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Viaggio nel Kurdistan turco, Newroz 2007

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« NEWROZ 2008 in Kurdistan...ERGENEKON, LA GLADIO TUR... »

Tra le montagne del Kurdistan Olivier Piot -Le Monde Diplomatique

Post n°96 pubblicato il 28 Gennaio 2008 da gaibo

UNA TETTOIA di legno mimetizzata da reti color cachi. Kalashnikov negligentemente appesi. Sotto questo improvvisato riparo, viene apparecchiata una tavola. Tè, verdure crude, carne, frutta... Un'accoglienza piacevole, dopo dieci ore di strada. Questo infatti è il tempo che abbiamo impiegato per arrivare fin qui da Erbil, la capitale della regione amministrata dal governo curdo iracheno. Un'intera giornata sotto il sole, immersi nel calore soffocante di un canicolare mese estivo. Un'infinità di piste contorte per arrivare in questa zona arida e montuosa all'estremo nord dell'Iraq, lungo le frontiere turche e iraniane. Lungo la strada, molto dopo Rewandiz, i posti di blocco dei soldati del governo curdo iracheno alla fine sono scomparsi. Una volta entrati in questa zona tampone, lunga trecentocinquanta chilometri, a ridosso della frontiera con la Turchia, le uniformi cambiano: il controllo spetta alle forze armate del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk). Il ripiegamento strategico dei partigiani curdi (peshmerga) non è recente. Già nel 1984, quando i separatisti del Pkk iniziano la lotta armata contro lo stato turco, qui vengono inviati dei militanti come riserve. Sulla montagna vengono istallati dei campi-base e i dirigenti del partito, molti dei quali formati nei campi palestinesi del sud del Libano, a fianco dei quadri di Yasser Arafat, aiutano ad organizzare le retrovie. Ma in quegli anni la guerriglia è attiva soprattutto dall'altra parte della frontiera, nelle regioni curde del sud-est della Turchia. Nel corso degli anni '80-'90, solo i militanti più esposti ripiegano in Iraq. Perché la zona ha un'altra vocazione: formare a livello militare e politico i quadri destinati a rientrare in Turchia per difendere, con le armi, la lotta per l'indipendenza del Kurdistan anatolico.

La situazione cambia con la morte, nel 1993, del presidente turco Turgut Ozal, favorevole alla legalizzazione del Pkk. Con lui, muore la speranza di una soluzione negoziata con il governo di Ankara.

Un anno più tardi, i deputati eletti sulla lista del primo partito pro-curdo, il Partito del lavoro del popolo (Hep), si vedono ritirare l'immunità parlamentare. Nel febbraio 1999, il presidente del Pkk, Abdullah Ocalan, viene arrestato e incarcerato nell'isola turca di Imrali (1). Già nei primi mesi della sua detenzione, lancia un appello per la fine della lotta armata. Il suo obiettivo: puntare sulla «trasformazione democratica» della Turchia negoziando la risoluzione della «questione curda» con le autorità di Ankara.

I militanti del Pkk sono chiamati a raggiungere, con le armi, le montagne irachene. Nel 2002, il partito cambia nome e diventa il Congresso per la libertà e la democrazia nel Kurdistan (Kadek). I riferimenti al marxismo-leninismo, una miscela di lotta di classe e nazionalismo, vengono abbandonati (2). Segno dell'evoluzione legalista è il Partito per una Turchia democratica (Dtp). Nato nel 2005, pro-curdo, rifiuta di definire il Pkk un'organizzazione «terrorista» e, nel luglio 2007, ottiene venti seggi al Parlamento di Ankara. Intanto, nelle retrovie del nord dell'Iraq, sono quasi tremilacinquecento i peshmergas del Pkk che fungono da riserva. Sul suolo turco, duemila combattenti vivono in clandestinità.

