato di affrontarci in campo aperto."
"Zitto, Bannegaard! Non sopporto sentire le tue considerazioni!"
"Chiedo scusa, signore."
Il Cavaliere Nero afferrò il suo vice per una spalla, mentre studiavano assieme le mura nemiche ancora in sella ai loro destrieri.
"Ascoltami bene. Prendi il comando della fanteria e mandali all'attacco delle mura. Prima però ordina ai genieri di montare le torri d'assedio. Se ti trovi in difficoltà a causa delle loro frecce, torna a prendere i balestrieri."
"Sissignore!" rispose Bannegaard.
"Vedrai, sarà una vittoria facile! Quelli non sanno nemmeno impugnare un'arma! Questa sera ceneremo a Tunsea Town!"
Mentre la fanteria nemica avanzava, Sarah sentiva crescere in lei il nervosismo e l'impazienza. Ormai era in ballo, non le restava che ballare. Così ora si trovava sulle mura di Tunsea Town stringendo l'impugnatura dell'arco, pronta a difendere la città assieme a centinaia o migliaia di tunseiani, tutti schierati lungo le mura nord. In molti sentivano la tensione ormai da ore, proprio come lei. I nemici continuavano ad avvicinarsi, ma Sarah non poteva fare altro che osservarli: erano ancora fuori portata.
<<Adesso o mai più! Uccidi per non essere uccisa!>> cercò di convincersi.
Appena giunse il momento opportuno, arrivò il segnale e subito una pioggia di frecce scese sugli assedianti. Questi si nascosero dietro gli scudi, ma sul campo caddero i primi morti. Gli arcieri di Tunsea continuarono a lanciare i loro dardi e Sarah con loro, senza però arrestare minimamente l'avanzata feoriana. Le vittime rimanevano comunque troppo poche e i soldati nemici raggiunsero le mura della città fin troppo agevolmente.
Sarah continuò a scoccare, ma nel caos non riusciva a capire se le sue frecce andassero a segno. Gli assedianti iniziarono ad appoggiare le loro lunghe scale alle pareti e gli assediati risposero spingendole via o distruggendole a colpi di accetta. Ma le scale erano troppe, disseminate lungo tutte le mura nord. I feoriani vi salirono senza alcun timore, ma in molti finirono ustionati dall'olio bollente che gli veniva versato addosso. Oltre a rovesciare i grossi pentoloni, i difensori spingevano giù anche massi e scagliavano pesanti pietre con un'intensità tale da far vacillare il nemico.
Poi però si levarono cori d'incitamento tra le loro file e seguendone gli sguardi, Sarah vide che in lontananza alte torri di legno si stavano avvicinando, appoggiate su ruote. Non poté nemmeno riprendersi dallo spaventoso spettacolo che udì l'uomo accanto a sé gridare dal dolore. Era stato colpito da un dardo all'altezza del cuore. Cadde in avanti, precipitando dalle mura proprio addosso alle truppe nemiche. I balestrieri di Feor erano giunti a portata di tiro, ma si erano riparati dietro ad apposite barricate di legno, da dove iniziarono a far fuoco con le loro armi precise e letali. I tunseiani cadevano a decine, senza avere la possibilità di reagire con efficacia.
Sarah si riparò appena in tempo dietro al muro, una freccia le passò accanto all'orecchio in un sibilo mortale. Nella sua direzione accorsero alcuni tunseiani, ma a un passo da lei uno di essi fu trafitto allo stomaco dalla punta di una picca. L'uomo cadde a terra agonizzante, mentre la ragazza vide apparire sulle mura i primi invasori. La situazione era critica...
Era giunto il momento di agire.
Finalmente anche i balestrieri si erano uniti alla fanteria che attaccava la città. Ormai nelle retrovie rimaneva solo Blake e la sua cavalleria, resa inutile, dopo che era stato evitato lo scontro in campo aperto. Non si sarebbe verificata un'occasione più favorevole.
A poche decine di metri dalle retrovie dell'esercito feoriano, nascosto dietro a un cumulo di grosse roccie e bassa sterpaglia, Vash osservava l'andamento della battaglia. A lui si erano uniti alcuni dei più temerari giovani di Tunsea Town, tra i quali Diana.
