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Un maestro del Novecento pittorico

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UGO SAMBRUNI UN GRANDE DEL NOVECENTO ITALIANO

Post n°4 pubblicato il 24 Gennaio 2007 da albertarius
 
Foto di albertarius

Ugo Sambruni nasce a Mariano Comense il 20 aprile 1918. Studia a Milano presso la scuola " Beato Angelico " insieme a Ennio Morlotti e poi all' accademia di Brera. Tra le sue numerose partecipazioni ci limitiamo a ricordare quella alla XXIII Biennale di Arte figurativa di Venezia.

Ha attraversato creativamente tutto il travaglio artistico e tutte le tecniche del Novecento, nella pittura, scultura, nel design per le stoffe dell' alta moda ( inventando anche una macchina che sostituisce la stampa a quadri ) ed è tuttora attivo a Cernobbio ( Como ).

In questa sede è riportato il Catalogo delle opere esposte nella mostra di Casnate con Bernate nel 2006, dal tittolo LA ZUBIA, quartiere della città di Granada dove il maestro ha soggiornato e dipinto, dando nuova vitalità alla propria arte e vivacità alla tavolozza.

 La storia di Ugo Sambruni si può raccontare come quella di una vocazione naturale, di una chiamata nativa all’ arte, che sentiva fin dall’ età di quattro anni, quando aveva già la matita in mano e disegnava in maniera non infantile. Una lunga storia che si è sviluppata rigogliosa, vigorosa e marcatamente personale fino adesso, perché è ancora attivo e senza che la sua pittura abbia subito una caduta di qualità. Anzi nella sua tavolozza si è schiarito e ravvivato di policromie come se fosse arrivato a una meta di forme, di dinamismi, di colori e di sovrana contemplazione del bello. Una lunga storia di originale e forte personalità fin dai tempi in cui insieme a Ennio Morlotti  frequentava la Scuola Beato Angelico. Un giorno Morlotti lo vide dipingere. Come modello aveva una bambina dai calzini bianchi che proiettavano un’ ombra un po’ sul verde, ibrido, alla Van Gogh e sia per questo particolare sia per il nome che gli sembrava straniero, gli chiese se era francese. Ma Sambruni, con i mezzi di informazione di allora, non conosceva gli impressionisti e postimpressionisti francesi e neanche il nome del maestro olandese. Seguiva semplicemente il suo istinto coloristico e creativo. Il Sambruni come Morlotti non tarderà a mostrare la sua insofferenza e a lasciare la Beato Angelico, non aperta a quella modernità, che poi porterà alla ventitreesima Biennale di Venezia.

La modernità: qui sta il punto focale della sua arte. Sambruni non rifà il verso alla modernità di altri artisti, fa la modernità insieme ad altri grandi del Novecento italiano. Apre in modo personalissimo la pittura a nuovi orizzonti, a regole inusitate, a inconsuete sintesi, a maniere non convenzionali di guardare, scomporre e ricomporre, pensare e ricreare la realtà, fino a tentativi suggestionanti di esplorazione della quarta dimensione. Una sensibilità questa che gli viene da un particolare sentire e sperimentare la dimensione scientifica, che spesso affiora nella sua esperienza e nella sua conversazione, sempre così sapiente e competente. Un mondo estremamente lontano dalla Beato Angelico dove si insegnava scolasticamente l’ arte, mentre Sambruni la inventava e per questo continua ad ammaliare, perché prosegue a inventare e a ricreare, incapace di ripetere il processo produttivo.

La madernità di Sambruni non è certo qualche cosa di staccato, di isolato dall’ arte del Novecento italiano ed europeo: sono evidenti le interazioni, i contatti, gli omaggi, i tributi che rende al cubismo, a Fontana, ma sempre con una riassunzione molto personale e con uno sviluppo ulteriore di ciò che mutua. Il gesto del taglio di Fontana continua in quello di Sambruni della ricucitura che crea nuovi spazi e nuove simbologie. Anche lo stilema della finestrella presente in alcune sue opere a significare il luogo interiore da cui partono i pensieri, il male, la distruzione, fa parte della metafisica di De Chirico, del surrealismo di René Manritte ( Il volto del genio ), ma acquista in Sambruni una forte valenza di attualità del male ( 11 marzo 2004 Madrid ). E’ all’ interiore reale che guarda Sambruni da cui muovono i problemi e il male del nostro tempo.

Per quanto riguarda la quarta dimensione occorre precisare che non è possibile rappresentarla, perché nella fisica moderna la quarta dimensione è il tempo. Il tempo non ha una forma visibile che possa essere rappresentata in pittura, tuttavia è legittimo tentare di renderne delle suggestioni, dei suggerimenti con diagonali, tagli, ricuciture, buchi neri, oggetti in fuga e incontri di oggetti, che dànno grande fascino a certe opere di Sambruni ( Incontri di oggetti nello spazio – Questo è lo spazio che dobbiamo ancora scoprire ).