Da febbraio, i turchi ammassano migliaia di soldati alla frontiera AGOSTO 2007. Nel piccolo gruppo di partigiani, una decina, che ci riceve sui monti Zagros, un uomo in particolare si distingue. Sui cinquant'anni, volto emaciato, capelli castano chiaro, ha il portamento marziale di un militante della prima ora, ma non si presenta. «Cosa pensa dell'Algeria? Degli indipendentisti corsi? Di Guevara?». Le domande incalzano. Racconta di aver passato venticinque anni nelle prigioni turche. Ha letto molto. Liberato, insieme ad altri, all'inizio degli anni 2000, si è dato immediatamente alla macchia. Parliamo di Balzac, di Lenin... e, ovviamente, di Ocalan, «il» presidente dei curdi. D'un tratto, il nostro interlocutore si alza. Una macchina si sta dirigendo verso noi. Scendono cinque uomini armati. Fra loro c'è un uomo anziano. Si tratta Murat Karayilan, il presidente del Congresso del popolo del Kurdistan (Kck), l'istanza collegiale che dirige il partito. La sua presenza qui è pericolosa. Tutti lo sanno. Ma, data la frequenza dei bombardamenti iraniani (3), l'alto responsabile deve spostarsi il più spesso possibile. Le batterie dei nostri cellulari vengono sequestrate, il computer momentaneamente confiscato. Il colloquio si svolge in una stanza appositamente arredata. Tappeti sul pavimento, finestre murate. Ai muri, ritratti di martiri del partito e, naturalmente, di Ocalan. Mentre si prepara a rispondere alle nostre domande, Karayilan viene raggiunto dal nostro esperto in letteratura francese e marxismo, Bozan (ma non darà il suo nome), il vicepresidente del Kck, lo stesso che poco prima aveva cercato di farsi passare per un militante di base del Pkk. Il presidente del Kck evidentemente non sa nulla delle nuvole che si vanno addensando sulla zona controllata dai suoi uomini: accordo tra Ankara e Baghdad per sradicare le forze «terroriste (4)» del Pkk; aggressività crescente nell'evocare la guerra da parte delle autorità turche; voto del Parlamento di Ankara che autorizza l'intervento dell'esercito turco nel nord dell'Iraq. Ma, in questo caldo mese di agosto, le carte sono già distribuite. «Da febbraio, i turchi ammassano migliaia di soldati alla frontiera, e il braccio di ferro elettorale per le legislative in Turchia [luglio 2007] ha spinto l'esercito a un rilancio nazionalista - spiega Karayilan. Siamo stati informati delle trattative tra Ankara, Baghdad e Washington. Spero solo che l'Akp [Partito per la giustizia e lo sviluppo, al potere ad Ankara] del primo ministro turco Erdogan sappia cogliere l'occasione che gli offrono i nostri nuovi deputati per trovare una soluzione democratica e negoziata al problema curdo».

Su cosa dovrebbe vertere il negoziato? Il Pkk resta fermo sulla vecchia rivendicazione di un solo e unico stato per le popolazioni curde di Turchia, Iraq, Iran e Siria? «È un obiettivo sempre presente nel nostro programma, ma lontano - spiega il dirigente. In realtà, e i turchi lo sanno, siamo pronti a negoziare un'autonomia regionale simile a quella della Catalogna all'interno delle frontiere della Turchia. È una mano tesa».

Il Kurdistan iracheno, dove sono rifugiati i combattenti del Pkk, è gestito da due formazioni che hanno firmato un accordo nel 2002: il Partito democratico (Pdk) e l'Unione patriottica (Upk). La regione gode di grande autonomia all'interno dell'Iraq, e i due partiti sono alleati degli Stati uniti. Karayilan conosce tutte le coordinate della situazione regionale. A cominciare dalle scelte politiche dei «fratelli» curdi iracheni. «Il governo di Erbil ha già partecipato a due guerre "sandwich" con i turchi, contro di noi, negli anni '90.

Spero non ripeta lo stesso errore. Ma il passato ci ha insegnato a contare solo su noi stessi - commenta. Il dato di fatto è che la questione curda è un punto centrale nel processo democratico nella regione. In Iraq, gli americani hanno fatto una buona scelta sostenendo fin dal 1991 la volontà di autonomia dei curdi. Se vogliono andare avanti, in particolare nella democratizzazione della società turca, sono obbligati a guardare oltre l'Iraq.» Osservo il dirigente del Kck e credo di leggere un dubbio nei suoi occhi. E se, in fondo, nessuno avesse bisogno del Pkk...

