sogni e bi-sogni

Due-passi

Ancora una volta, a seguito dell’ennesima tragedia con morti assurde, arriva la frase a cazzo o ad effetto: “Troveremo i colpevoli!”
In fondo, se questo paese è marcio nelle fondamenta, l’unica reale prevenzione può essere solo una dichiarazione liberatoria che reciti: “Se non ci siete arrivati da soli, sappiate che questo paese è marcio quindi, qualunque cosa accada, so’ cazzi vostri”.
Un paese migliore è un sogno di tutti, ma non può essere un sogno individuale. Deve essere collettivo ma, pure se riuscissimo ad averne uno solidale, non basterebbe se non fosse anche quello di chi ha le redini in mano ovvero quelli che, più che di sogni, dovrebbero prima preoccuparsi dei bi-sogni.
Lui non aveva mai sognato ma, alle volte, ascoltando quelli degli altri pensava di essere fortunato perché tante volte erano solo incubi. Quello svegliarsi sudati e scossi. I sogni ad occhi aperti, invece sì, li faceva anche lui ma non li chiudeva nel cassetto. Non li chiamava nemmeno sogni ma obiettivi. Forse era antipatico proprio perché toglieva il romanticismo a qualunque cosa. Quel romanticismo che è solo una definizione. Le cose sono come sono, poi se qualcuno lo toglie vuol dire che qualcun’altro ce l’ha messo.A prescindere se chiamarli sogni od obiettivi, i suoi differivano dagli altri solo perché erano di una taglia in più rispetto a quella che indossava. Lui non comprendeva il senso di quelli extralarge. Certo sognare è gratis ed allora tanto varrebbe sognare alla grande. Ma se un sogno equivale a un desiderio che senso ha amplificare un desiderio a sogno? Se sono realizzabili, scegliersene uno enorme, a meno che non debbano essere altri a realizzartelo, è un impegno che, in termini statistici, finirà quasi sempre in delusione.
“Quindi, mi stai dicendo che chi si accontenta gode?”
“Al contrario, sto dicendo che preferisco realizzarli uno per volta e rinnovarli ma anche diversificarli. Sempre solo di una taglia in più però.”
Non sapeva se questa fosse la felicità ma, se lo era, sarebbe stata comunque la somma di tante piccole felicità.

luci ed ombre

 La-lattaia-veermer
La musica non mi guarda con simpatia perché non ho orecchio e sono stonato in modo disgustoso. Non sentendomi colpevole di questo, l’ascolto lo stesso senza rancore o antipatia. Certo mi spiace il suo pragmatismo e, per certi versi, posso comprendere la sua intransigenza per le note stonate. Con la pittura, invece, pur non sapendo disegnare ho un rapporto diverso. E’ meno pragmatica, più tollerante, quindi anche più aperta ad ogni esperimento. Lei dialoga con tutti e lo stesso si può con lei. Un po’ come con la letteratura o la filosofia, l’importante è avere l’umiltà di conoscere i propri limiti e non andare ad impegolarti in tecnicismi che esulano le quattro robe che credi di sapere e ritrovarti a bocca chiusa dietro la lavagna. Ogni disciplina, come la pelle, è fatta a strati. L’importante è restare a fior di pelle. Come nelle primissime esperienze con le labbra e l’incertezza imbarazzante della lingua.
Anna credo fosse un’universitaria. Forse, architettura. Il suo nome lo so perché, in treno, lei parlava con un ragazzo seduto di fianco a me. Ascoltavo. Un po’ perché obbligato ma, di più, perché calamitava. Col viso, con le mani e con quello che diceva. Il linguaggio delle mani e delle dita era compreso nel pacchetto. Espressivo, non fastidioso. Mi colpì, soprattutto, quando alla domanda sull’analogia fra pittura e fotografia, gli rispose che l’analogia azzera proprio l’importanza del colore o, meglio, fa prevalere sia nel pittore che nel fotografo, l’importanza della luce. Disse che senza giocare con la luce anche i colori si appiattiscono così come tutto il quadro. Anche se disegnato benissimo. La grandezza di entrambi gli artisti sta nel saperci fare con la luce. Il fotografo però ha più mezzi rispetto ai colori, alle spatole ed ai pennelli. “Quant’è vero”, pensai riflettendo non sull’arte che non è mestiere mio ma sul quotidiano, su quelle atmosfere, ad esempio, fatte proprio di luci ed ombre che tante volte sono involontarie complici di qualcosa. Ero arrivato alla mia fermata, intanto. Mi alzai e passandole davanti:
“Te lo devo dire, se fossi un quadro ti comprerei”, ed andai.
Non rispose. Forse sorrise. Non so.

Icaro caro…

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Immaginando che possa far storcere il naso ritenere che il suicidio andrebbe visto come un reato penale, premetto che l’etica sociale è valida solo nei casi in cui il suicidio arrechi un danno alla comunità. Detto ciò, faccio un esempio precisando che ogni riferimento a persone o fatti è puramente casuale.