La loro missione era molto ardua, non avrebbe consentito errori. Nemmeno Vash, che l'aveva proposta, non poteva sperare troppo nel loro successo. Anche nei migliori dei casi ognuno di loro rischiava seriamente la vita. Paradossalmente il piano era semplice: dovevano lanciarsi all'attacco delle retrovie nemiche e cercare di avvicinare il più possibile il Cavaliere Nero. Vash avrebbe dovuto raggiungerlo e ucciderlo, cosa tutt'altro che facile. Considerata la netta inferiorità numerica e il vantaggio dei feoriani, che erano praticamente tutti in sella a cavalli, sembrava un'impresa disperata. Ma se fosse riuscita c'erano ottime possibilità che l'esercito nemico si sarebbe poi ritirato.
Il cacciatore diede il segnale e gran parte di loro iniziarono a muoversi, avanzando abbassati e in silenzio. I cavalieri osservavano distrattamente i loro compagni che salivano sulle mura della città. Erano completamente rilassati e scherzavano tra loro. Nessuno tra loro sembrava fare la guardia in maniera efficacie. Quando pensò di essersi avvicinato sufficientemente, Vash si fermò e con lui tutti gli altri. Si voltò verso le rocce e fece un altro segnale.
La quiete e la spensieratezza che regnava tra la cavalleria di Blake fu spezzata dai nitriti dei cavalli imbizzarriti e spaventati da una pioggia di frecce che si abbatté su di loro e sugli uomini che avevano in groppa. Diversi uomini caddero dalle loro cavalcature e prima che potessero capire cosa fosse successo un manipolo di tunseiani gli fu addosso.
Gli assalitori disarcionarono i cavalieri più impreparati, colpendoli con le loro lance. Alcuni di loro balzarono sui cavalli catturati per cercare di rimediare più possibile allo svantaggioso divario che li separava dai feoriani. Però gli uomini di Blake non erano degli sprovveduti e ben presto organizzarono una salda opposizione. Iniziarono a cadere uomini anche tra i ranghi degli aggressori, lo scontro sfociò in una carneficina.
I cavalieri feoriani avevano una buona preparazione e alcuni anche una certa esperienza, ma i tunseiani erano bene preparati psicologicamente e non vacillarono neanche per un istante. Continuarono a battersi con tutto l'odio e la violenza di cui erano capaci. Diana combatteva con un nemico appiedato, quando un cavaliere le giunse alle spalle, pronto a colpirla con un fendente di spada. Per fortuna fu abbattuto da una freccia e Diana riuscì ad avere la meglio sul suo diretto avversario. Salì sul cavallo e nonostante non l'avesse mai fatto prima, si trovò quasi subito a suo agio.
E mentre i corpi senza vita si accumulavano su entrambi gli schieramenti, Vash continuò a correre verso il suo obbiettivo. I cavalieri che si dirigevano sul luogo dello scontro cercarono di abbatterlo con le lunghe lance, ma Vash respingeva gli attachi con lo spadone, lungo a sufficienza per disarcionare pure una mezza dozzina di nemici. Evitò agilmente le cariche degli ultimi cavalieri e finalmente giunse a pochi passi da Blake.
"Che cosa diavolo è questo baccano?!" ruggì il Cavaliere Nero.
"Mio signore, sembra che l'ala sinistra sia stata attaccata dalle truppe nemiche!" esclamò un cavaliere in avvicinamento.
"Com'è possibile?!" si infuriò il condottiero: "Siete degli incapaci! Come avete potuto farvi prendere alla sprovvista?!"
"Ecco... sono sbucati dal nulla..."
"Non ci sono scuse!!" tuonò Blake: "Con voi farò i conti più tardi! Ravendahl!"
"Sissignore!" rispose un sottoufficiale che gli stava di fianco.
"Vai a prendere gli uomini dell'ala destra e guidali in appoggio della sinistra, subito!"
"Ai vostri ordini!" disse e spronò il suo cavallo in tutta fretta.
La situazione era imbarazzante, ma tuttosommato sotto controllo. Il Cavaliere Nero sorrise tra sé, nascosto dall'elmo alle sue guardie personali. Si chiese che cosa volessero dimostrare i tunseiani con quell'azione suicida. Entro pochi minuti sarebbero stati uccisi tutti, senza aver ottenuto null'altro che qualche minima perdita nella cavalleria nemica. Dovevano essere dei folli disperati, come ne aveva già visti altrove nella sua lunga carriera.
Ravendahl stava portando i suoi rinforzi verso il fianco sinistro, mentre Bannegaard stava guidando l'attacco a Tunsea Town. La cosa lo fece rifflettere. Per quale motivo non si era impegnato direttamente? Stava iniziando a invecchiare?
