Gennaio 2018: Sinead O’Connor – I DO NOT WANT WHAT I HAVEN’T GOT (1990)

I do not want what I haven't got

Data di pubblicazione: 20 marzo 1990
Registrato a: Oasis Studios (Londra)
Produttore: Nellee Hooper
Formazione: Sinead O’Connor (voce, chitarre, tastiere, percussioni, programmazioni), Marco Pirroni (chitarra elettrica), David Munday (chitarra acustica, piano), Andy Rourke (basso, chitarra acustica), Joh Wobble (basso), John Reynolds (batteria), Steve Wickham (violino)

 

Tracklist

 

                        Feel so different
                        I am stretched on your grave
                        Three babies
                        The emperor’s new clothes
                        Black boys on Mopeds
                        Nothing compares 2 U
                        Jump in the river
                        You cause as much sorrow
                        The last day of our acquaintance
                        I do not want what I haven’t got

 

Mi sento attratta da tutto quello che rappresenta Dio come madre
(Sinead O’Connor)

 

La storia di Sinead O’Connor in un certo qual modo può essere intesa come quella di un’Irlanda difficile da vivere, lacerata, sofferente, schiumante di rabbia, ma nello stesso tempo così affascinante in quel suo mistero tanto profondo quanto ripieno di bellezza sconfinata. Tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, Sinead O’Connor è stata uno dei personaggi più discussi e acclamati della scena pop, tanto che non si risparmiavano paragoni con Madonna, altra icona femminile pop che tanto aveva rivoluzionato l’immagine della donna nella cultura popolare americana. Sinead O’Connor stava tentando di fare la stessa cosa nella tradizionalissima Irlanda, e il fascino, ma anche i contraccolpi di una provocazione e un’arte tanto suadente quanto straziante, non tardarono ad arrivare, vuoi anche per alcune sue scelte provocatrici ma altrettanto discutibili, come quella di strappare in diretta in diretta tv, al Saturday Night Live, nel 1992, una foto di Papa Giovanni Paolo II, tentando voler denunciare i crimini a sfondo pedofilo perpetrati da alcuni sacerdoti cattolici. Gesto sicuramente forte, ma che in certo qual modo le attirerà addosso una gran mole di critiche e strascichi pesantissimi, a cominciare dalle dichiarazioni ferocissime di Frank Sinatra, che disse che l’avrebbe volentieri presa a calci nel culo. E non basteranno le sacrosante scuse pubbliche al Papa a liberarla dall’onta di quel gesto provocatore, e forse un tantino fuori misura. Ma in fondo, come disse lei stessa in un’intervista al New Musical Express nel 1991, pare che ogni cosa che lei faccia in qualche modo debba cacciarla nei guai.
Però sarebbe sciocco e oltremodo ingiusto classificare Sinead O’Connor come una pazza isterica, provocatrice da quattro soldi. Lei è stata e resta un’artista di tutto rilievo nel panorama del pop e del rock irlandese, grazie alla sua spiccata personalità, al suo coraggioso anticonformismo, legato anche ad un’immagine fuori dal comune di una donna completamente rasata a zero, quasi a voler fuggire dagli stereotipati canoni della bellezza femminile, e ad alcune opinioni controverse ma coraggiose.
Sinead O’Connor nasce e si forma a Dublino. Appartiene ad una famiglia numerosa, tra i quali spicca anche suo fratello Joseph, scrittore di successo e di prestigio. Manifesta attenzione per la musica già nell’età scolare, quando impara a suonare la chitarra e comincia le sue esperienze in un gruppo di amici. A metà anni ’80, grazie alla sua spiccata bravura, ottiene la proposta di un contratto dalla Ensign Records, e si trasferisce a Londra per cominciare a lavorare a quello che diventerà il suo primo album. Nello stesso tempo ha l’opportunità di poter lavorare a fianco di The Edge degli U2 per il suo unico disco da solista, la colonna sonora di Captive, cui partecipa nel brano Heroine.