Il maestro Sambruni ha sempre avuto molta familiarità con la riflessione scientifica. Nel 1957 ha inventato una formula e una macchina per stampa, non a quadro, delle stoffe per l’ alta moda. Suoi clienti erano Christian Dior e altri nomi stellari del settore. Chi all’ epoca trattava con lui per i suoi disegni e le sue stoffe, lo ricorda ancora vivamente per i suoi prodotti di eccellenza.

Oltre la grande modernità di maestro che sa gustare, manipolare in mille modi e tecniche la materia e il materico, reinventare canoni e magie dell’ arte, giocare materialmente con inventiva su materiali e geometrie, vedere in modo nuovo apparenze, forme, dinamiche e colori, altro punto costitutivo e fondante è la capacità di sintesi, che vede, con lucidissima visione, l’essenza del discorso pittorico e lo getta puro, nitido e pulito, robusto, con forza e impatto sulla tela. Essenzialità in tutti i soggetti e composizioni, dove non c’ è mai nulla che distragga o svii. Il senso di robusto, di forte, di pieno di forme, di colori e di poesia si impone in opere di straordinaria eccellenza. Ha detto brillantemente Silvio Negro sul Corriere della Sera che quella di Sambruni è una felice sintesi che si libera dei vecchi e logori schemi e possiamo aggiungere che si libra nel mondo dell’ arte con assolutezza e bellezza, priva da cascami e da insignificanze, da impersonalità anonime e lo staglia nella sua unicità e irripetibilità di artista. Era questa che colpiva Giulio Andreotti quando lo vide alla Quadriennale di Roma. Solo le cornici ( che non dipendevano dall’ artista ), trovava che erano fasciste. Il resto era solamente e inconfondibilmente Sambruni.

Modernità, reinvenzione del linguaggio dell’ arte, sintesi, sovrana padronanza dei mezzi espressivi, che si manifestano lungo tutto il percorso compiuto nel secolo scorso e che non hanno ancora, per nostra fortuna e delizia, esaurita la loro vena in questi anni del duemila, si sono evidenziate in una vastità di opere e tematiche che hanno toccato tutta la storia vissuta, a cominciare dalle Battaglie inutili sul fronte di Albania ( dove Sambruni è stato ferito ), che poi hanno trovato eco in opere memorabili. Le battaglie inutili ( constatazione e giudizio negativo ), infatti, costituiscono una fonte d’ispirazione e un filone consistente della sua operatività. Un filone che va ad estendersi, con un no lacerante e spezzato, al Kosovo ( 1999 ) o a 11 marzo 2004 Madrid ( che è un po’ come un’ altra Guernica ) o al Mattino, che è un risvegliarsi nudo, massacrato, di uno a cui hanno fatto fare la guerra. L’ artista non può estraniarsi, sia per le esperienze vissute sulla propria pelle sia per la coscienza solidaristica. Per questo Sambruni ha dato ampio spazio nelle proprie opere alla partecipazione al proprio tempo e ha gridato, urlato, nella maniera propria dell’ artista, a testimonianza della sua dolorosa consapevolezza e rifiuto del male, rifiuto etico prima ancora che estetico, quale negazione della persona e dell’ arte.

Riflessione e arte sono sempre congiunti in Sambruni. “ Arrivare primi nell’ arte non è tutto ”, ama ricordare. La vita non è arte in Sambruni come era per i Decadenti, poeti e scrittori, ma la vita con i suoi problemi e dolori è sempre presente come tale nell’ arte.