<<Non ho neanche quarant'anni è già mi comporto da pensionato, bleah!>>
Fu disgustato da se stesso.
"Blake!"
Una voce potente lo chiamò e lo costrinse a voltarsi alla sua sinistra. Un giovane lo fronteggiava a pochi metri di distanza. La sua scorta personale fece per caricare l'intruso, ma il Cavaliere Nero le fece cenno di fermarsi. Lo incuriosiva conoscere il genere di pazzia che aveva condotto quel ragazzo da lui.
"E tu chi sei?" lo interrogò il condottiero.
"Non ha importanza, tra poco uno di noi due morirà!"
Blake osservò incuriosito l'estraneo. Non era di Tunsea, questo era certo. Ma la cosa più strana era che sembrava assolutamente tranquillo e risoluto. Non gli era mai accaduto in vita sua di trovarsi un avversario che non mostrasse almeno un po' di indecisione o nervosismo. Anche i più coraggiosi nascondevano a stento qualche sintomo di paura. I casi erano due: o quel ragazzo era dotato di un coraggio e una freddeza davvero straordinari, o era semplicemente un folle che in qualche modo fortunoso era sopravvissuto fino a quel momento. In ogni caso Blake constatò che doveva essersi stancato di vivere.
"Dimmi, cosa credi di fare?" chiese il Cavaliere Nero.
"Niente di personale, ma devo ucciderti!"
Blake scoppiò in una risata fragorosa assieme ai cavalieri della scorta, ma il cacciatore continuò a fissarlo impassibile. Allora l'ufficiale feoriano lo squadrò con maggiore attenzione. Quegli occhi grigio chiari, quello sguardo inquietante...
"Tu... Dov'è che ti ho già visto?"
"Come fai a ricordare? Ne hai visti molti come me!" rispose Vash.
"Ho visto migliaia di persone, guerrieri e non. In genere dimentico subito la gente insignificante. Ma non scordo il volto di chi giudico meritevole..."
"Adesso basta con le chiacchiere!" esclamò il giovane: "Fatti sotto, ti sfido in un duello!"
I cavalieri della guardia personale imprecarono contro la sfacciataggine del ragazzo e si prepararono ad attaccarlo, ma ancora una volta vennero sedati dal loro capo. Blake sapeva bene che non era tenuto ad accettare una proposta simile, specialmente nella sua situazione.
"Mi dispiace, o giovane intrepido, ma come potrai notare in questo momento sono un po' impegnato." disse il Cavaliere Nero con tono di scherno, indicando le mura della città, sopra le quali oramai si combatteva ovunque nei corpo a corpo.
"Quindi rifiuti di batterti?" insistette Vash.
Centro!
Molti tra i soldati feoriani credevano che l'orgoglio guerriero di Blake, presto o tardi l'avrebbe portato alla rovina. Egli sbuffò irritato dietro al suo elmo nero.
"Voi!" gridò ai suoi uomini: "Non intervenite per nessuna ragione!"
"Ma capitano..." cercò di protestare uno dei cavalieri.
"Sapete come sono arrivato a questo rango?" lo interruppe Blake: "Obbedendo!!!" urlò fuori di sé: "Quindi ve lo ripeto: qualunque cosa accada restatene fuori! Chiaro?!!"
"Sissignore!" risposero in coro.
Blake fece avanzare la sua cavalcatura con lentezza. Dal fianco sinistro della sella estrasse la sua terribile arma. Iniziò a farla roteare sopra alla testa, provocando un suono impressionante. Era un grosso mazzafrusto nero, arma dallo straordinario potere distruttivo.
"Io sono Blake, uno dei quattro Capitani di Feor!" tuonò con voce profonda: "Adesso ti mostrerò perché sono tanto noto e temuto! Preparati a finire all'inferno!!"
Vash aveva confidato proprio in questa situazione. Le cose fino a lì erano andate piuttosto bene, ma ora iniziava la parte più ardua. Non conosceva abbastanza le caratteristiche del suo avversario, né tantomeno le sue abilità. Ma sapeva che era molto forte e che forse sarebbe risultato troppo anche per lui. In un duello all'ultimo sangue uno dei contendenti doveva per forza morire e il cacciatore non era affatto certo di poter vincere. In ogni caso quello sarebbe stato uno dei più duri combattimenti della sua vita.
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