Trascorriamo molti giorni a visitare «postazioni» di peshmergas in montagna. Come questo campo di giovani donne, membri dell'Yjastar (la sezione femminile dell'esercito di liberazione), che rappresenta il 40% delle forze combattenti. A oltre 2.000 metri di altitudine, mimetizzata tra alberi e rocce, la loro base è incastonata nel massiccio che segna la frontiera turca. Sono militanti giovani; molte vengono dalla Turchia, ma altre sono nate in Siria, in Iran o in Iraq. Originaria di un villaggio a sud di Izmir, Askê, 21 anni, è entrata nell'organizzazione all'età di 14 anni. «I miei genitori erano molto impegnati nel partito - racconta. Ho fatto la mia scelta fin dal liceo. Con la convinzione che la liberazione del popolo curdo passi anche attraverso la lotta contro le relazioni feudali imposte alle donne». Per avere di che nutrirsi, tutti i combattenti della zona coltivano un orto. A due passi sgorga una sorgente. Una volta a settimana, un servizio logistico - la cui organizzazione resterà «confidenziale» - consegna loro riso, carne, sigarette, pile, ecc. Ma anche i giornali e le dichiarazioni del presidente àcalan, notificate per iscritto dal suo avvocato, una delle rarissime persone a cui sia consentito incontrarlo nella sua isola-carcere. Per l'attualità recente, una piccola radio permette al gruppo di mantenere contatti col mondo esterno, grazie in particolare alla Bbc. Regolarmente, le combattenti discutono di «temi politici e sociali» secondo un ordine del giorno prefissato. «È un modo per continuare a istruirci reciprocamente», afferma il capo della sezione, 35 anni, la decana del campo. Al suo fianco, Horin, giunta da Aleppo per partecipare alla guerriglia: «Anche in Siria la pressione sulla popolazione curda è molto forte. Quando la sezione locale del Pkk mi ha proposto di venire qui a formarmi, ho accettato immediatamente». Il suo desiderio: tornare in Siria per «fare lotta politica». E se il Pkk riesce a negoziare un'autonomia in Turchia? «Sarà un bene, come in Iraq. Ma la lotta dovrà continuare fino a che non otterremo il grande Kurdistan promesso dagli Alleati nel 1920 (5)». «Se Ankara sceglie la guerra aperta, tutto il popolo si solleverà con noi» TORNIAMO al campo base, dove passiamo la notte. Ai piedi di rocce imponenti che si intravedono dietro la tenda principale, i militanti guardano, affascinati, lo schermo di un'improbabile televisione.

A qualche metro, il disco biancastro di un'antenna satellitare scioglie l'enigma: Visitors II, in versione turca! I volti dei guerriglieri si disegnano alla mutevole luce delle immagini che scorrono, spesso interrotte dai «singulti» di una trasmissione a intermittenza. Accanto ai tavoli di legno utilizzati per i pasti, un ritratto in bianco e nero: il volto immortalato di uno dei fondatori del Pkk.

Cinque del mattino. Il gruppo è già radunato davanti al suo capo.

Dieci persone devono andare a cercare legna. Un'ora di spossante salita su un ripido pendio. È il prezzo per approvvigionare ogni giorno la stufa dedicata al tradizionale tè. Colazione. Il capo ci raggiunge. È un giovane di circa 30 anni, il viso fermo, duro; quando cammina trascina una gamba. «Sono stato ferito in uno scontro con l'esercito turco», confessa all'improvviso. Nato a Dyarbakir, la capitale storica del «Kurdistan nord», Ahmed è entrato nel Pkk a 14 anni. «Nella mia regione, la repressione turca è stata molto dura: migliaia di villaggi distrutti, centinaia di migliaia di persone trasferite a forza. Erano gli anni '90. Sono qui da due anni. È una scelta che esige un carattere forte e molti sacrifici. I razzi turchi, i missili iraniani... ogni giorno, siamo sfiorati dalla morte. Ma se non siamo noi a lottare per il popolo curdo, chi lo farà?».

Nei mesi di settembre e ottobre, la situazione in Kurdistan si è fatta difficile, l'esercito turco e i combattenti del Pkk si sono scontrati a più riprese. Ripenso alle parole di Karayilan: «Da anni, non facciamo incursioni in Turchia e la nostra guerriglia sul posto si limita a rispondere agli attacchi dei soldati turchi. Ma se domani la Turchia dovesse scegliere la guerra aperta, sapremo reagire. E tutto il popolo curdo si solleverà al nostro fianco»

 
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