I guerriglieri del Pkk: fermeremo l’invasione dell’esercito di Ankara
PATRICE CLAUDE
SUI MONTI QANDIL
Improvvisamente, all’uscita di una curva di montagna, non è più permesso avere dubbi: l’enorme faccia baffuta dipinta sulla roccia di un contrafforte della catena dei monti Qandil è proprio quella di Abdullah Ocalan, presidente - in una prigione turca dove deve scontare l’ergastolo dal 1999 - del Partito dei lavoratori curdi (Pkk).
Teoricamente, noi saremmo ancora in Iraq, a circa dieci chilometri dalla frontiera iraniana, ma questo territorio appartiene inequivocabilmente ai ribelli curdi della Turchia. Una stella rossa con un sole giallo su uno sfondo verde, uno dei vessilli del Pkk, sbatte fieramente controllata da un piccolo drappello di giovani combattenti, Kalashnikov in pugno, granate e walkie-talkie allacciati alla cintura. «Benvenuti!». Qui sono loro che dettano legge, e non c’è alcuna concorrenza: l’ultimo sbarramento controllato dalle pattuglie irachene è a una ventina di chilometri, nella grande pianura di Sangassar. Qui comincia una delle più imponenti fortezze naturali del pianeta: alte montagne pelate a perdita d’occhio, grotte lunghe chilometri, fortini e qualche fila di misere casette, costruite utilizzando pietre e fango secco. Il paesaggio è pastorale, ma l’odore che si sente nell’aria è quello della polvere da sparo.
Nelle ultime due settimane le attività militari del Pkk contro i turchi - o l’inverso secondo la versione curda - hanno causato un bilancio di una quarantina di vittime. I bombardamenti e le spedizioni militari turche proseguono ancora. Mercoledì scorso tuttavia si è ugualmente messo in moto, come una formidabile partita di «poker bugiardo» di cui nessuno è ancora in grado di prevedere il risultato, un febbrile balletto diplomatico tra Ankara, Baghdad e Washington. A Baghdad lunedì il capo del governo iracheno, Nouri al-Maliki, ha garantito che non permetterà più ad «un’organizzazione terrorista come il Pkk di utilizzare il suolo iracheno» per attaccare un vicino importante come la Turchia. Ma la verità è che Baghdad da almeno quindici anni non ha più alcun controllo, né alcun soldato, nella parte Nord del Paese. I monti Qandil appartengono al Kurdistan e sono di esclusiva competenza del governo curdo regionale autonomo con sede a Erbil, due ore di strada più a Nord.
E malgrado la pressione internazionale si sia accentuata da un paio di settimane, i curdi iracheni al momento non mostrano la minima intenzione di voler inviare neppure una divisione dei loro centomila combattenti peshmerga - il loro esercito - contro i recalcitranti cugini curdi del Pkk. Non certamente per romantiche ragioni di parentela etnica - le due parti, infatti, tra il 1996 e il 2000 si sono scontrate in battaglie che hanno fatto centinaia di morti - ma semplicemente perché sanno, e sperimentarono loro stessi la cosa quando Saddam Hussein glielo permise (Masum Barzani, capo dei loro servizi segreti, lo ha ammesso lunedì scorso su Al Jazeera), che i monti Qandil sono inespugnabili.
«Lo stesso Alessandro Magno non è mai riuscito a prenderli» spiega sorridendo il «comandante» Bozane Tekine, che incontriamo accanto a una casamatta al bordo della strada. L’uomo, di circa quarant’anni, slanciato, fisico muscoloso parzialmente nascosto dal classico costume dei curdi - grande tunica e immensi pantaloni - è un portavoce dell’ala militare dei curdi: ci snocciola un lungo ragionamento dal quale si deduce che la Turchia non raggiungerebbe mai «l’impossibile obiettivo», attaccando il Kurdistan iracheno, cosa che minaccia di fare, di sloggiare le migliaia di combattenti del Pkk che sono acquartierati in una dozzina di accampamenti mobili sulle montagne, un centinaio di chilometri prima della frontiera Sud. No, Ankara, secondo il portavoce, cercherebbe soprattutto di mettere un termine all’indipendenza virtuale di cui godono i cinque milioni di curdi iracheni a danno della Turchia, della Siria e dell’Iran. Paesi che temono il contagio indipendentista. Con i palestinesi, i curdi sono tra i popoli più importanti - almeno 35 milioni di persone divise in questi quattro Paesi - a non aver mai potuto avere un loro Stato.
L’idea turca, sostenuta da tutti e tre i Paesi coinvolti - prosegue Bozane Tekine - sarebbe di provocare una nuova «guerra fratricida tra curdi»; i dirigenti di Erbil stimano sempre più apertamente e lo dicono per bocca dei due ex fratelli ora nemici Jalal Talabani - presidente iracheno - e Massoud Barzani - presidente del Kurdistan iracheno - che le attività del Pkk mettono i loro progetti in pericolo. Talabani ha già intimato al Partito dei lavoratori l’ordine di «deporre le armi e lasciare il Kurdistan iracheno». Una parte dei curdi auspicherebbero un accordo informale del tipo: Ankara riconosce la nostra autonomia, in cambio della quale noi non ci opponiamo a un massiccio intervento turco-americano. Il «comandante» Tekine tuona: «Queste sono montagne curde, noi non dobbiamo chiedere il permesso a nessuno per rimanerci. Nessuno al mondo ce lo negherà».
Mizguine Amed, una giovane bruna curda, che ci viene presentata come una «responsabile militare» (per il Pkk è un punto d’onore avere tra le sue file un pari numero di combattenti donna e uomo, essendo inteso che ogni forma di rapporto sessuale è proibito), interviene per dire: «La Turchia mente. Noi non lanciamo offensive armate, noi non facciamo altro che difenderci dai massacri operati dai turchi e dal genocidio che stanno preparando nei nostri confronti». I dieci guerriglieri - età media 20 anni - che ci circondano sotto un pallido sole di ottobre approvano silenziosamente. «Noi - continua la giovane - abbiamo dichiarato un “cessate il fuoco”, il quinto dal 1993, nell’ottobre 2006. In un anno l’esercito turco ha portato a termine 485 operazioni contro di noi. Che cos’altro potremmo fare? Vogliamo solo che vengano rispettati i nostri diritti. Ankara ha appena respinto una nostra nuova offerta di “cessate il fuoco”. Anche le bestie hanno diritto a difendersi».
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