The lion and the cobra, il suo primo album, ottiene un discreto successo di pubblico e un grande consenso da parte della critica, nonostante spesso suoni piuttosto complesso e di difficile approccio. Vi figurerà anche l’artista celtica Enya a declamare alcuni passi della Sacra Scrittura, tanto per rimarcare la sua grande curiosità e attenzione verso le tematiche religiose e la spiritualità.
Ma il meglio doveva ancora venire, e nel frattempo Sinead O’Connor si è fatta un nome negli Stati Uniti. Ed è qui che riceve uno dei più grossi regali della sua carriera: Nothing compares 2 U. Il brano apparteneva a Prince, che l’aveva scritto nel 1985 per i Family, ma senza ottenere successo. La reinterpretazione di Sinead le conferisce un’aura mistica e sensuale da renderlo un piccolo gioiello pop di immediatezza e straziante bellezza. Nello stesso tempo questo brano spingerà al successo planetario il suo secondo disco, I do not want what I haven’t got, capolavoro assoluto e pietra miliare del pop irlandese.
L’album si apre con una preghiera stralunata sorretta dagli archi, Feel so different. Sinead si rivolge al Signore come una donna inquieta e innamorata, come se fosse una Maria Maddalena post punk, incarnando tanto la religiosità irrequieta dei conterranei U2, soprattutto quelli di October, quanto un’irriverenza nichilista e pagana allo stesso tempo. I am stretched on your grave è un poema gaelico imbastito su una programmazione hip hop, coniugando tradizione e innovazione. Three babies è una ballata dolente e romantica, sorretta dagli archi e da una voce spezzata che racconta la triste storia di un aborto. The emperor’s new clothes riporta alle atmosfere dell’esordio, lanciando un’invettiva avvelenata nei confronti della stampa spazzatura che ingerisce nella sua vita privata. Altra invettiva, questa volta avente come tema quello razziale, è quella di Black boys on Mopeds, avente come obiettivo Margaret Thatcher. Lo schema è quello della protest song alla Bob Dylan dei primi tempi. Dell’inno Nothing compares 2 U si è già parlato, quindi si passa alla serrata Jump in the river, richiamante in qualche modo i toni di Kate Bush di Sat in your lap, ma con maggiore oscurità. You cause as much sorrow invece incede in un mood soft, quasi come una sorta coltraltare al pezzo precedente. Una melodia comunque dolceamara che pare abbia ispirato parecchio Courtney Love nei tentativi delle sue ballate meno rabbiose. Last day of our acquiaintance è una bellissima canzone, di una fragilità umana commovente, in cui Sinead apre il suo cuore e mostra le ferite derivanti dal suo divorzio, crescendo in un climax epico e celtico. Il disco si chiude con la bellissima title-track, compendio del suo credo e delle sue esperienze di vita.
I do not want what I haven’t got resta non solo il suo disco di maggior successo, ma anche il suo capolavoro definitivo. Con l’esordio The lion and the cobra, costella l’arte di una dolce ragazza irlandese che non ha paura di mostrarsi per quello che è, e non per come lo show business impone, e la sua arte è una di quelle che rimane, e non passa.
Seguirà un confusionario album di cover, Am I not your girl, la sua partecipazione alla colonna sonora di In the name of the father, con la meravigliosa interpretazione di un pezzo scritto da Bono e Gavin Friday, e una serie di album che tra alti e bassi, si sono sempre fatti rispettare. E lei un’artista versatile che ha saputo offrire sempre collaborazioni eccellenti a chiunque ne facesse richiesta, da Peter Gabriel agli U2, dai Massive Attack a Brian Eno… Una fanciulla che, con tutti i suoi dolori e le sue contraddizioni, ha ben saputo raccontare il rapporto con la sua terra madre: l’Irlanda. E con ogni forma di maternità…

Gennaio 2018: Sinead O’Connor – I DO NOT WANT WHAT I HAVEN’T GOT (1990)ultima modifica: 2018-01-18T10:30:28+01:00da pierrovox

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