La partecipazione al proprio tempo, Sambruni l’ ha esplicata e la realizza in maniera altrettanto spontanea, in tutta quella vasta sua opera di creazione del bello che contrasta la bruttezza estetica e morale del nostro tempo. Un’azione educativa non programmatica al più alto livello. Sambruni, uomo del proprio tempo come sensibilità artistiche e uomo contro il proprio tempo per le brutture esistenziali ed estetiche. Nella creazione del bello gli basta anche un animale, il gallo, che interpreta nella sua caratterizzazione fisica, quasi “umanamente” superba e nel suo simbolismo di aggressività e vanità appariscente, tutto furore comico e tutto colori, forza, postura piccola e accentuatamente divaricata e con un senso, sproporzionatamente, quasi onnipotente. Gli è sufficiente il cavallo ( a volte lungo come treni per usare una sua immagine ) per dare manifestazione a tutta la gamma di significazioni, di bellezza, di simboli, di forza, di maestà, di imponenza e di tante altre cose affascinanti che passano nella sua mente. Oppure una subitanea e fuggevole apparizione di una donna, che sembra sfuggirgli, scatena in lui una grande figura di sintesi e di diafane forme di cristallo, di suoni immaginari e di colori, che incanta e attrae più della donna vera. Il soggetto della donna lo spinge a volte a modulare una figura che si snoda e lo sguardo la percorre senza partire da un inizio o arrivare a un termine o a produrre come un dorso raccolto che dà il senso di forza imprigionata: così è in Ragazza di Oggiono. Tutta la forza e la bellezza, talora, si sprigionano dall’ impotenza, com’ è nel Combattente abbandonato ( 1997 ). Ma solo apparentemente abbandonato, lo lascia intendere la caratteristica lampadina sulla destra che pende fino al suolo, lo illumina e gli dà la consapevolezza che non è vinto. La stessa sensazione di non vinto, che è nel busto di carta, senza testa, che appare animato. Opera questa che è come una sintesi di molti elementi del discorso pittorico di Sambruni, compreso l’elemento spia della lampadina nera che diffonde chiarore. In altre situazioni è la grande bellezza della lampadina metaforica dal filo lungo, che pende accanto alle figure o nello spazio quadridimensionale dove danza il manichino di bellezza artigianale e illumina con la sua chiarità oppure la struggente bellezza delle pitture di carta in rilievo, con tutte le allusioni di raggi e tagli e cuciture che l’ artista chiama “ semantiche ” e che sono volte alla ricerca della quarta dimensione. Appartengono a questa bellezza gli “ Incontri di oggetti negli spazi ”, avvertendo che “ Questo è lo spazio che dobbiamo ancora scoprire ”. Questo spazio, la quarta dimensione, idea ritornante e ricerca quasi ossessiva dell’artista che ci riflette e ci si travaglia da una vita.

Quanta bellezza emana da uno dei suoi grandi soggetti, la sedia, e quanti significati assume! In un dipinto si trova al centro del quadro e tutto attorno volano, si muovono, si intersecano, si urtano, fuggono oggetti. E’ come se la sedia fosse stanca di stare ferma e si ribellasse al suo ruolo, come se si fosse improvvisamente animata e, diventata anche umana, non riuscisse a trattenere i pensieri. Grande e drammatica rappresentazione della vita che urge e vuole andare oltre a tutto ciò che la ferma, la fa sedere e finire. C’ è anche, però, la sedia mascherata, quasi a esprimere un bisogno di cose nascoste, una necessità o una incertezza di dire e non dire. E’ una metafora dell’ interiore. Non è né figurativamente né significativamente la stessa cosa che in Van Gogh. Nel pittore olandese ha valore di rappresentazione, in Sambruni, al contrario, di simbolo.

Riguardo al simbolo del velare, impacchettare, mascherare gli oggetti, bisogna osservare che oltre a essere anteriore a quello dello scultore bulgaro, Christo Javaceff, ha anche un significato differente. Cristo adopera il simbolo per creare un nuovo realismo e quando impacchetta monumenti, coste si rifà alla Land Art ( arte ambientale ). Sambruni vela per simboleggiare. “ Impacchettare serve per l’ anima ” – dice Sambruni. Non sempre si può dire o si riesce o si vuol dire, ecco il perché del velare.

In altri casi la bellezza prorompe da opere come il Grido ( nessun richiamo a quello di Munch, che ha valenza esistenziale, mentre in Sambruni è solo urlo e sfogo di rabbia ), che prospetta soluzioni pittoriche ( richiamo all’ affresco etrusco ) non ancora praticate e da lavori come  Adamo, “ nato nel 1918 ” , che è uno scherzo con se stesso o dai dipinti dell’ ultimo suo periodo che è quello de La Zubia, bellissimo quartiere collinare della città di Granada, situata, come scrive “ in una terra cullata dal sole sempre in salita a toccare il cielo, contornata e protetta dai monti e da paesi come una collana lucente”, “ terra piena di luci e colori ineguagliabili d’ amore ”. Questa terra gli ha ispirato di recente opere in cui dimostra l’intatta foga creativa e il lirismo della policromia estremamente vivace e fervida di canto pittorico. Tra queste era ineludibile l’ opera del Toro ( 2005 ) che così descrive: “ Un toro in controluce sul monte della Spagna. Sorretta da una impalcatura, la grande tavola nera piena di forza e simbolo di un popolo pieno d’anima e di arte”. Colpisce l’occhio del toro che guarda torvo, sembra umano e individuare chi lo ferisce a morte. Tutte le opere de La Zubia a partire dall’ ottobre 2005 in poi sono contraddistinte da lirismo del colore, da giovanile freschezza, da luci e sapori di atmosfere che risentono della terra di Spagna.

