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« azùldolore »

dolore

Post n°70 pubblicato il 12 Novembre 2009 da cicuta4
 
Tag: ciclo
Foto di cicuta4

"è irritante la sollecitudine con cui mi chiedi di indicarti la strada per la felicità. di più, mi annoia. non conosco altra via se non quella che passa tra indicibili sofferenze, abissi di terrore. solo pianto e stridore di denti nella geenna del tuo animo malato. il banco vince sempre, e sempre è listato a lutto. se riuscirai ad accettare questo, potrai dire di essere finalmente sulla strada giusta.
e sarà ora di morire.
"
(h. s. orrieslund, il cinismo della sofferenza)

"anche l'uomo che la fugge la morte raggiunge"
(proverbio)

viene sempre il tempo di fare i conti. è che uno cerca di mandarla il più a lungo possibile, ma tanto è lì. e metteteci una pezza, se ci riuscite.
certo, ci si prova, a tornare indietro. quando ci si rende davvero conto che l'inizio della fine è stato proprio l'inizio, si fa di tutto per darsela a gambe. magari ci si inventa un buco alternativo a quello dove finiremo, pur di non doverci andare.
cioè, scrittori, visionari, registi, sceneggiatori, tutta quella gente che lavora con la menzogna o ai limiti della verità. beh, tutti questi venderebbero l'anima al diavolo pur di smerciare a buon mercato l'illusione di un finale diverso. e allora sgombriamolo, il campo, da queste becere illusioni; quel finale non esiste.
in quel lungo cerchio in cui si acquista la consapevolezza delle cose, del fallimento di un'esistenza, del crollare dei sogni, arriva un punto di non ritorno prima del quale la vita è eterna, dopo di che sei perduto per sempre.
chiunque vi dica che è un processo impercettibile, uno sfiorire di gioventù e uno sfumare di orizzonti senza netti sintomi di cedimento, beh, chi vi narra qualcosa del genere è un falso, un pazzo o un santo che vuole salvare voi dalla pazzia. ma non vi dice la verità.
perchè quel punto in cui il filo della speranza si spezza irrimediabilmente è chiaro a tutti, è così tragicamente netto che lascia una devastante cicatrice di terrore e orrore. e pietà per se stessi e per la propria pochezza.
passato quel punto la vita te lo racconta tutto, il dolore di cui è capace, o meglio, ti accorgi di non essere più in grado, se mai lo fossi stato, di sottrarti a quel racconto.
il ciclo non si ferma mai, ecco perchè non c'è redenzione. pensi che il tutto si compia con chi ti sta vicino, con quelli che ami, fino a sfinire il tuo cuore e le tue forze, in una rincorsa che, appunto, arriva a te.
e invece no, non è così semplice.
"la morte è un processo rettilineo", scrive il buon pennac, riempiendo con una frase ad effetto la bocca del suo signor malaussène ed un libro intero. al contrario, è una trivella che ti scava dentro e ti svuota, e solo quando non c'è rimasto più niente finisce per prendersi la tua carcassa.
mi scopro, sempre più frequentemente, ad interessarmi ai manifestini dei morti.
la penosa ironia di quella infima storiella che ci raccontano sin da quando siamo piccoli pretende il protagonista di cotanto interessamento colpevolmente assente nel giorno in cui il suo nome appare pubblicato. è una boutade che vale appena il sorriso di un bimbo di tre anni.
ho provato a chiedermi il perchè di questa nuova curiosità, ben diversa dalla morbosa attrazione che la stragrande maggioranza delle persone provano per una catastrofe. non è il compiacimento per non esserci, è il rapido calcolo di chi potrebbe esserci. amara considerazione, quella per cui l'incedere dell'età fa aumentare tristemente, ed in maniera adeguatamente proporzionale, la possibilità di riconoscere qualcuno in quelle fotografie.
intanto corro, e tanto e sempre più.
non fuggo da nessun parte, questo l'ho capito, e la saggezza popolare di quel proverbio è salvata; solo vorrei fuggire dal vedere.
succede invece che una sera sono lì, buon passo, buon respiro, le mie cuffiette a spararmi "the wall - live in berlin" nelle orecchie e dritto nel cervello. l'aria è frizzante, aria di mare, sa di buono. beh, a dir la verità a star fermi è decisamente freddo, con tutto quel vento sparato dai balcani. la solita vecchietta seduta sulla panchina, pure stasera con quest'aria, ed è arrivata pure in bicicletta. mi avvicino, a guardarla meglio è un pò trasandata, un pò sciatta, i capelli arruffati, e poi mi pare un pò troppo anziana per una salutare passeggiata notturna in questa stagione. le passo davanti, il tempo di un'occhiata e finalmente la realtà esplode in tutto il suo candore: la bicicletta il suo minimarket, gli stivali lisi a coprire mezza gamba e poco più, un paio di cartoni sulle cosce, una sciarpa a proteggere il collo e quegli occhi così rassegnati e così bianchi nel buio.
già, chiederei di fuggire dal vedere, ci sbatto contro di continuo.

e poi... non è facile uscire da un tunnel così profondo, così quotidianamente rinnovato, quando la tua testa vorrebbe davvero andare altrove ma la tua anima ti riporta esattamente sul baratro del dolore. "se guardi dentro l'abisso, l'abisso guarda in te". ci siamo andati tutti, a vedere che effetto fa, scommetto che pochi potrebbero sostenere che è un bello spettacolo.
c'è un percorso che inizia ai piedi di un aereo e finisce in una fredda serata invernale al porto. in quel percorso vedi che faccia ha la fine e ne ascolti la voce cavernosa, spezzi il filo ma poi lo riannodi, credi di aver capito, di essere stato invaso e di aver metabolizzato e di avercela fatta.
ma sono gli impostori, quelli che vendono le illusioni.
perchè c'è poi questa serata estiva, bella, limpida. tu e lei di ritorno a casa col motorino, abbracciati come fidanzatini, avete salutato gli amici da poco. niente alcool, poco fumo, tante risate. sì, proprio una bella serata. le auto ti sorpassano, veloci ma non troppo, c'è traffico. si rallenta, un ragazzo a terra a centro strada regge con le braccia una gamba vistosamente fratturata, dieci metri più in là una moto, venti metri un'altra, altri venti e c'è quest'altro ragazzo steso con la schiena appoggiata ad un cancello, anzi, l'inferriata è deformata dal suo corpo. passiamo a pochi centimetri da lui, nel traffico quasi fermo, in un silenzio irreale per una notte estiva, qualcuno da indicazioni per gli uomini dell'ambulanza, e per il resto c'è un sommesso mormorio... sì, il ragazzo del cancello si lamenta come un bimbo con l'influenza, "ahi, ahi", piano, lo senti solo perchè c'è questo silenzio assurdo.
capisci che l'abisso ti ha guardato ancora dentro quando scopri che le sue parole non potranno mai più vincere quel silenzio.

 
 
 
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Un blog di: cicuta4
Data di creazione: 24/10/2007
 

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