
Sant’Agata
Ho già accennato alle condizioni dell’Abbazia nel XIII secolo, mentre non si è certi intorno alla data di fondazione,quindi, non disponendo di documenti anteriori al 1250, dobbiamo ritenere fondata l’ipotesi della nascita di tale complesso intorno al 1200. Per quanto riguarda invece il XIV secolo, forse per motivi ricollegabili al declino del monastero madre, vi è una totale mancanza di documentazione. Nel XV secolo invece i canonici seguirono dapprima il sistema di sfruttamento e in seguito la concessione enfiteutica dei beni e solo in un secondo momento si rivolsero alla colonizzazione del grande possedimento di S.Agata. I possedimenti di S. Agata erano talmente vasti e floridi che attirarono presto l’invidia di tanti avvoltoi pronti ad approfittare di un momento di crisi dell’Abbazia per tentare di affermare il proprio diritto di possessione. Precisamente nel giugno del 1420 i Canonici ottennero una sentenza favorevole nella causa che li opponeva a uno dei tesorieri di Martino V e ancora, nel 1453, ci fu un contrasto con i vescovi molisani e garganici, in particolare con quello di Civitate, il quale aveva avanzato pretese sul possedimento tremitese di S. Agata. Questo possedimento si estendeva dalla foce del Fortore verso l’entroterra era raccolto intorno all’omonima chiesa situata a circa 4-5 km dal mare. I suoi appezzamenti coltivati erano estesi su una superficie di circa 8-9 miglia per 3 con ricche coltivazioni di vario tipo (vigne , grano ecc); anche l’allevamento aveva un ruolo importante. La tenuta era gestita, secondo il Cocarella e il Petrucci, alla maniera di un’azienda latifondista, con un “Economus” (responsabile), un gruppo di dirigente gubernatore qui dicunt massarios, e altri uomini che rivestivano un ruolo “meccanico” dell’attività della comunità e cioè braccianti, allevatori e artigiani vari . Questo grande possedimento era quasi sicuramente il maggiore mezzo di sostentamento delle Isole che richiedevano a ogni factores di tale tenuta un contributo annuo in prodotti di ogni tipo rilasciando in cambio una speciale ricevuta. Inoltre non tutti i massari potevano vendere liberamente i loro prodotti bensì solo un piccolo gruppo di essi, autorizzato dall’abate di Tremiti, poteva vendere a navi in transito dalla Dalmazia. Non ci stupiscono quindi le parole crude del Petrucci che afferma:<< Questo adottato a Sant’Agata era indubbiamente per Tremiti il sistema di coltivazione migliore, consentendo un notevole profitto e, rispetto ad altri sistemi di conduzione diretta, una certa economia di spese. Inoltre, basato com’era su una tenuta di grande estensione e notevole produttività, rendeva l’intero complesso assai meno sensibile alle crisi della produzione e all’oscillare dei prezzi. In una comunità tutta dedita all’amministrazione dei propri beni, ai traffici, ai rapporti colle autorità politiche locali, la religiosità non doveva certo essere di alto livello >>. L’Abate di Tremiti doveva particolarmente tenere a questo insediamento tanto da avere un locale prettamente a sua disposizione durante i suoi frequenti soggiorni sulla terraferma, come testimonia Mons. Tria:<< …[…] e l’Abate di Tremiti, facendovi quasi di continuo dimora, vi ha una comoda abitazione di un palagio ben formato, nel cortile del quale si trovava la chiesa di S. Agata […] >>. Il vescovo di Larino, da cui dipendeva Serracapriola e tutto il territorio, prosegue ponendosi l’interrogativo riguardo al nome, ovvero S.Agata, dato a questa struttura e riguardo al periodo di fondazione della chiesa: << Ma quando la chiesa di questo titolo che ha dato il nome al casale sia stata innalzata finora non abbiamo potuto porlo in chiaro; e forse ciò