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« 1 MAGGIO/ TURCHIA, 505 A...Repressione a IstanbulSono »

Turchia, soltanto un maquillage alla legge sull'offesa alla patria

Post n°136 pubblicato il 03 Maggio 2008 da gaibo

Per limitare la libertà d'espressione in nome della «nazione turca» ci vorrà l'ok del governo. Pene più miti. L'Europa e le ong: ancora troppo poco
Orsola Casagrande

Cambiare perché nulla cambi. Sembra essere questo il motto che sta dietro all'approvazione ieri da parte del parlamento turco degli emendamenti all'articolo 301 del codice penale. Il 301 (ex 159) è la norma che ha mandato sotto processo scrittori come Yasar Kemal, il premio Nobel Orhan Pamuk ed Elif Safak. Ed è l'articolo che, assieme ad altri fattori, ha prodotto le campagne di odio che hanno portato all'omicidio del giornalista Hrant Dink. Gli emendamenti proposti dal governo dell'Akp sono stati approvati con 250 voti a favore e 65 contrari. Nella sostanza l'articolo 301 rimane lo stesso.
La pena massima viene ridotta da tre a due anni di carcere e d'ora in poi per aprire un procedimento penale in base a questo articolo sarà necessaria l'autorizzazione del ministro della giustizia. L'offesa alla «turchità» diventa l'offesa alla «nazione turca». Dall'Unione europea è giunto un plauso contenuto. «Salutiamo con favore - ha detto il portavoce della Ue - le modifiche apportate all'articolo 301 che riguarda la libertà di espressione. Lo riteniamo un passo importante, ma ci aspettiamo modifiche anche ad altri articoli». Netta invece la bocciatura degli emendamenti da parte delle associazioni turche per i diritti umani, che chiedevano l'abolizione del 301 oltre a quella dei suoi articoli gemelli (299, e 300) degli articoli 305 e 318 e dell'emendamento degli articoli 216, 288 tra gli altri. «L'articolo 301 è diventato una sorta di droga dalla quale siamo dipendenti. Non se ne può più fare a meno - ironizza il musicista e attivista per i diritti umani Sanar Yurdatapan - come l'alcool o le sigarette».
Naturalmente per Yurdatapan «gli emendamenti sono ridicoli. Noi chiediamo l'abolizione di questo come di altri articoli. Ci viene detto - aggiunge - che altri stati europei hanno articoli simili. Bene, diciamo noi, diamo l'esempio cominciando ad abolire il nostro». Perché è chiaro che con questo articolo viene punito chi dissente e chi si batte per il rispetto dei diritti umani. Lo hanno sottolineato ancora una volta alla vigilia del dibattito parlamentare di ieri le associazioni per i diritti umani. «Opporsi allo sciovinismo imposto alla nostra società - scrivono -, osare criticare la storia ufficiale diventa offesa alla turchità, come nel caso di Pamuk. Denunciare le azioni illegali delle forze armate diventa insulto alle forze di sicurezza dello stato come nel caso dell'avvocata Eren Keskin, criticare la corruzione anche di istituzioni dello stato diventa insulto allo stato».
Ma non c'è solo il 301, ribadiscono le associazioni. Perché in Turchia si finisce sotto processo grazie alle leggi anti terrorismo, alle leggi sui crimini contro il padre della patria, Mustafa Kemal Ataturk, alle leggi sull'alienazione dal servizio militare e via dicendo. Secondo i dati forniti dal ministero della giustizia nel 2006 sono finiti sotto processo per l'articolo 301 più di 1.500 persone. Ma soltanto nei primi tre mesi del 2007 il numero di processi era già 1189. In carcere in Turchia ci sono attualmente 23 giornalisti. Cinquantasei sindaci kurdi sono stati condannati per aver scritto una lettera in difesa della televisione satellitare kurda Roj Tv che trasmette dalla Danimarca, Leyla Zana, ex deputata kurda che ha già scontato dieci anni di carcere è stata condannata la settimana scorsa a due anni di prigione per «apologia» del presidente del Pkk Abdullah Ocalan. Il presidente del partito kurdo Dtp, Nuredin Demirtas dopo aver passato in carcere diversi mesi sarà spedito al fronte a fare il servizio militare che non aveva svolto.
E la lista è infinita. Perché gli articoli del codice penale che limitano la libertà di espressione e di pensiero in Turchia sono tanti, a partire dalla stessa Costituzione, redatta proprio dai militari autori dell'ultimo golpe, quello del 12 settembre 1980.

 
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