Ho 34 anni, lavoro regolarmente da 14 anni quindi, in termini sociali, sono autosufficiente, produttivo e verso i contributi. E’ successo però che mi sono perdutamente innamorato di Dizzly ma lei, oltre a continuare a respingermi, si è pure innamorata di un altro e gli ha pure dedicato il suo ultimo ed anche bellissimo post. Questo mi ha mandato fuori di testa e per me è stata la fine. Apro il balcone, mi butto giù dal terzo piano ed in soli 9 metri di volo a stento rivedo il primo tempo del film della mia vita. Nove metri durano meno di uno spot.

Caso A) muoio. Nessun problema sociale, anzi lo Stato anche se perde un’unità produttiva, ci guadagna perché incamera i miei 14 anni di contributi. Amen.

Caso B) non muoio ma resto paralizzato. Lo Stato non solo perde un’unità produttiva ma ci rimette pesantemente in termini di assistenza sanitaria, cure mediche e, come se non bastasse, a fronte di soli 14 anni di contributi mi dovrà pagare anche una pensione d’invalidità permanente. Ovviamente queste uscite saranno tutte a carico della comunità. Quindi, fuori da ogni ipocrisia, in termini di etica civile, nel momento in cui qualcuno decide di suicidarsi, durante il suo volo angelico, dovremmo pregare tutti che il tizio muoia e se non muore sarebbe opportuno, come si fa con i cavalli, chiamare un vigile ed invitarlo a porre fine alle sue sofferenze con un bel colpo di pistola.
Sarà pure cinismo il mio, ma se una persona, nel pieno delle sue facoltà mentali, guidando in stato di ebbrezza o evadendo le tasse è punibile penalmente per il danno arrecato alla comunità, per quale motivo uno che si è innamorato, solo perché non corrisposto, si butta giù dal terzo piano e nel malaugurato caso in cui sopravviva non deve essere ritenuto punibile malgrado il danno causato alla collettività? Secondo me dovrebbe pagare anche gli eventuali danni biologici a Dizzly.

Caso C) se non muoio e me la cavo senza causare danni agli altri, tanto meglio. Ho avuto culo come chi guida in stato di ebbrezza ma non lo beccano.

Caso D come Dizzly) se poi nel caso C, Dizzly viene di corsa in ospedale, passa prima dal medico per accertarsi che non ho subito danni permanenti ai miei gioielli e mi viene in camera proponendomi di sposarla perché un amore così grande era il sogno della sua vita, tanto di guadagnato.

“Tu mi fai volare, Dizzly”
“Resta con i piedi per terra, Arien”.

doni et similia

self-enti-locali-regali

Leggevo altrove che anche la morte sarebbe un dono, così come lo sarebbe la vita. Qualche tempo fa lessi una discussione sul fatto che pure certe malattie sarebbero un dono. Considerato che non m’interessa filosofeggiare su affermazioni che non essendo incartate nemmeno in argomentazioni degne di essere definite tali, preferisco glissare su frasi che somigliano a quelle esposte in bella mostra nelle vetrine delle banalità.
L’unica riflessione sulla quale mi viene da sprecarmi è che ora mi è più chiaro il motivo per il quale, a Natale in particolar modo, gran parte dei doni finiscono nella spazzatura.
Please, per quanto mi riguarda, risparmiateveli. Basta il pensiero.

Eva, mon amour.

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A differenza di tante altre isole, North Sentinel non lo è solo nel senso geografico ma nel vero senso della parola. Isola nel senso di isolamento dal resto del mondo. Isole queste che possono essere circondate anche solo dalla terraferma. Sono altrettante isole, infatti, quelle tribù che non vogliono avere alcun contatto col resto dell’umanità. Pare che la loro sia una scelta di vita e, come tale, vada rispettata.
Il punto sta nel senso che diamo al termine rispetto perché anche un singolo individuo può scegliere di essere isola. Una scelta che, però, non costringa altri a condividerla o subirla ed è a questa scelta che il rispetto è dovuto.
Quel rispetto che, invece, non ha più nessun senso nel momento in cui la scelta di vita non è individuale ma collettiva e per collettività s’intende un gruppo d’individui al cui interno, ahimè, non tutti avranno lo stesso potere decisionale perché ai bambini, ad esempio, viene sottratta sin dalla nascita quella libertà di scelta culturale cui avrebbero diritto. Affermare perciò che la scelta, non individuale ma collettiva, di non avere contatti con il resto dell’umanità è una forma di libertà non ha senso. Ancora peggio è guardare con rispetto a coloro che negano alla collettività il diritto di scegliere se dialogare o meno col resto dell’umanità. Un dialogo non fatto di libero mercato o di tecnologia, ma di un banalissimo scambio culturale. Non trovando differenza fra una dittatura che nega la libertà di scelta e di pensiero ed una tribù che fa lo stesso mi è difficile comprendere, in termini di coerenza, quale sia il rispetto che si dovrebbe a quelle comunità che chiudono a se stesse i propri confini culturali scavando fossati e alzando fili spinati.
Se vivessi a North Sentinel mi somiglierebbe tanto a un paradiso dove tutto è lecito tranne mangiare la mela. Quel morso che, invece, ha derobottizzato gli individui attraverso la cultura delle diversità.
Senza quel morso, Eva… che dio ti benedica.