sarà da due secoli, perché di essa nella sentenza del Cardinal Lombardo non si fa parola, e molto meno nelle bolle dei Papi Lucio III e Innocenzo IV, che è quanto dire che non se ne fa cosa per tutta la metà del secolo XIII >> . Altra testimonianza dell’intensa attività del casale è espressa dal Lucchino, che menziona la fecondità di queste terre e la cura con la quale tali beni sono amministrati:<< è regolata questa Badia dai canonici regolari di S. Agostino a nome della Badia di Tremiti, di cui è grancia. Quivi essi canonici preparano anche tutte le cose necessarie al vitto per l’isola, dove si trasferiscono. È questo luogo capo di tutti i luoghi a quella soggetti e tanta cortesia esercitano quei padri ad ogni persona che vi capita, così grande come bassa, che non pare cosa di religiosi, ma di ricchissimo principe. Quivi anche gli stessi preparano quel prezioso liquore del succo di regolizia per prelati e signori grandi e amici >>. Col passare degli anni e con l’aggravarsi della situazione politica ed economica del monastero di Tremiti, la crisi colpì anche S. Agata anch’essa soppressa nel 1789. Nel 1806 infine, sotto il governo di Giuseppe Napoleone, S. Agata fu alienata al Marchese Giuseppe de Luca di Foggia (atto del 28 marzo 1811) e oggi gran parte degli appezzamenti di terra appartiene ancora ai suoi eredi. Sembra tuttavia che questa Badia abbia continuato a vivere anche nel 1800 come testimoniano gli scritti del Fraccacreta:<< Vi erano allora 100 abitanti, in 60 soprani e sottani fittati annui carl.30, coll’uscio nel gran cortile. Nella numerazione del 1670 furonvi fuochi 10 >>. Lo scrittore continua la sua descrizione menzionando l’interno e le caratteristiche dell’insediamento: << … Evvi panetteria, vigna e giardino, una fontana e due pozzi due miglia verso il mare, uno detto di bracciale presso Civita a mare, l’altro dei quaranta. I coloni là ripongono le derrate nei magazzini ed in sei fosse nel gran cortile. In quel chiostro evvi la cisterna in mezzo, e la chiesa di Sant’Agata colla porta all’Ovest >>. Si sa che quest’abbazia fu abitata fino agli anni 60’, quando pastori abruzzesi, o delle vicinanze, facevano tappa in questo luogo facendo riacquistare una, seppur lieve, attività all’ormai deserto insediamento. note - bibliografia: << L’insediamento era stato abbandonato fino al 1400, anno nel quale i monaci re iniziarono a colonizzare le terre incolte. In questa ripresa delle attività, l’abbazia (e i suoi possedimenti) fu amministrata sul modello latifondista con un capo responsabile (oeconomus), un gruppo di dirigenti (gubernatores, qui dicunt massarios), alcune categorie di lavoratori tecnici (porcari, pastori, custodi di bestie), e infine una massa di braccianti. In seguito vi erano gruppi di artigiani vari (fornai, calzolai, fabbri e cuoiai ecc…) che dimoravano all’interno del cosiddetto Edificio Centrale. I massari e i custodi di bestie invece vivevano sparsi in varie abitazioni fuori le mura, che nella seconda metà del 1600 ammontavano a venti […] >> - Codice Diplomatico del Monastero Benedettino di Santa Maria di Tremiti, Roma 1960, Armando Petrucci. Memorie storiche ed ecclesiastiche della città e diocesi di Larino, 1744, Tria. Del terremoto che addì 30 luglio 1627 ruinò la città di San Severo e terre convicine, 1630, Lucchino. Il Provinciale- Anno X . n°1. Gennaio 1999 - giornale di opinione della provincia di Foggia, L’abbazia che non c’è più, Silvana del Carretto.
continua....
1. Torre
2. Chiesa
3. Sagrestia
4.Ossario
5.Edificio centrale
6.Porta Carraia
7.Forno
8.Mangiatoia
9.Celle dei monaci
10. Fosso in cortile religioso e fosso in cortile laico
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