E poi c’ è la bellezza del dipinto delle parole e parole particolari. Il dipinto reca la scritta: “ Vorrei scrivere parole bianche ”. Perché proprio bianche? Non solo perché il bianco è luce, ma perché le parole bianche non contengono odio, male, una parte contro l’altra, solo bellezza, vita, luce, amore, pace. E ancora più significativo c’ è pure il Crocifisso bianco, in scultura, con la scritta “ Dolore bianco ”. Come mai “ Dolore bianco ”? Perché - spiega l’ artista - il dolore è bello. Strano e inaudito! Ma bella la spiegazione, il dolore è bianco perché aiuta la nostra vita a essere quello che è, capace di vivere, apprezzare  e creare il bello. Dolore bianco non vuol dire che non si soffra come è ben rappresentato nella stupenda opera Quando i cavalli piangono di riferimento alla sofferenza personale. Si potrà convenire o meno sul “ Dolore è bello ”, ma sul bello che Sambruni produce, provato da tanti dolori nella propria esistenza, non si potrà fare a meno di consentire e il bello che crea è tale e così tanto da passargli per buona anche la sua convinzione consolatoria ( propria di chi fa di necessità virtù ) e da giustificare questa e altre mostre che verranno allestite e la fondazione che è doveroso far nascere proprio per conservare il patrimonio di bellezza che ha creato e continua ad arricchirre di opere. Parlando di  parole bianche o del Crocifisso bianco, bisogna ricordare che il maestro Sambruni usa molto il colore bianco proprio perché è luce e anche simbolicamente è innocenza, assenza di male, di violenza, di odio.

Prima di tentare una conclusione sull’ opera complessa del maestro è opportuno enucleare un discorso sui segni, i colori, i gesti, gli oggetti.

I segni sono spesso adoperati per moltiplicare la visione. Sono uno stilema della molteplicità della visione. Lo si può constatare in molte opere.

I colori che adopera sono pochi: sono soprattutto i rossi, i bruni, gli azzurri, i neri, i bianchi. I bianchi sono molto impiegati e tradiscono non solo la predilezione per la luce, ma indicano anche una scelta, il bene, opzione fondamentale non sono per la vita individuale, ma anche sociale, per contrastare il male di tutte le battaglie inutili.

I gesti, che spesso sono funzionali alla creazione della bellezza visiva, esprimono anche la voglia, la volontà di creare nuovi spazi. Il taglio di Fontana crea un suggestionante nuovo spazio, va oltre il quadro, oltre la tela. Il maestro Sambruni lo mutua, ma poi, tanto spesso, lo ricuce e crea spazio su spazio e in più aggiunge la valenza che alla distruzione, alla destrutturazione segue la ricostruzione, la soluzione, il rimarginarsi della ferita, il dissolversi della sofferenza e della pena. Acquista con la ricucitura una forte valenza simbolica.

Gli oggetti hanno una grande poesia nell’ espressione del Maestro. Di solito non decontestualizza, non isola, gli oggetti come, per esempio, fanno Duchamp, De Chirico, Magritte, da cui sorge la poesia e neppure accosta in modo non compatibile per sorprendere e incantare come Magritte ne L’ impero delle luci ( notte e giorno ), ma accosta in modo affascinante come la caratteristica  lampadina al Combattene abbandonato o la lampadina nella stanza dei manichini che danzano in uno spazio virtuale. La sua è la poesia struggente, emozionante dell’ oggetto ambientato, collocato nell’ interazione e nella simbologia della rappresentazione. A volte è anche lo spazio immenso dentro il quale interagisce la lampadina.  La poesia dei suoi oggetti nasce dall’ interazione oltre che dall’ originalissima concezione e realizzazione dell’ oggetto stesso.

Una conclusione è necessaria: le opere del Maestro Sambruni, non sono le opere di “ Uno Nessuno Centomila ”. Sono le opere del maestro Ugo Sambruni che ha dato, contribuito tanto alla pittura del Novecento italiano con:

-         la sua ricerca della tridimensionalità, delle luci e delle ombre, che approda alle grandi sculture di carta;

-         la sua ricerca sullo spazio, non più solo rappresentativo, come nella pittura tradizionale, ma con tentativi di suggestioni, di suggerimenti  della quarta dimensione;

-         il suo studio continuo, quasi ossessivo, degli archetipi della pittura: i segni, i gesti, i colori che lo portano a un’ arte di limpida essenzialità espressiva, a una grande lezione di sintesi linguistica e compositiva ( si veda 11 marzo 2004 Madrid ).

Proprio per l’ importanza che attribuisce ai suoi archetipi e per la ricerca che ne fa, giustamente usa definirsi “ pittore arcaico, non mercantile ”. Ed è questa arcaicità che splende di bellezza nell’ intera sua opera.

 

Mario Chiappini

 

 

 

 

 

 

 

 
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